Il futuro delle piccole isole sarà arido. Nel 73% a rischio le risorse di acqua dolce

18 milioni di persone «computazionalmente senza diritti»

[12 aprile 2016]

isole futuro

I piccoli Stati insulari devono già fare i conti  con pesanti impatti dei cambiamenti climatici: innalzamento del livello del mare, riduzione delle risorse, minacce alle infrastrutture elle basi delle loro economie, , ma le isole minori di tutto il mondo, troppo piccole per essere prese in considerazione dai modelli climatici globali (GCM) utilizzati dagli scienziati per misurare gli effetti dei cambiamenti climatici potrebbero avere, se non sprofonderanno nell’oceano che sale, la siccità come destino.

Infatti il nuovo studio “Future freshwater stress for island populations” pubbliacoto su Nature Climate Change da un team di ricercatori statunitensi presenta un nuovo modo di modellare gli effetti dei cambiamenti climatici sulle isole  e il principale autore, Kristopher B. Karnauskas dell’Università del Colorado – Boulder, spiega che «le analisi precedenti hanno sottovalutato il numero di isole che diventerebbero sostanzialmente più aride entro la metà del secolo, il 73% contro una stima del 50%». Il che farebbe di circa 18 milioni di abitanti di queste isole persone che Karnauskas e il suo team definiscono «computazionalmente senza diritti».

Quindi i rischi già noti del cambiamento climatico per l’acqua dolce delle isole potrebbero essere molto più alti. All’università del Colorado dicono che «Per quanto riguarda le precipitazioni, i GCM mostrano che il 50% di tutte le piccole isole diventerà più umido e che il 50%  diventerà più secco. Ma quei modelli di per sé non tengono conto di ciò che accade su queste isole non contabilizzate» ed è così che il team di Karnauskas ha scoperto che in realtà il 73% delle isole sono destinate a diventare più aride a causa della maggiore evaporazione.

Karnauskas, che insegna scienze atmosferiche e oceaniche all’università del Colorado – Boulder, evidenzia ch «Le isole hanno già a che fare con l’aumento del livello del mare. Ma questo dimostra anche che è vulnerabile tutta l’acqua piovana della quale dispongono. L’atmosfera è sempre più assetato, e vorrebbe indietro sempre più di quell’acqua dolce».

Il problema nasce dal fatto che i GCM non hanno un’altissima definizione e dividono il pianeta in una griglia e ogni casella della griglia ha lati tra i  240 e i 210 km, un’area molto grande per una piccola isola, o anche per arcipelaghi come quelli della Polinesia Francese, questo rende impossibile inserire le piccole isole nel modello.

Karnauskas fa un esempio: «Pensate ai pixel, se sono troppo grandi per  avere la risoluzione per le lentiggini sul naso di qualcuno, non sarete in grado di vedere quelle lentiggini. Bisogna avere super fine pixels per avere la loro risoluzione e francamente questo non è quello per cui sono stati progettati i modelli climatici globali». Insomma, i “pixel” dei GCM sono troppo grandi e gli scienziati non hanno ancora computer adatti per fare qualcosa ad una scala così definita. «Prendiamo, per esempio, un’isola come l’Isola di Pasqua, che è 3.512 chilometri al largo delle coste del Cile, nel Sud del Pacifico – dicono i ricercatori – .L’Isola di Pasqua è piccola ed è l’unico lembo di terra nella GCM grid box. In sostanza, si tratta di una lentiggine e il GCM non può scendere a quel livello di dettaglio. Così, nelle GCM attuali, l’Isola di Pasqua non esiste, tutta quella grid square è considerata solo oceano aperto.  E questo succede con le piccole isole di tutto il mondo ed è un vero problema quando si tratta di sapere che cosa succederà con il cambiamento climatico alle forniture di acqua potabile nelle isole. A differenza dei continenti o delle isole più grandi, per le isole minori più remote non vengono calcolati gli effetti dei cambiamenti climatici sull’acqua dolce.

