I target climatici scomparsi dei Paesi del G20: energia, trasporti e azione climatica urgente

Finanziamenti ai combustibili fossili: solo l’Arabia Saudita batte l’Italia

Brown to Green 2018: la decarbonizzazione non parla italiano

[15 novembre 2018]

A due settimane dal vertice del G20 di Buenos Aires, Climate Transparency ha presentato il suo “G20 Brown to Green Report 2018” che contiene anche un  profilo dell’Italia  e i risultati per il nostro Paese e il G20 non sono confortanti. Infatti cdal rapporto emerge che «L’82% dell’approvvigionamento energetico del G20 proviene ancora dai combustibili fossili» e che «In Arabia Saudita, Australia e Giappone i combustibili fossili rappresentano oltre il 90% della fornitura di energia, con pochi o nessun cambiamento negli ultimi anni».

Dato che da sole rappresentano l’80% delle emissioni globali di gas serra, le 20 più grandi economie del mondo svolgono un ruolo essenziale per il raggiungimento degli obiettivi di Parigi,. Uno degli autori del rapporto, il cinese Jiang Kejun dell’Energy Research Institute, ricorda che «Il recente IPCC 1.5° C report ci ha dimostrato che il mondo deve i accelerare le azioni sul cambiamento climatico. La produzione di energia da carbone, petrolio e gas e i trasporti producono la più grande quantità di emissioni nella grande maggioranza dei paesi del G20».

Un altro autore del rapporto, Jan Burck di Germanwatch, denuncia che »Nessun governo del G20 sta affrontando davvero questi settori, specialmente in Australia, Stati Uniti, Russia e Indonesia, che sono tutti in ritardo. Ma alcuni Paesi stanno già andando avanti, come il Regno Unito o la Francia, con la loro decisione di passare rapidamente alla phase out coal e all’eliminare graduale delle auto a combustibili fossili. Per  mantenere il riscaldamento al di sotto di 1,5° C, le economie del G20 devono ridurre effettivamente della metà le loro emissioni entro il 2030. Ma invece di rispondere all’urgenza dei cambiamenti climatici, i Paesi del G20 continuano a riversare denaro in fattori che portano alla distruzione climatica, come i sussidi per i combustibili fossili, invece di agire più energicamente. L’Arabia Saudita, l’Italia, l’Australia e il Brasile forniscono la più alta quantità di sussidi per Pil».

Infatti,  nonostante da tempo il G20 abbia approvato una risoluzione per eliminarli, i. i sussidi ai combustibili fossili nei Paesi del G20 sono aumentati da 75 miliardi di dollari (2007) a 147 miliardi di dollari (2016) e l’Italia con 14 miliardi di dollari si classifica al secondo posto nella sporca classifica dei paesi del G20 che forniscono sussidi più elevati ai combustibili fossili per unità di Pil, preceduta solo dall’Arabia Saudita con 30 miliardi di dollari. Dopo di noi ci sono l’Australia del governo negazionista climatico liberaldemocratici-destra e il Brasile con 16 miliardi di dollari, un Paese dove la corruzione legata ai combustibili fossili ha portato al potere il neofascista Jair Bolsonaro, che ha promesso nuove privatizzazioni e incentivi per l’estrazione di gas e petrolio.

Lo studio di Climate Transparency fornisce, attraverso gli ultimi dati (2017) sulle emissioni dei vari Paesi e il confronto di 80 indicatori di performance (decarbonizzazione, politiche climatiche,  finanza e vulnerabilità agli impatti dei cambiamenti climatici) una panoramica completa sugli sforzi in atto nelle economie del G20 per la decarbonizzazione e una classifica dei paesi che stanno facendo meglio/peggio nei singoli settori. E l’Italia non ne esce per niente bene: nella scheda del nostro Paese si legge che  Sulla base delle politiche implementate, ci si aspetta che le emissioni di gas serra dell’Italia aumenteranno a  449 MtCO2e entro il 2030 (esclusa la silvicoltura). Questo percorso di emissioni non è compatibile con l’accordo di Parigi. L’Italia si è impegnata nella joint NDC (Nationally Determined Contributions, ndr) dell’Unione Europea. L’NDC dell’UE non è coerente con il limite della temperatura dell’accordo di Parigi, ma porterebbe a un riscaldamento tra 2° C e 3° C. Le politiche settoriali italiane non riescono ancora ad essere coerenti con l’Accordo di Parigi, in particolare per quanto riguarda le energie rinnovabili e l’efficienza energetica degli edifici».

