Il governo Usa mette in dubbio i modelli scientifici, mina l’azione climatica e punta sulle su priorità energetiche

Gli Usa di Trump contro il nuovo rapporto Ipcc

In Corea la resa dei conti politica sul clima. Le rivelazioni di Climate Home News

[3 ottobre 2018]

Su Climate Home News,  Sara Stefanini e Karl Mathiesen rivelano parte dei commenti riservati che la delegazione statunitense ha presentato al rapporto dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipccc) che i governi di tutto il mondo stanno discutendo in un summit in Corea del sud. Gli Usa di Donald Trump, che hanno già deciso di abbandonare l’Accordo di Parigi, non rinunciano a boicottarne l’attuazione e, oltre a sollevare i soliti dubbi negazionisti sulla scienza del riscaldamento globale, avvertono che le previsioni del rapporto Ipcc  rischiano di compromettere lo sviluppo economico, intanto però – pur non ritenendo necessario ridurre le emissioni di CO2 – sostengono con forza le costose tecnologie di cattura del carbonio e il nucleare “carbon free”.

Le Stefanini e Mathiesen dicono che 9 pagine di commenti Usa alla bozza del rapporto Ipcc di cui è entrata in possesso Climate Home News riflettono le opinioni di diverse agenzie governative e rivelano che i diplomatici statunitensi tentano di parlare a più interlocutori: la comunità globale, gli interessi interni Usa e i negazionisti climatici della Casa Bianca ma aggiungono che «I commenti che ha visto Climate Home News, hanno anche posto le basi per una battaglia politica sul riassunto del rapporto, che è in trattativa in Corea del Sud questa settimana dopo due anni di preparazione e che sarà pubblicato lunedì. In generale, Washington sostiene che gli scienziati hanno ridimensionato la portata della sfida di limitare il riscaldamento globale a 1,5° C», l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi. Per rispondere a questa sfida, gli Usa, che da quell’Accordo sono già praticamente usciti, hanno chiesto di mettere «maggiore enfasi sulle tecnologie pulite che l’amministrazione Trump ha costantemente sostenuto« e tra queste ci sono la controversa carbon capture and storage (Ccs) e l’energia nucleare, che le associazioni ambientaliste e molti scienziati e governi non vogliono assolutamente che venga inserita tra le energie “pulite”. In un improvviso afflato internazionalista verso i Paesi poveri, gli Usa hanno anche avvertito che «Le misure per affrontare il riscaldamento globale non devono interferire con il tasso di povertà in calo in tutto il mondo».

In realtà gli Usa stanno conducendo una battaglia di retroguardia: per la prima volta l’Ipcc ha studiato gli effetti di un aumento 1,5° C della temperatura globale  rispetto ai livelli preindustriali, invece che di 2° C, e come questo può essere ottenuto. Il “summary for policymakers” (SPM) definirà le basi per gli sforzi per aumentare gli impegni nazionali per la riduzione delle emissioni di gas serra, facendo notare che quelli attuali porterebbero a un aumento della temperatura globale di circa 3 ° C entro il 2100.

Ma secondo le osservazioni Usa, il SPM «Non riesce a comunicare la portata della sfida tecnologica ed economica globale per raggiungere l’obiettivo degli 1,5° C. L’SPM implica che queste sfide saranno minori e qualsiasi compromesso sarà facilmente risolto, mentre il rapporto che ne è alla base e la letteratura pubblicata dimostrano chiaramente la portata e la profondità di questi ostacoli alla limitazione delle emissioni coerenti con l’1,5° C».

Paradossalmente, allo stesso tempo, gli Usa mettono in dubbio la scienza che sta alla base del rapporto: «Nell’SPM, non vi è alcuna discussione – o una sintesi di ciò –  riguardante la credibilità dei modelli (o metodologie) utilizzati nel rapporto per proiettare gli impatti futuri».

Va detto che le osservazioni statunitensi sono solo alcune delle circa 42.000 ricevute durante il processo di stesura del rapporto Ipcc.  Molte delegazioni si chiedono quanto duramente gli Stati Uniti spingeranno al summit Ipcc in corso in Corea perché i loro interessi vengano rappresentati nel riassunto finale (che in teoria dovrebbe riguardare solo chi resta nell’Accordo di Parigi) e fino a che punto sono disposti ad arrivare. Alcune delle  osservazioni Usa sono semplicemente inaccettabili per la comunità scientifica, altri troveranno opposizione tra i Paesi che vogliono usare il rapporto come base scientifica per richiedere tagli più rapidi delle emissioni di gas serra. Ma gli Usa troveranno anche alleati tra i Paesi  come le petromonarchie del Golfo o nel giverno negazionista australiano e in altri preoccupati dagli obiettivi più severi che l’Ipcc ritiene necessari per salvare il mondo da una catastrofe climatica.

Il dipartimento di Stato Usa non ha voluto commentare le rivelazioni, ma  Climate Home News riassume alcune delle osservazioni che sono indicative delle posizioni dell’Amministrazione Trump.

Gli Usa lamentarono che la bozza non riconosce quanto scritto in un precedente  rapporto Ipcc, secondo il quale  «la maggior parte dei modelli climatici aveva sovrastimato il tasso di riscaldamento globale dagli anni ’90». Si tratta di un inaspettato rallentamento dell’aumento della temperatura globale che si sarebbe verificato nel primo decennio di questo secolo (tra l’altro decretata basandosi su dati inesatti), ma gli anni caldissimi che si sono succeduti ha annullato questa “scoperta”, riportando le temperature globali in linea con le previsioni. Lo stesso Michael Wehner, lo scienziato del Lawrence Berkeley National Laboratory che era stato il principale autore del  precedente rapporto dell’Ipcc citato dalla delegazione Usa, ha detto che «Con i recenti anni eccezionalmente caldi, che è quello che ci aspettavamo nel 2009, quella dichiarazione non è più vera».”

