I giganteschi incendi della California diventeranno la nuova normalità

Edward Struzik, autore di Firestorm, «Abbiamo bisogno di una road map per il futuro»

[16 ottobre 2017]

Era il 1991. Venti caldi e asciutti prepararono il palcoscenico per un mostruoso inferno mostro che rase al suolo interi quartieri sulle colline di Oakland, in California. Alcuni residenti abbandonarono le loro auto e fuggirono  a piedi, mentre le velocissime fiamme saltavano le autostrade e invadevano le strade, prendendoli di sorpresa. Circa 2.500 case, oltre 2.000 veicoli e 40 edifici andarono persi, con 25 morti. E’ passato alla storia come uno degli incendi più devastanti mai registrati in California .

Ma è stato fino a questa settimana. Gli incendi ora fuori controllo nelle Contee di Sonoma, Mendocino, Yuba e Napa hanno incenerito quartieri interi, distruggendo circa 3.500 edifici, con oltre 30 morti confermate e oltre 400 dispersiIntere città intere come Calistoga sono sottoposte a ordinanze obbligatorie di evacuazione. Il fumo acre che trasporta sostanze chimiche tossiche si sposta per chilometri, raggiungendo la Bay Area e le comunità circostanti. Sono bruciati circa 160.000 acri.

L’ampiezza e l’intensità della catastrofe hanno sorpreso molte persone. Ma per ecologisti del fuoco, ambientalisti e politici esperti non c’è nulla di sorprendente. Questa è la Nuova Normalità, sta succedendo da anni e abbiamo un gran bisogno di  leadership e di un dialogo nazionale su cosa fare.

Edward Struzik è un giornalista che ha vinto premi, un membro dell’Institute for Energy and Environmental Policyalla Queen’s University di Kingston, Canada, e autore di Firestorm: How Wildfire Will Shape Our Future . Anche lui, con sgomento e frustrazione, sta guardando, come un altro mega-incendio ha devastato le comunità della California.

«Quello che mi sorprende è quanto siano sorprese le persone – ha detto questa settimana Struzik in un’intervista – “Mi sorprende che la gente pensi di aver raggiunto un nuovo tipo di soglia, quando in realtà si è evoluto un modello coerente fin dalla fine degli anni ’80 e nei primi anni ’90. Molti esperti di incendi hanno visto arrivare questo molto tempo fa. E’ solo che i politici e l’opinione pubblica non ci hanno mai creduto veramente».”

Di fronte a simili  tragedie nazionali, è facile dimenticare che il fuoco è una naturale, anche necessaria, parte dell’ecosistema del nostro pianeta, e lo è da migliaia di anni. Il fuoco ricostituisce sostanze nutritive del suolo e elimina i detriti e gli alberi morti o morenti. Le comunità delle First Nations  (i popoli autoctoni americani, ndt) hanno da tempo contribuito a questo equilibrio attraverso varie pratiche di abbruciamento prescritte, Struzik ne cita molteplici esempi esempi su Firestorm «Negli anni 1840 e 1850 – scrive – i missionari oblati come Albert Lacombe descrivevano come queste Nations li appiccassero in parchi, foreste e praterie arbustive in modo che l’erba crescesse rigogliosa e attirasse i bisonti».

Studi che risalgono a decenni fa hanno dimostrato che il cambiamento climatico ha portato a condizioni più calde e più asciutte che esacerbano le tendenze naturali alla siccità che in genere portano a normali incendi stagionali. Queste condizioni più asciutte e più calde sono arrivate dopo anni di politiche di cattiva gestione forestale che hanno messo in evidenza la soppressione degli incendi rispetto alla per preservazione deii benefici ecologici del fuoco per un ecosistema forestale sano. Con milioni di alberi morti per le infestazioni di scarabei delle  cortecce disponibili come accendime, è una tempesta perfetta: gli incendi stanno bruciando di più, sono più caldi e più veloci ad un tasso esponenziale .

«Quella che vediamo è una tendenza a lungo termine che è cominciata con il serio riscaldamento del nostro pianeta negli anni ’80 – dice Struzik – Quando farà più caldo  e le foreste diventeranno  più secche e quando ci saranno  più fulmini e più gente in questi territori forestali, avremo più di questi incendi».

