Concessi dieci mesi per individuare un nuovo quantitativo

Ets, la Corte europea boccia le quote a titolo gratuito stabilite dalla Commissione

Wwf: «Il sistema di scambio emissioni deve essere riformato per far pagare – e non ricompensare – chi inquina»

[29 aprile 2016]

emission trading ets co2

Il quantitativo massimo annuo di quote gratuite di emissioni di gas a effetto serra stabilito dalla Commissione per il periodo dal 2013 al 2020 non è valido, perché la Commissione nel calcolarlo ha tenuto conto delle emissioni di alcuni impianti che non potevano essere incluse. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia europea che, con sentenza di ieri, ha concesso alla Commissione dieci mesi per stabilire un nuovo quantitativo, fermo restando che le precedenti assegnazioni di quote non possono essere rimesse in discussione.

La vicenda ha inizio con la proposta di ricorsi in Italia, nei Paesi Bassi e in Austria da parte di alcune imprese contro le autorità nazionali competenti ad assegnare le quote. La imprese hanno contestato la validità delle decisioni nazionali di assegnazione per il periodo dal 2013 al 2020 e, indirettamente, il quantitativo massimo annuo di quote (nonché il fattore di correzione) determinato dalla Commissione in due decisioni nel 2011 e nel 2013. La prima dichiarata valida dalla Corte e l’altra no.

Con la decisione del 2011 viene escluso che, ai fini della determinazione del quantitativo massimo annuo di quote, siano prese in considerazione le emissioni degli impianti di produzione di elettricità. Mentre con la decisione del 2013 – ossia quella che ha stabilisce il fattore di correzione – viene esteso l’ambito di applicazione della direttiva a decorrere dal 1° gennaio 2013. In particolare vengono incluse le emissioni derivanti dalla produzione di alluminio e da determinati settori dell’industria chimica.

Il sistema di scambio delle quote di emissioni dei gas a effetto serra nella Comunità (Ets) è stato istituito dalla direttiva del 2003. Ai sensi della direttiva, gli Stati membri possono assegnare alle imprese che rilasciano gas a effetto serra diritti di emissione cioè delle quote. Una parte delle quote disponibili è assegnata a titolo gratuito. L’economia generale della direttiva è basata su una rigorosa contabilità delle quote di emissione dei gas a effetto serra attribuite, detenute, trasferite e cancellate.

Quindi, quando il quantitativo di quote gratuite assegnate a titolo provvisorio dagli Stati membri è superiore al quantitativo massimo di quote gratuite determinato dalla Commissione, è applicato un fattore di correzione transettoriale uniforme (fattore di correzione) per livellare tali valori e ridurre le quote assegnate provvisoriamente.

Comunque, secondo il tenore letterale della direttiva del 2003 e nonostante l’esistenza di differenze tra le varie versioni linguistiche – che hanno pregiudicato l’uniformità di interpretazione e di attuazione della direttiva stessa da parte dei vari Stati membri – la Commissione, al momento del calcolo del quantitativo massimo annuo di quote, è tenuta a fare riferimento solo alle emissioni degli impianti inclusi nel sistema comunitario a partire dal 2013, e non all’insieme delle emissioni incluse a partire da tale data. Invece la Commissione ha tenuto conto dei dati di alcuni Stati membri che, contrariamente ad altri, le hanno comunicato le emissioni prodotte da nuove attività svolte in impianti già sottoposti al sistema di scambio di quote prima del 2013.

Secondo la Corte la Commissione avrebbe dovuto verificare che gli Stati membri le trasmettessero i dati rilevanti. Nei limiti in cui tali dati non le avessero consentito di determinare il quantitativo massimo annuo di quote e, di conseguenza, il fattore di correzione, essa avrebbe almeno dovuto chiedere agli Stati membri di effettuare le necessarie correzioni. Dunque ha dichiarato la decisone del 2013 della Commissione invalida. E ha stabilito un tempo entro il quale l’importo massimo di quote di emissioni dovrà essere ricalcolato dalla Commissione Europea.

Agli occhi Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed energia del Wwf Italia la sentenza della Corte conferma che «il sistema di scambio delle emissioni dell’Ue deve essere riformato in modo da far pagare – e non ricompensare – chi inquina. I decisori politici devono garantire che il mercato europeo del carbonio produca un vero abbattimento delle emissioni e impegnarsi a eliminare i permessi di inquinamento».

Il Wwf, infatti, chiede da tempo ai leader europei di riformare il sistema delle quote di emissioni per il periodo post 2020. Chiede l’aumento della quantità di quote di emissione messe all’asta e il reinvestimento dei ricavi nel risparmio energetico e nelle tecnologie per l’energia rinnovabile, sia all’interno dell’Ue che sul piano internazionale. Chiede “una concessione più oculata, ossia mirata a chi ne ha realmente necessità, delle quote di emissione gratuite”. Un obiettivo che può essere raggiunto attraverso «un approccio graduale basato su una valutazione realistica e trasparente dei rischi di delocalizzazione dei vari settori industriali».