Inizia oggi a Varsavia la Conferenza Onu sui cambiamenti climatici

Per chi suona la campana delle Filippine: la Conferenza sul clima e il tifone Haiyan

Fabiani (Cgil): «La transizione ad uno sviluppo sostenibile costituisce una grande opportunità per creare nuovo sviluppo e occupazione»

[11 novembre 2013]

Si alza oggi il sipario sulla Cop19, a Varsavia, e la voce del mondo torna a parlare di cambiamento climatico. Al tavolo della 19esima Conferenza delle parti dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc) gli sguardi saranno puntati su un osservato speciale: le Filippine. Il cui delegato, Sano Naderev, ha deciso di digiunare in segno di solidarietà con i suoi connazionali colpiti dal tifone Haiyan e affinché durante la conferenza si facciano progressi. «Per solidarietà con i miei compatrioti, che faticano a trovare cibo (…), inizierò un digiuno volontario contro i cambiamenti climatici – ha detto – e «non mangerò durante la conferenza fino a che non si intravedano risultati significativi».

Quello che ha colpito le Filippine è uno dei più forti tifoni mai registrati, Haiyan (conosciuto anche col nomignolo di Yolanda) e sta letteralmente devastando il Paese del sud-est asiatico. In mezzo alle macerie della devastazione il conteggio ufficiale dei morti si fa difficoltoso, ma le stime hanno già raggiunto la cifra monstre di 10mila persone, uccise dalle piogge torrenziali e dai venti a 320 km/h. Purtroppo, i numeri sembrano destinati a salire ancora col passare del tempo: Secondo i dati del National Disaster Risk Reduction and Management Council (Ndrrmc), le persone colpite sono arrivate già a quota 4,28 milioni. E intanto l’ombra del tifone, che prosegue nella sua corsa, oscura i giorni del Vietnam. La prossima vittima.

Mentre gli occhi del mondo seguono questa scia di distruzione, i suoi rappresentati alla Cop19 hanno l’opportunità per rendere l’ostacolo dei cambiamenti climatici l’occasione per un nuovo paradigma di sviluppo, che riunisca i limiti del pianeta con le esigenze del lavoro. Dall’Italia arriva alla conferenza Onu il contributo della Cgil, il cui giudizio è lapidario: «Secondo i dati recentemente diffusi dall’Agenzia italiana risposta emergenze sui disastri naturali causati dai cambiamenti climatici – osserva Simona Fabiani, responsabile ambiente e territorio della Cgil nazionale – nel 2012 nel mondo, si sono verificati 357 disastri naturali, che hanno colpito oltre 124 milioni di persone e causato danni per più di 157 miliardi di dollari. Si continua ad intervenire solo dopo che i disastri sono avvenuti mentre servirebbero serie politiche di prevenzione e manutenzione del territorio, per mitigare i rischi, salvare vite umane, risparmiare risorse economiche, creare occupazione».

Un fenomeno che da generale può facilmente essere ricondotto al particolare. «In Italia – continua Fabiani –  sarebbero necessari almeno 40 miliardi di euro per la sistemazione delle situazioni di dissesto previste dai piani di assetto idrogeologico, di cui 11 miliardi per la messa in sicurezza delle aree a più elevato rischio. Negli ultimi 20 anni si sono spesi 22 miliardi di euro per riparare i danni causati da frane e alluvioni, ma le risorse previste per la prevenzione anche nell’ultima Legge di Stabilità continuano ad essere irrisorie ed assolutamente insufficienti (1,377 miliardi di euro più 180 milioni in 3 anni)».

Ma se è vero, come spronava Einstein, che è proprio la crisi a portare il progresso, la rassegnazione non è meno che mai adesso un’opzione per l’umanità. «La transizione ad uno sviluppo sostenibile – ricorda Fabiani – è dettata dall’emergenza di salvare il pianeta dal riscaldamento globale ma, allo stesso tempo, costituisce una grande opportunità per creare nuovo sviluppo e occupazione. La transizione ad un’economia low carbon deve avere una forte attenzione al lavoro, determinerà nuova occupazione verde ma dobbiamo garantire che sia lavoro dignitoso e dobbiamo accompagnare il passaggio dei lavoratori dai vecchi ai nuovi settori. Per farlo occorrono investimenti e protezione sociale, dobbiamo studiare ed anticipare gli effetti della transizione sull’occupazione, promuovere lo sviluppo delle competenze e della formazione professionale necessarie».

È quanto mai triste riconoscere che nelle battaglie ambientaliste è stata l’emotività dei disastri, ancor più che la razionalità della volontà politica, a dare un impulso finale tale da permettere di tagliare grandi traguardi. In Italia abbiamo due grandi esempi, entrambi legati alla tecnologia nucleare. Il referendum del 1987 è seguito all’incidente di Chernobyl, e l’onda emotiva seguita al disastro di Fukushima ha sospinto alla schiacciante vittoria anti-nuclearista del 2011.

Non rendiamo vano quest’ennesimo ammonimento, lasciandolo cadere nel nulla non appena i media – come sempre accade – vedranno esaurito il clamore della notizia e lasceranno le Filippine al loro destino. Adesso l’ombra della morte torna a pesare non soltanto sulle spalle delle Filippine, ma anche su quelle della Cop19. Non chiediamoci per chi suona la campana: anche stavolta suona per noi.