Enrico Rossi, la Sardegna, il global warming e il Finanzcapitalismo

[19 novembre 2013]

Oggi il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, scrive sulla sua pagina Facebook: «Mentre in Sardegna, nelle Filippine e negli Usa si muore, a Varsavia, alla conferenza dell’Onu sul clima, si discute e non si decide. Nessuno può continuare a negare, dopo questa sequela di tifoni e alluvioni, che siamo in presenza di un cambiamento climatico conseguenza dell’aumento delle emissioni di Co2 che fa aumentare la temperatura della Terra; che queste emissioni sono generate da uno sviluppo industriale selvaggio e di rapina sostenuto da un capitalismo finanziario che pur di perseguire enormi profitti produce disastri sociali e ambientali».

Il presidente della Toscana rimanda al suo blog “il signor Rossi” ed al pezzo scritto il 14 novembre intitolato “Qualche appunto, senza pretese, sul mondo d’oggi” dove sembra realizzare una svolta “ambientalista” della sinistra, anche alla luce della discussione delle primarie del Pd. Per trovare la bussola dell’agire della politica, Rossi parte da una lunga citazione di Cesare Luporini, tratta da “Dialettica e materialismo”: «Il fatto nuovo è che l’azione degli uomini, cioè delle società umane, sulla natura, che è sempre esistita da quando esse esistono (con effetti insieme creativi e distruttivi), sotto l’impulso dei moderni processi industriali ha raggiunto una soglia per cui quella azione sta diventando un effetto anch’esso globale, cioè che si svolge (e deve essere affrontato) in dimensione globale. Ciò costituisce il genere umano in un sistema unico, in un sistema fisico (somma di popoli sviluppati e popoli ritardati nello sviluppo, ma non certo in quello demografico) che sta entrando in contraddizione (per esso potenzialmente distruttiva, a partire da un punto di non-ritorno) col sistema di equilibri fisico-biologici che gli assicura le possibilità vitali. Questo è il grande fatto storico nuovo (un fatto fisico) che discende dalle contraddizioni dello sviluppo sociale e si intreccia con esse». Rossi trae dalle parole di Luporini la convinzione che bisogna mettere «La politica del genere umano al posto di comando, un nuovo umanesimo al posto del dominio del capitalismo finanziario» e lo fa richiamando la 19esima Conferenza delle parti Unfccc in corso a Varsavia e chiedendosi se esiste una correlazione diretta tra catastrofi e global warrming e aggiungendo: «Ma non dobbiamo mai stancarci di ripetere però che l’aumento della temperatura globale (global warming) dipende dalla concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera».

Rossi scrive: «Ho in mente un paragone, un’analogia. È come se la Co2 fosse simile al denaro dei titoli derivati, che circola nel mondo senza un corrispettivo di valore nel lavoro. C’è una sovrabbondanza di denaro senza valore che circola e avvelena le economie del mondo e allo stesso modo c’è una eccedenza di anidride carbonica che causa catastrofi naturali. Questo dipende anzitutto dall’assenza di investimenti in fonti energetiche alternative e in processi produttivi a minor impatto ambientale. I mancati investimenti, l’assenza di una politica industriale moderna e avanzata, l’assenza di coraggio da parte dei grossi investitori e delle politiche pubbliche fanno il resto. Proviamo a capirci. La finanza creativa (o finanzcapitalismo che pretende elevati profitti e domina sulla produzione) induce nel mondo globalizzato le grandi imprese ad aggredire il costo del lavoro, a evitare investimenti rischiosi, a non investire nella ricerca e nella modernizzazione. Questo succede già nelle industrie dell’occidente ricco. Mentre i processi di delocalizzazione e di sviluppo nelle aree arretrate del mondo fanno insediare industrie tecnologicamente arretrate e sporche, che consumano molta energia e producono grandi profitti grazie al dumping sociale e ambientale. Di questo passo la situazione del clima globale peggiorerà e l’emergenza sarà sempre più grande. Proviamo a fare un esempio. I fondi finanziari in cui poter speculare esigono un rendimento minimo annuo del 15% della quota di capitale investito. Le grandi banche sollecitano gli investitori a investire in titoli che possono assicurare un rendimento compreso tra il 25 e il 30%. Il Pil del mondo intanto è fermo da decenni a un tasso di crescita compreso tra il 3 e il 5%. Ecco la crisi. Da un lato si forma una enorme massa finanziaria che ormai viene calcolata in 7-8 volte il Pil mondiale. Questo valore viene estratto dal dumping sociale e ambientale, ridistribuendo verso l’alto la ricchezza e creando bolle finanziarie e immobiliari. Essa invece che produrre l’espansione e la crescita dell’economia reale attraverso la creazione di nuovo lavoro e di nuove produzioni mediante cicli tecnologici avanzati (che sono considerati settori ad alto rischio) si accanisce sulle fonti primarie di questa crescita: lo sfruttamento distorto del lavoro e delle materie prime».

