325 milioni di persone vivranno in aree a rischio disastri

La geografia della povertà nel 2030: il cambiamento climatico nuovo attore protagonista

Ai progetti per la riduzione dei rischi 40 centesimi per ogni 100 dollari di aiuti internazionali

[17 ottobre 2013]

Presentando il rapporto sulla geografia di una povertà sempre più vicina, i ricercatori britannici dell’Overseas Development Institute (Odi), dell’UK Met Office e del Risk Management Solutions (Rms) hanno messo in evidenza una realtà molto dura: «Il cambiamento climatico e l’esposizione ai disastri “naturali” minacciano di far deragliare gli sforzi internazionali per sradicare la povertà entro il 2030. Mentre con  le temperature più calde, molti dei cittadini più poveri e più vulnerabili del mondo dovranno affrontare un aumento dei rischi connessi a siccità più intense o prolungate, precipitazioni estreme e ondate di calore».

Il rapporto, intitolato The geography of poverty,  disasters and climate extremes in 2030, è stato presentato in un’iniziativa alla quale ha partecipato anche Margareta Wahlström, rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per il Disaster Risk Reduction (Unisdr).

Secondo lo studio, «Entro il 2030, fino a 325 milioni di persone estremamente povere potrebbero vivere in aree più esposte a maggiori rischi, se non si interviene con azioni dedicate». Il lavoro dei ricercatori britannici mappa dove i poveri avranno più probabilità di vivere e sviluppa una serie di scenari volti ad identificare i potenziali modelli di vulnerabilità alle condizioni meteorologiche estreme ed ai terremoti, avvertendo che «Questi scenari sono dinamiche. Considerano come le minacce possono cambiare, quali Paesi devono affrontare il rischio maggiore e quale ruolo svolge la gestione del rischio dei disastri».

Odi, Met Office e  Rms, avvertono: «Se la comunità internazionale fa sul serio riguardo all’eliminazione della povertà entro il 2030 deve affrontare le questioni oggetto del presente rapporto  fare molto più sul serio per  mettere la gestione del rischio di catastrofi al centro degli sforzi di eradicazione della povertà».

Quindi gli eventi meteorologici estremi, spinti dai cambiamenti climatici, aggraveranno la povertà nelle regioni in cui le persone sono già tra le più povere del mondo. «Dove calamità quali la siccità sono comuni, questi eventi sono la principale causa di povertà – dicono gli autori – piuttosto che i problemi di salute o di fattori sociali».  Tanto per capire quanto sia assurda la discussione italiana sulla Bossi/Fini e dintorni: nella sola Africa sub-sahariana, 118 milioni di persone poverissime si troveranno ad affrontare gli eventi estremi. Il rapporto evidenzia che per cercare di prevenire le conseguenze delle catastrofi, «Gli aiuti in denaro dovrebbe essere spesi per ridurre tali rischi, piuttosto che solo in aiuti umanitari dopo un evento estremo.  Attualmente, il denaro tende ad essere inviato in una regione dopo un disastro anziché prima, mentre potrebbe essere utilizzato per la prevenzione».

I punti principali del rapporto sono:

Gli eventi meteorologici estremi legati ai cambiamenti climatici sono in aumento e probabilmente causeranno altri disastri. Tali disastri, in particolare quelli legati alla siccità, possono essere la più importante causa di impoverimento, annullando i progressi sulla riduzione della povertà.

Nel 2030 fino a 325 milioni di persone estremamente povere  vivranno per la maggior parte nei 49 Paesi più a rischio di pericolo, la maggior parte  nell’Asia meridionale e nell’Africa sub-sahariana.

Gli 11 paesi più a rischio di povertà indotta dai disastri sono: Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Kenya, Madagascar, Nepal, Nigeria, Pakistan, Sud Sudan, Sudan e Uganda. Altri 10 paesi avranno alte percentuali di persone in povertà, accanto a un’esposizione ad un’alta pericolosità e ad un’insufficiente capacità di gestire i rischi di calamità: Burundi, Repubblica Centrafricana, Ciad, Gambia, Guinea Bissau, Haiti, Liberia, Mali, Corea del Nord e Zimbabwe.

