Evidenze empiriche della catastrofe prossima ventura delle emissioni del metano nell’Artico

[1 agosto 2013]

Su Ecologist, Nafeez Ahmed, direttore dell’Institute for policy research & development e autore di “A User’s Guide to the Crisis of Civilisation: And How to Save” prende le difese di uno studio pubblicato su Nature sui costi del global warming dicendo che chi lo critica «ignora le ultime scoperte scientifiche sul metano del permafrost e su tutti i suoi pericoli».

Nature qualche giorno fa ha pubblicato la ricerca “Climate science: Vast costs of Arctic change”, la quale avverte che la potenziale fuoriuscita di 50 gigatonnellate di metano dall’East Siberian Arctic Shelf (Esas) nei prossimi 10-50 anni potrebbe costarci l’incredibile cifra di 60 trilioni di dollari.  Il terribile scenario degli idrati di metano sepolti sotto il ghiaccio che si scioglie e li libera rapidamente è quindi molto più plausibile di quanto si pensasse.

Ma sul  Washington Post Jason Samenow scrive che «quasi tutto quel che è noto e pubblicato sul metano indica che questo scenario è molto improbabile». La stessa cosa dice Andrew Revkin sul New York Times: «Mancano le prove che una tale esplosione sia plausibile» e Carbon Brief, che assicura: «Gli scienziati con i quali abbiamo parlato ci hanno suggerito che gli autori abbiano scelto uno scenario che è o non plausibile, o molto improbabile».

Sia il Washington Post che il New York Times hanno citato David Archer, un esperto di sedimenti oceanici e metano dell’università di Chicago: «Perché il metano possa essere un game-changer nel futuro climatico della Terra, dovrebbe immettersi nell’atmosfera catastroficamente, su una scala temporale che è più veloce rispetto alla durata decennale del metano nell’aria. Finora nessuno ha visto o proposto un meccanismo per far sì che ciò accada».

La pensa così anche  Vincent Gauci, un esperto di metano della  Open University: «Non è un dato di fatto che tutto il metano finirà nell’atmosfera. Una parte potrebbe essere ossidata in acqua dai batteri e una parte potrebbe rimanere nei sedimenti sul fondo del mare».

Ma Ahmed  non concorda con i suoi illustri colleghi: «Il problema è che queste riserve si basano su ipotesi antiquate che il metano rilasciato dai fondali non arriverebbe nell’atmosfera. Ma tutto il nuovo lavoro sul campo sui livelli di metano che viene rilasciato sopra la Esas dimostra che questa ipotesi è proprio empiricamente sbagliata. I livelli di metano atmosferico nella regione artica hanno raggiunto attualmente  nuovi livelli record, una media di circa 1.900 parti per miliardo, 70 parti per miliardo superiori alla media globale. I ricercatori della Nasa hanno scoperto pennacchi locali di metano estesi in tutto per 150 chilometri in tutto, di gran lunga superiori a quanto previsto in precedenza.»

Anche Gavin Schmidt, un climatologo della Nasa è stato citato tra gli scettici per aver sostenuto che dall’esame delle carote di ghiaccio mancano le prove di precedenti impulsi catastrofici di metano nell’Olocene o nell’Eamiano, quando le temperature artiche erano più caldo di quelle odierne. Ma Ahmed ribatte che «i riferimenti che riguardano il passato possono anche essere irrilevanti. Nell’Antico Olocene, l’Esas non era una piattaforma sottomarina, ma una massa gelata, il che illustra l’inutilità di questa analogia con le temperature del passato con le condizioni contemporanee. Il dottor Schmidt ha anche trascurato altri aspetti, come ad esempio la nuova ricerca che dimostra che il periodo caldo interglaciale, l’Eamiano, circa 130.000 anni fa, non dovrebbe essere utilizzato come modello per il clima di oggi a causa delle differenze fondamentali  nello sviluppo del Mar Glaciale Artico. Anche i dati sull’ice core methane sono troppo limitate per poter tornare indietro fino a tutto il Cenozoico, un altro motivo che suggerisce la mancanza di prove del passato non è la base per il presente compiacimento, e anche lo stesso prof. Archer riconosce che carote di ghiaccio non necessariamente hanno catturato un catastrofico rilascio di metano del passato, a causa di diffusione delle felci».