Va anche detto che siamo in pessima compagnia: nessuno dei Paesi del G20 ha politiche climatiche in linea con uno scenario compatibile con gli 1,5* C  e ci si avvicina solo l’India che punta ai 2° C. Il problema è che, comer ha dimostrato il rapporto speciali Ipcc, il mondo sta andando verso i 3 – 4* C in più e che i biomi di Italia, Corea del Sud, Canada e Francia saranno probabilmente i più colpiti. Inoltre, l’Italia, insieme a Turchia e Francia è tra i Paesi che vedranno diminuire di più la loro capacità di produzione di energia idroelettrica a causa dei cambiamenti climatici. Se è vero che per rispettare l’Accordo di Parigi, i Paesi del G20 dovrebbero dimezzare le loro emissioni di circa la metà entro il 2030, l’Italia è tra i più lontani da questo obiettivo: se è vero che ha annunciato che entro il 2022 sulle nostre strade ci saranno 1 milione di veicoli elettrici e che entro il 2025 chiuderanno tutte le centrali a carbone, l’Italia risulta anche tra i paesi del G20 con maggiori emissioni da trasporti ed edifici.

Molti governi del G20 stanno mettendo in atto politiche per rendere più sostenibile il loro sistema finanziario e riorientare i finanziamenti verso un’economia low-carbon e resiliente ai cambiamenti climatici. La Francia, l’Unione europea e il Giappone sono in prima linea nell’attuazione di politiche di informativa finanziaria legate al clima. Italia, Australia, Canada, Unione Europea, Giappone, Sudafrica, Turchia e Regno Unito hanno collaborato con il settore privato istituendo gruppi di esperti e task force ad hoc. Tuttavia, pochi Paesi hanno previsto l’eliminazione graduale o il riorientamento dei finanziamenti “brown”.

A causa di una quota molto elevata di combustibili fossili, Sud Africa, Australia e Indonesia hanno la più alta intensità di emissioni del G20, ma nessuno di questi Paesi ha politiche adeguate per eliminare gradualmente il carbone e solo il Sudafrica ha recentemente pubblicato un piano per ridurne l’utilizzo.

14 Paesi del G20 non hanno un piano per l’eliminazione del carbone. Italia, Canada, Francia e Regno Unito hanno fissato date per l’eliminazione graduale, ma non utilizzano più molto carbone.

Nessun paese del G20 ha un obiettivo di energia rinnovabile al 100% entro il 2050. L’Argentina, il Brasile, la Francia, la Germania, il Giappone, il Sudafrica e il Regno Unito hanno i più elevati obiettivi del G20 in materia di politiche per le energie rinnovabili. Per quanto riguarda i trasporti, Francia, Giappone e Regno Unito guidano i piani di eliminazione progressiva delle auto a combustibili fossili. Tuttavia, nonostante gli obiettivi ambiziosi, le emissioni della Francia nel settore dei trasporti continuano ad aumentare a causa di una crescente domanda di mobilità e di politiche insufficienti, come ad esempio un efficace trasferimento intermodale nel trasporto merci. In fondo alla classifica ci sono Stati Uniti, Canada e Australia, che hanno le emissioni da trasporti pro capite più elevate e standard di emissioni insufficienti o nulli per le automobili. L’Unione Europea è l’unica economia del G20 con un piano per gli edifici compatibile con gli 1,5° C. Mentre  Canada e  Germania hanno la più alta intensità di emissioni per gli edifici, ma hanno entrambi obiettivi per rendere tutti i nuovi edifici a zero energia.

Per quanto riguarda l’industria, l’Unione europea è l’unico vero leader nelle politiche di riduzione delle emissioni. Sud Africa, Russia e Cina hanno la più alta intensità di emissioni industriali. Il rapporto fa notare che «Le emissioni dei Paesi sviluppati aumenterebbero di circa il 10 – 20% se si considerassero le emissioni energetiche prodotte dai beni fabbricati altrove».

Nel settore forestale, l’Indonesia, il Brasile e l’Argentina hanno la più alta perdita di foreste nel G20 dal 1990 ad oggi e non c’è nessun segnale che siano in grado di invertire questa tendenza. Anzi, con l’elezione di Bolsonaro le cose sono destinate a peggiorare nell’Amazzoni brasiliana.

Christina Figueres, ex segretaria esecutiva dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc) e oggi a Mission 2020, conclude ricordando che «Le emissioni globali devono raggiungere il picco nel 2020. Il rapporto Brown to Green ci fornisce una valutazione indipendente di dove siamo ora. Si tratta di informazioni preziose per i Paesi che dichiarano i loro contributi climatici nel 2020»