La gestione del rischio di catastrofi deve essere una componente essenziale degli sforzi di riduzione della povertà , concentrandosi sulla protezione, il sostentamento e la salvezza di vite umane. E’ necessario  identificare e poi agire nelle aree dove  rischi per poveri ed i disastri sono più concentrati.

Gli obiettivi per lo sviluppo dell’Onu post-2015 devono includere gli obiettivi sulle catastrofi ed i cambiamenti climatici, riconoscendo la minaccia che rappresentano per l’obiettivo primario di eradicare la povertà estrema entro il 2030.

Tom Mitchell, responsabile cambiamento climatico per l’Odi ed uno degli autori del rapporto ha spiegato alla Thomson Reuters Foundation: «I disastri rappresentano una minaccia davvero fondamentale per questo obiettivo di porre fine alla povertà estrema e basterebbe prendere solo una manciata di disastri in alcuni di questi Paesi interessati per capire che questo  obiettivo può andare a fondo ancor prima di cominciare».

L’India non figura nella lista dei Paesi più a rischio di povertà indotta dalle catastrofi solo , perché si ritiene che abbia a livello nazionale meccanismi relativamente buoni meccanismi per proteggere le persone, come dimostrerebbe anche l’operazione di messa in sicurezza di un milione di persone per prevenire l’arrivo di un recente ciclone, che ha permesso di limitare il numero delle vittime a 35,molto meno dei più di 10.000 morti che fece nel 1999 un ciclone simile che colpì l’Odissa, uccidendo 10.000 persone. Tuttavia, il rapporto dice che l’India dovrebbe essere trattata come un “caso speciale” per la sua vastità, in particolare «Destano grande preoccupazione» alcuni Stati dell’Unione Indiana, tra i quali l’Assam, l’Uttar Pradesh ed il Bengala occidentale, ma anche lo Stato himalayano dell’Uttaranchal dove a giugno le piogge torrenziali, le inondazioni e le frane hanno fatto più di 6.000 vittime e distrutto  200.000 case rurali, spazzato va 14.000 villaggi, lasciando 600.000 persone senza tetto e cancellando i mezzi di sussistenza di  2 milioni di indiani.

Mitchell evidenzia che «Se le persone perdono i loro redditi in caso di catastrofi, dovrebbero ricevere aiuto per ripristinare le loro condizioni di vita o per  trovare un nuovo lavoro, i governi dovrebbero anche rendere le infrastrutture essenziali più resistenti alle catastrofi ed inserire il rischio di disastri nella loro pianificazione territoriale». Invece lo studio rivela che i governi si stanno disinteressando di prevenire le catastrofi che colpiscono i loro cittadini più poveri. «Questo deve cambiare», dice Mitchell ed il suo team sottolinea: «Un’altra scoperta chiave è stata che gli stress climatici, che stanno peggiorando insieme al riscaldamento del pianeta, sono una delle principali cause di povertà. L’analisi dei dati provenienti dalle zone rurali dell’Etiopia e dell’Andhra Pradesh, in India, suggeriscono che dove la siccità è un grosso rischio è anche il principale fattore di impoverimento. Questo va controcorrente rispetto all’opinione comune che gli shock legati alla salute sono il driver più importante della povertà. A causa di questi stretti legami, gli obiettivi di sviluppo post-2015 devono riconoscere la minaccia rappresentata da disastri e dai cambiamenti climatici per porre fine alla povertà e comprendere obiettivi che affrontino i principali motivi dell’impoverimento, con disastri naturali come un elemento significativo».

Ma un altro rapporto (Financing Disaster Risk Reduction: A 20 year story of international aid)  che l’Odi ha pubblicato a settembre rivela che le cose stanno in tutt’altra maniera: tra il 1991 e il 2010 i progetti per la riduzione dei rischi hanno ricevuto 40 centesimi per ogni 100 dollari di aiuti internazionali  e Mitchell conclude «C’è bisogno di un cambiamento e di incentivi politici, in modo che i politici vengano premiati allo stesso tempo per la riduzione della povertà e del rischio di catastrofi, piuttosto che ottenere consensi per la loro risposta dopo, quando si verifica una situazione di emergenza. Bisogna arrivare a vedere la scena di un ciclone che colpisce la fascia costiera dell’India e che non mostra questo livello di devastazione quando la vedremo sapremo che le cose stanno davvero iniziando ad andare meglio».