Il presidente della Regione Toscana è convinto che «Non c’è una vera politica industriale fatta di innovazione e creazione di lavoro. E tutto questo induce alla rassegnazione e alla disperazione sociale. La politica sembra non servire a niente e le stesse istituzioni democratiche sembrano impotenti e perdono consenso e credibilità. Si è creata anche una cultura in cui i sogni di ricchezza sono quelli di fare i milioni stando comodamente davanti a un computer; milioni magari da trasferire in paradisi fiscali. Il tutto in città sempre più isolate, grigie, sporche senza la dignità del lavoro. Invece che creare ricchezza e benessere attraverso la conoscenza, il lavoro e l’incremento tecnologico, la “finanza ombra” crea paradisi fiscali in cui affogare il denaro. Riduce il rischio di impresa e costringe il sistema produttivo all’arretratezza delle industrie che sporcano e inquinano la biosfera come gran parte degli oggetti da essa prodotti. La finanza domina ma non si interessa ai contenuti della produzione. Pretende solo grandi profitti senza guardare in faccia a niente e a nessuno, aumentando l’inquinamento della terra. I grandi speculatori inseguono la scorciatoia del denaro virtuale, se possibile facendo a meno della produzione. E alla fine quando esplode la bolla immobiliare un sistema bancario in fallimento chiede agli Stati iniezioni di liquidità. E gli Stati chiedono sacrifici ai lavoratori e alle classi inferiori, mentre i ceti medi si impoveriscono».

Secondo Rossi è questo tipo di capitalismo che ci tiene ostaggi della povertà, dell’insicurezza sociale e del rischio ambientale globale perché «Fonda la sua esistenza sull’estrazione di valore e non sulla produzione di valore» e dice che tutto questo lo spiega bene Luciano Gallino nel libro “Finanzcapitalismo“: «Si produce valore quando si costruisce una scuola o un ospedale; si inventa un nuovo farmaco, si crea un posto di lavoro; si piantano degli alberi, si inventa un sistema operativo o un mezzo di comunicazione più rapido e avanzato; si finanzia la ricerca universitaria. Si estrae valore quando si aumenta il prezzo delle case manipolando il tasso di interesse o le condizioni di un mutuo; si taglia il costo del lavoro e si riducono il welfare e i servizi pubblici, si produce risparmiando sui costi ambientali. Si estrae valore quando si ha la pretesa di produrre profitto senza creare lavoro ma producendo denaro per mezzo di altro denaro».

Rossi fa l’esempio del ritiro dei capitali dagli investimenti in ricerca e formazione per spostarli sui fondi immobiliari: «La bolla immobiliare oltre che generare nuovi poveri divora kilometri di suolo. Perché aumenta il numero delle nuove case e dei cantieri ampliando inutilmente la geografia delle periferie e il volume abitativo. Costringe tutti allo status del bene immobiliare di proprietà, acquisito magari con un mutuo che la perdita del lavoro e della ricchezza reale impedirà di pagare (nella sola Firenze, per motivi diversi ma accomunati dalle “nuove povertà”, si eseguono 120 sfratti al mese).Si estrae valore speculativo quando si disbosca un’area senza prevederne il reimpianto in un’altra e si asseconda la rendita quando si rendono edificabili le aree agricole senza, come nel caso del nostro paese, avere una legge sul regime dei suoli ma questo attacco speculativo si dispiega anche su altri versanti, come nel caso della privatizzazione dei sistema pubblico dei servizi richiesto a gran voce a prescindere da ogni valutazione di merito, in nome di un astratta concorrenza. Questo è accaduto e sta accadendo per molti beni pubblici anche nel nostro Paese.

Per il presidente toscano «Il caso dell’acciaio di Taranto, ormai un caso di studio mondiale, concentra in sé queste contraddizioni: la finanza speculativa, il disastro ambientale, l’assenza di investimenti innovativi, la corruzione politica. Non è esagerato dire che questo tipo di capitalismo finanziario genera una condizione di vita (un’antropologia direbbero alcuni) rivolta alla pigrizia intellettuale; all’assenza di operosità e lavoro; a nuove forme di analfabetismo di massa; al cinismo verso l’ambiente in cui viviamo e verso le condizioni degli altri. Tutte queste attività speculative cercano in tutti i modi di tutelare la rendita e di potenziarla. Di aumentare il profitto senza produrre nuove idee, nuovi brevetti o nuove merci».

Eppure per Rossi c’è ancora spazio per una sinistra attenta alle risorse e all’ambiente: «Chi sarà capace di imprimere un ritmo diverso alla politica aumentando e migliorando gli spazi e modi della partecipazione; alla conoscenza investendo in ricerca di base e consapevolezza civile; alla finanza ponendola al servizio della creazione di lavoro; all’industria in direzione della qualità e di produzioni pulite; alla pianificazione urbana, tutelando il territorio rurale e arginando la deforestazione, sarà il leader del futuro. Ecco perché noi leghiamo il nostro impegno all’Europa, ad una prospettiva di riscatto delle forze democratiche e socialiste del vecchio continente, ad un progetto ambizioso di cambiamento che può ambire ad essere egemone. Noi nel nostro piccolo faremo la nostra parte perché la conversione ecologica investe la mente e il corpo di ciascuno di noi e dipende da quanto sapremo conservare quello che ci hanno lasciato di meglio i nostri padri e madri e da quanto sapremo comunicarlo a chi verrà dopo di noi. Ma oltre che dal dovere che abbiamo verso le nuove generazioni la forza per questo impegno al cambiamento può venire anche dalla nostra storia politica passata e dalla passione etica che essa è riuscita ad alimentare. Diceva infatti Enrico Berlinguer: “Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato e messo a servizio dell’uomo, del suo benessere, e della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita“. E anche questo non si può dire meglio».