I profughi ambientali sono già 6 milioni, un numero destinato a crescere

Globalizzare la sostenibilità, sogno per l’Italia dei migranti che muoiono nell’indifferenza

Da Catania a Lampedusa, il nostro Paese è solo un anello dell’equità sociale che ancora non c’è

[12 agosto 2013]

Sulle vacanze degli italiani, su quelli che ci sono potuti andare – sempre meno, con il perdurare della crisi economica – sono piombati i drammatici volti dell’immigrazione. Il fenomeno si ripete da anni, quando le condizioni climatiche sono favorevoli agli sbarchi come nel periodo estivo, ed in parallelo si ripetono anche le mille storie che portano con sé. Alcune finite prima di iniziare, come quelle dei sei ragazzi morti nel lungomare vicino a Catania, mentre altre avranno comunque un epilogo non certo lieto. Ma nessuno ha il diritto di togliere a queste persone un sogno, che dura appunto il tempo del viaggio, per poi trasformarsi in illusione appena giunti a toccare la terra.

Si tratta comunque di fuggire dalla guerra, dalla povertà, dagli eventi climatici estremi (secondo le stime di Legambiente sono 6 milioni i profughi ambientali) per avere la speranza di un futuro migliore. Bene ha fatto il governo a ribadire che l’Italia è il Paese dell’accoglienza, non proclamata ma praticata come nel caso dei migranti respinti da Malta, ma se le coste sud del Paese, con l’avamposto Lampedusa (oggetto emblematico della prima visita di Papa Francesco) sono la porta del “condominio” Europa, è giusto che l’Ue si faccia carico di un problema strutturale.

Del resto il nostro, come ha fatto notare il ministro Bonino, è un Paese più di transito che di destinazione, ma abbiamo il dovere e l’onere di dare comunque la prima accoglienza a chi arriva esausto dal mare. Quindi su questo aspetto l’Europa non può lasciarci soli e limitare il suo apporto a qualche applauso di circostanza.

L’immigrazione è un problema strutturale anche per ciò che attiene il suo sfruttamento, sui cui gravitano tanti denari illegali, ed il contrasto a questo fenomeno globale non può essere unilaterale. Sono necessarie risposte politiche da un’Europa purtroppo non proprio unita, per dare manforte ad un governo italiano che tra l’altro nella sua breve “vita” si è dovuto confrontare più di altri con il fenomeno del razzismo, una subcultura da sempre presente sotto la cenere ma che ultimamente si è riproposta in modo arrogante: anche tra le fila interne e di primo piano di questo esecutivo, è bene ricordarlo.

Immigrazione e razzismo sono purtroppo fenomeni collegati, specialmente in aree a forte disagio sociale dove alla crisi trasversale si forniscono risposte “semplici”. Dare invece soluzioni organiche al fenomeno migratorio significa anche eliminare argomenti  pretestuosi a chi di fatto rifiuta qualsiasi forma di diversità. Del resto l’immigrazione è anche fonte di ricchezza per il nostro Paese. E non solo  per la manodopera a basso costo che i migranti offrono (in molti casi si tratta di vero e proprio sfruttamento), ma per la nuova proposta imprenditoriale che viene da i Paesi extracomunitari.

Secondo la rilevazione condotta da InfoCamere, la società che gestisce il patrimonio informativo e i servizi del sistema camerale, nei primi sei mesi dell’anno le nuove imprese aperte da immigrati extra Ue sono state oltre 26 mila (1.560 in meno rispetto allo stesso periodo del 2012), mentre 16.500 sono state quelle che hanno chiuso (102 in più dell’anno scorso), con un saldo comunque positivo.

Nel complesso sono oltre 376 mila le imprese non appartenenti a cittadini dell’Unione europea che a fine giugno scorso risultavano iscritte ai registri delle camere di commercio, pari al 6,2% di tutte le imprese presenti sul territorio nazionale. La Toscana tra l’altro è la regione che ospita il numero più elevato di imprese di immigrati in proporzione al numero di imprese residenti: 37.383 su 414.755, mentre in termini assoluti, la concentrazione maggiore dell’imprenditoria immigrata continua a registrarsi in Lombardia che, con 75.261 imprese, ospita il 20% di tutte le imprese non appartenenti a cittadini dell’Unione europea presenti in Italia.

Per quanto riguarda il settore in cui operano le imprese, il commercio è quello che va per la maggiore con circa 150 mila attività, pari al 9,7% di tutte le imprese.

La classifica per nazionalità degli imprenditori immigrati (si parla di imprese individuali) continua ad essere guidata dal Marocco che con poco meno di 60 mila imprese, rappresenta il 16% dell’intero fenomeno dell’imprenditoria di origine non comunitaria. Sul podio salgono poi la Cina (44.121 unità, l’11,7% del totale) e l’Albania (30.271, l’8%). Di fatto l’apporto delle imprese aperte da immigrati al saldo totale è certamente significativo, dato che nel primo semestre 2013, le imprese straniere sono cresciute di 9.845 unità a fronte di un saldo negativo di oltre 5mila per le imprese nel loro complesso, con risvolti positivi anche per l’occupazione che non è solo extracomunitaria.

Ma i numeri degli extracomunitari in Italia non sono solo questi, si contano anche sulle spiagge del sud, tra i sacchi che coprono le vittime dell’indifferenza occidentale. Globalizzare la sostenibilità e rendere adeguate le condizioni di vita in ogni parte del pianeta per ridurre le necessità migratorie è obbiettivo ambizioso quanto irrinunciabile, e un Paese di migranti come il nostro deve porsi tra i capofila di una politica globale in tal senso, dando il buon esempio sul suo territorio attraverso buone pratiche di sostenibilità, che significa anche equità sociale.