Karnauskas spiega ancora: «Paper dopo paper, nel mio campo ha dimostrato l’evoluzione delle siccità o dell’ aridità. Quando guardavo le mappe e grafici in quelle carte mi chiedevo perché non potevamo vedere le isole. Utilizzando i modelli, si scopre, che per le isole è molto meno semplice che per i luoghi dove ci sono grandi blocchi di territorio».

Per capire quali effetti il cambiamento climatici avrà sull’acqua dolce, gli scienziati devono prima capire  cosa sta succedendo con precipitazioni e l’evaporazione. La prima parte è più facile: gli attuali GCM spiegano bene quali saranno le precipitazioni sulla terraferma o sugli oceani, anche per un quadrato della griglia come quello dell’ Isola di Pasqua si può stimare quanto pioverà. Ma con l’evaporazione è un altro discorso: quando si tratta delle stesse piccole isole, i modelli non mostrano quanta acqua evapora perché quelle isole non esistono nei modelli: lì è tutto l’oceano. Né si può calcolare utilizzando la quantità evaporazione dall’’oceano, dato che l’evaporazione oceanica  segue diversi principi fisici rispetto all’acqua che evapora dal suolo. Senza sapere quanta acqua evapora da queste isole, non modo di sapere esattamente quale sarà l’effetto del cambiamento climatico sulle riserve di acqua dolce. Così Karnauskas e il suo team hanno sviluppato un modo per ottenere le informazioni necessarie per sapere cosa sta succedendo sulle isole.

In sostanza, piazzano l’isola che realmente esiste nel punto dove secondo i modelli climatici non c’è niente e, guardando il clima sopra la superficie dell’isola, fanno un’approssimazione del clima attuale dell’isola. Possono farlo perché molte delle isole sono così piccole che non modificano il clima sopra l’oceano. I ricercatori fanno l’esempio di isole abbastanza grandi come l’hawaiana Maui – 1.884 km, grande circa 8 volte più della terza isola italiana, l’Elba – , dove i dati provenienti dalle stazioni meteorologiche insulari sono sorprendentemente simili a quelli provenienti da stazioni meteorologiche ormeggiate a centinaia di chilometri in mare aperto. «L’abbiamo chiamato il test del maiale cieco – spiega Karnauskas ridacchiando – Se un maiale cieco volasse su questo settore, saprebbe che qui c’è un’isola? Potrebbe sentire una differenza di caldo o di l’umidità?»  Il successo del test del maiale cieco significa che non si può dire se si è sopra la terra o sopra l’oceano e, se è così, gli scienziati non hanno bisogno di sapere nulla sulla terra emersa per prevedere l’evaporazione; hanno solo bisogno di sapere cosa sta succedendo nell’atmosfera in prossimità della superficie. Da queste informazioni, e con alcuni strumenti presi in prestito dall’ingegneria, possono ottenere quanta acqua evapora e, quindi, avere un quadro più preciso del rapporto tra precipitazioni ed evaporazione in una determinata area.

Per Karnauskas «Questo lavoro estremamente importante, sia per la comprensione dei cambiamenti climatici in queste regioni che per la salute e la sicurezza delle persone. La stragrande maggioranza delle persone che vivono su queste isole remote si affidano all’acqua piovana come fonte della loro acqua potabile. E per chi ha già problemi di salute a causa della qualità dell’acqua, l’aumento della pressione sui sistemi di acqua dolce non farà che aggravare il problema». Già qualcuno dalle Isole Cook, un arcipelago nel Pacifico del sud, si è accorto on-line della sua ricerca e ha chiesto maggiori dettagli. E la cosa che ha reso più soddisfatto Karnauskas: «Per quei luoghi c’è la possibilità di ottenere informazioni importanti. Si tratta di fornire un quadro di informazioni più precise su cosa aspettarsi».