Gli impatti sull’ambiente, sulla salute pubblica e sulla fauna selvatica di questi enormi incendi si estendono oltre la loro devastazione immediata. Il fumo che producono può trasportare sostanze chimiche tossiche per centinaia, talvolta migliaia di chilometri, con il potenziale di rilasciare nell’atmosfera quel che Struzik chiama «carbon bomb, Fa l’esempio dell’incendio del 1950 di Chinchaga,nel nord del Canada, che produsse  un fitto strato di fumo che raggiunse città dagli Stati Uniti fino all’Europa. A New York, lo Yankee Stadium dovette accendere le luci per una partita diurna e gli aerei dovettero essere dirottati. Alcune persone pensavano che fosse esplosa una bomba atomica. In Danimarca, ci fu na corsa sulle banche perché la gente pensava che fosse arrivata la fine del mondo.

Gli incendi che colpirono l’Alaska nel 2004 fecero aumentare  i livelli di ozono a Houston, Texas, a tassi pericolosi. L’estate scorsa, gli incendi in British Columbia, Oregon e Washington hanno emesso fumo che ha viaggiato fino al Montana, all’Alberta e all’Idaho. I giovani e gli anziani, e le persone con asma e altri problemi respiratori, sono particolarmente vulnerabili.

«Quello che succede in Alaska può influenzare le persone del Texas – dice Struzik – Quello che accade nel nord del Quebec può influenzare le persone del New England. Da un punto di vista olistico, il fuoco è importante, non importa dove brucia»”.

Altri impatti sono più difficili da vedere, ma non meno distruttivi. Nel caso dell’incendio di Hayman del 2002 in  Colorado, l’incendio lungo la spartiacque fu così caldo che creò uno strato ceroso lungo il bacino. Quando piovve, non c’erano alberi per assorbire l’umidità. Tutto il carbonio e le sostanze chimiche contenute in quella cenere vennero sparse nel fiume, andarono a valle e bloccarono gli impianti di trattamento dell’acqua che riforniscono acqua al 75% dello Stato. L’ utility dovette assumere un team di scienziati per capire come rimediare  e la pesca alla trota non ha ancora recuperato.

«Con il pianeta che riscalda e altera gli ecosistemi –  sostiene, Struzik – dobbiamo progettare il fuoco invece di reagire ad esso. Oltre a affrontare le cause del cambiamento climatico, come la riduzione dell’inquinamento da carbonio e da metano, abbiamo bisogno di migliori prassi di gestione forestale per assicurare che le foreste abbiano sani e forti codici di sviluppo per rendere le comunità più resilienti». Fa l’esempio dei programmi Firewise e FireSmart  che prospettano la mitigazione dell’incendi, l’educazione e programmi di preparazione.

L’ U.S. Forest Service è già stressato al limite. Secondo il suo 2017 assessment, «poiché le stagioni degli incendi sono peggiorate, i  costi della nostra lota agli incendi hanno costantemente superato i nostri bilanci annuali per combattere gli incendi, costringendoci a “prendere in prestito” i fondi da programmi nonfire», Se l’intensità di questi mega-incendi continuerà a peggiorare, Il Forest Service potrebbe non avere più soldi per i programmi di ricerca sugli incendi o ricreativi.

«La maggior parte dei soldi per la  ricerca con i quali avremmo dovuto studiare ora è stata deviata alla lotta agli incendi – dice Struzik – “Tutto andrà nella lotta agli incendi. A questo punto, si deve fare qualcosa. Fino a che i politici non riusciranno a cogliere questo aspetto, vedremo più stagioni degli incendi come quella che abbiamo visto quest’anno, o nel 2015 quando brucarono  Washington e l’Oregon. Accadrà sempre di più. Tutti lo sanno, ma nessuno ha un piano. Quando si tratta di incendi, non abbiamo una road map per il futuro».

 

Questo articolo è stato pubblicato il 13 ottobre da Jonathan Hahn su Sierra con il titolo “California’s Wildfires Point to a New Normal”

Hahn è direttore responsabile di Sierra, la rivista nazionale di Sierra Club e si occupa di giustizia e politica ambientale, commercio globale, energia e salute pubblica