Le richieste  statunitensi che le presunte  incertezze riguardanti i modelli climatici vengano messe in primo piano nel nuovo rapporto Ipcc non sono altro che la riproposizione di vecchie campagne per screditare la scienza climatica da parte dei think tank di destra che influenzano le scelte di Donald Trump. Il fatto che queste vecchie fobie negazionistiche siano state inserite nelle osservazioni presentate dal governo Usa, dimostrano quanto il negazionismo climatico abbia fatto breccia nell’Amministrazione Trump.

Uno degli argomenti a cui tornano più volte le osservazioni statunitensi alla bozza di rapporto Ipcc  è il “focus fuori misura” sullo sviluppo sostenibile posto dagli autori del rapporto: «L’Ipcc non dovrebbe assumersi la responsabilità di tracciare una visione per il raggiungimento globale di obiettivi di sviluppo sostenibile attraverso la politica climatica». E va detto che in parte questo è vero: non è tra i compiti “istituzionali” dell’Ipccc. Ma i Paesi in via di sviluppo non sono per niente d’accordo perché dicono che separare la futura prosperità dei paesi più poveri del mondo dalla risposta globale ai cambiamenti climatici è impossibile. Il presidente del gruppo least developed countries, l’etiope Gebru Jember Endalew. Fa notare che «Mentre la sfida per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici è immensa, lo sono anche le opportunità. La risposta ai cambiamenti climatici apre le porte allo sviluppo sostenibile e all’uscita di molte persone dalla povertà».

Ma proprio gli Usa di Trump, che hanno tagliato gli aiuti ai Paesi poveri, che chiudono le frontiere e mettono dazi, si chiedono se limitare l’aumento di temperatura a 1,5° C sia il modo migliore per ridurre la povertà e migliorare il benessere, benefici che invece verrebbero da un maggiore consumo di energia (e quindi di emissioni). In una delle osservazioni alla bozza di rapporto Ipccc gli Usa scrivono: «L’SPM non rileva che gli ultimi decenni hanno visto il declino più rapido della povertà globale sia in termini numerici sia in proporzione alla popolazione, anche se l’uso di combustibili fossili è esploso. Il calo più rapido e più grande della povertà si è verificato in Cina e in India, anche se hanno aumentato il loro utilizzo di combustibili fossili». La delegazione Usa sorvola sul fatto che in India e Cina lo smog venefico provocato dal boom energetico sta avvelenando milioni di persone, tanto che Pechino e New Delhi sono corse al riparo puntando sulle energie rinnovabili e sulla riduzione dell’intensità energetica.

Robert Kopp, direttore dell’ Institute of Earth, Ocean & Atmospheric Sciences della Rutgers University e principale autore dell’US government 2017 climate assessment, ribate ai suoi connazionali: «La temperatura globale è già di 1 ° C rispetto ai livelli preindustriali, eppure, secondo gli Stati Uniti, “l’umanità non è mai stata più prospera, meno povera di povertà, meno affamata, più longeva e più sana di oggi”. Ma questa argomentazione è senza senso. E’ come dire che, poiché le aspettative di vita media negli Stati Uniti sono in crescita, l’uso eccessivo di oppiacei non è un problema».

Ma le osservazioni Usa sono piene di ribaltoni logici: dopo aver negato praticamente i rischi del riscaldamento globale, chiedono che venga dato maggiore peso alla sfida di attenersi agli 1.5° C e al fatto che gli impegni di riduzione delle emissioni finora sono inadeguati per spingere le soluzioni preferite dall’amministrazione Trump con In cima alla lista le tecnologie carbon capture and storage, la gestione delle foreste e l’energia nucleare e dicono che «Anche tagli “aggressivi” a breve termine ai gas serra più potenti, tra cui metano, il black carbon e gli idrofluorocarburi, potrebbero moderare il riscaldamento globale».

Inoltre le osservazioni statunitensi affermano che «Nella bozza, il potenziale dell’efficienza energetica ha ricevuto un trattamento poco soddisfacente, mentre le tecnologie  per rispondere meglio alla domanda di energia – e ridurre gli sprechi – sono state trascurate». Poi aggiungono in maniera contraddittoria che «Il rapporto dovrebbe eliminare la menzione  della ” politica prescrittiva” del prezzo del carbonio come una necessità, e discutere invece del suo ruolo».

Uno dei cambiamenti più importanti nella nuova bozza del rapporto Ipcc è l’introduzione della parola “sostanziale” per descrivere la differenza tra gli impatti a 1.5° C e a 2° C, visto che  potrebbe indicare una crescente fiducia tra gli scienziati sul fatto che il limite più basso  dell’accordo di Parigi è una linea pericolosa da oltrepassare. Ma gli Stati Uniti sostengono che hanno sostenuto che “sostanziale”  è una parola «indefinita, soggettiva e priva di significato» e che quindi dovrebbe essere tolta. E anche qui le argomentazioni statuinitensi rasentano il surreale: «E’ un grosso problema usare questo  termine quando si discute della differenza di impatto a 1,5° C rispetto ai 2° C di riscaldamento. Dire che le perdite [delle specie] sono “sostanziali”, nelle menti di alcuni lettori potrebbe essere interpretato come il 10% e il 75% in altri».

Insomma, dice l’Amministrazione Trump: quanto è sostanziale il sostanziale?