Ma anche il Washington Post e il New York Times elencano a sostegno delle tesi più tranquillizzanti una serie di pubblicazioni scientifiche: un rapporto del 2008 dell’US Climate Change Science Programme ed una revisione del 2011 della letteratura da Carolyn Rupple, pubblicata proprio su Nature, che sostengono entrambi che un rilascio catastrofico di metano sarebbe impossibile entro un breve lasso di tempo, mentre la cosa avverrà nel corso di centinaia se non migliaia di anni.

Peter Wadhams, coautore dello studio pubblicato su Nature e a capo dalla Polar ocean physics all’università di Cambridge, risponde: «Gli scienziati che hanno respinto il mio  scenario come non plausibile erano semplicemente poco informati sulle dinamiche uniche dall’East Siberian Arctic Shelf. Lì la natura dello scioglimento del permafrost ed il suo rapporto con le emissioni di metano in  corso negli ultimi anni sono state del tutto inaspettati all’interno di modelli consolidati sulla base di ricostruzioni storiche del clima storico Terra. Quelli che capiscono di  geologia dei fondali marini dell’Artico e di oceanografia del riscaldamento della colonna d’acqua prodotta dal ghiaccio non dico che questo è un evento a bassa probabilità. Penso che uno dovrebbe fidarsi di chi ne sa di un argomento piuttosto che quelli che non ne sanno nulla. Per quanto mi riguarda, sono preoccupato, gli esperti in questo settore sono le persone che hanno lavorato attivamente sulle condizioni dei fondali marini nel Mare della Siberia orientale nel periodo estivo, durante le ultime estati nelle quali la copertura di ghiaccio è scomparsa e l’acqua si è riscaldata. La rapida scomparsa del permafrost off-shore a causa del  riscaldamento dell’acqua è un fenomeno unico, così chiaramente non “esperto” chiaramente deve trovare altrove un altro meccanismo da confrontare con questo … penso che la maggior parte degli specialisti dell’Artico concordino sul fatto che questo scenario è plausibile».

Wadhams  in una confutazione dell’articolo pubblicato dal Washington Postscrive che nessuno degli scienziati che respingono il suo scenario conosce il meccanismo unico attualmente in corso nella regione artica, «e tutti stanno citando ricerche che precedono la prova empirica che portato alla luce questo meccanismo,  che è diventato chiaro solo negli ultimi anni nel contesto della rapida perdita di ghiacci estivi».

Wadhams si riferisce ad un fenomeno reale unico che ha rivelato emissioni di metano senza  precedenti dal fondale marino dell’Artico, scoperto da Natalia Shakhova e da Igor Semiletov dell’ International Arctic Research Center, i sui critici si riferiscono invece a dinamiche teoriche generali del rilascio di metano, ma dimostrano poca consapevolezza di quel che sta realmente accadendo al Polo Nord: «Il meccanismo che sta causando il massiccio aumento di pennacchi di metano osservati nel Mare della Siberia orientale è di per sé senza precedenti e, quindi, non è sorprendente che diversi  scienziati del clima, nessuno di loro specialista dell’Artico, non siano riusciti a individuarlo. Che cosa sta realmente accadendo è che l’estate finora il ghiaccio marino si è ritirato e lo fa ogni volta di più ogni estate, fino a che non ci sarà una stagione sostanzialmente senza ghiaccio sulla piattaforma siberiana, sufficiente a far sì  che l’irraggiamento solare riscaldi l’acqua di superficie in modo significativo,  fino a 7° C secondo i dati satellitari», dice  Wadhams.

Il riscaldamento dell’acqua si estende fino a circa 50 metri di profondità è viene miscelato dalle onde con il ghiaccio in superficie, mentre il mare fa da “radiatore” attutendo l’impatto. Fino a che la banchisa ghiacciata resisteva anche in estate, la massa d’acqua si manteneva a circa zero gradi perché l’ulteriore calore contenuto nella colonna d’acqua veniva usato per fondere il ghiaccio in profondità. Ma una volta che il ghiaccio scompare, come ha fatto in questi anni, la temperatura dell’acqua può aumentare in modo significativo e il contenuto di calore  può raggiungere il fondale marino e sciogliere così i sedimenti congelati ad una velocità che prima non era possibile.

Per Ahmed, «gli autori che con tanta sicurezza respingono  l’idea di un vasto rilascio di metano non sono semplicemente a conoscenza di quel che sta causando il nuovo meccanismo» e Wadhams liquida così le tesi di Rupple e degli altri: «Vedete, sono state rese obsolete dagli esperimenti sul campo di  Semiletov e dal meccanismo sopra descritto».