Sufficienti investimenti di 1000 miliardi di dollari l’anno, meno di 1/5 dei sussidi alle fossili

Greenpeace, obiettivo 100% rinnovabili al 2050: l’Energy revolution è adesso

Gli ambientalisti aggiornano il rapporto: combattere il cambiamento climatico costa meno che favorirlo

[21 settembre 2015]

greenpeace energy revolution 2015

Sono passati ormai 10 anni da quando Greenpeace rese noto il suo primo rapporto Energy Revolution, e quello che inizialmente da molti è stato bollato come semplice utopia in realtà sta già prendendo forma attorno a noi. Dal 2005 alla fine del 2014 sono stati installati nel mondo impianti fotovoltaici e eolici per più di 496mila MW, ovvero «l’equivalente della capacità totale degli impianti a gas e carbone in Europa». A questi si aggiungano altri 286mila MW da idroelettrico, biomasse, solare a concentrazione e geotermia, e si avrà un totale di 783mila MW: tutta la nuova energia rinnovabile connessa alla rete nello scorso decennio, abbastanza per soddisfare l’intera domanda di energia elettrica di Africa e India assieme.

Ancora però non basta, e il titolo del nuovo rapporto di Greenpeace, “Energy Revolution 2015 – 100% renewable energy, parla chiaro. Per gli ambientalisti l’orizzonte è quello di un prossimo futuro dove tutta l’energia consumata, non solo quella elettrica, sarà esclusivamente rinnovabile. Nel 2050 il Pianeta potrebbe soddisfare interamente il proprio fabbisogno energetico con fonti rinnovabili: uno scenario non solo possibile, ma anche conveniente, secondo Greenpeace, che chiede venga assunto come obiettivo dai leader mondiali che si riuniranno a Parigi a partire dal 30 novembre per la Conferenza Onu sul clima.

Secondo Energy Revolution 2015, infatti, l’investimento necessario per raggiungere questo obiettivo entro il 2050 sarebbe più che ripagato dai futuri risparmi derivanti dall’abbandono dei combustibili fossili. Per un futuro 100 per cento rinnovabile al 2050, l’investimento aggiuntivo medio nelle rinnovabili sarebbe di circa 1000 miliardi di dollari l’anno. Il risparmio medio legato al mancato uso di combustibili fossili rispetto allo stesso periodo sarebbe invece di 1070 miliardi di dollari l’anno, quindi più degli investimenti necessari per la completa transizione verso le rinnovabili.

Lo scenario Energy Revolution 2015 spiega inoltre che le rinnovabili creerebbero più posti di lavoro rispetto agli occupati nel settore dei combustibili fossili. La sola industria del solare produrrebbe più occupazione di quanto fa oggi quella del carbone, occupando 9,7 milioni di persone al 2030, più di dieci volte rispetto a quanto accade oggi. Nello stesso periodo i posti di lavoro nell’eolico potrebbero crescere fino 7,8 milioni.

Anche gli obiettivi intermedi, da qui al 2030, sono altrettanto ambiziosi: entro quindici anni la quota di rinnovabili elettriche a livello mondiale potrebbe triplicare, passando dall’attuale 21 per cento al 64 per cento. Questo consentirebbe di diminuire le emissioni da 30 giga tonnellate annue a 20 giga tonnellate entro il 2030, anche tenendo conto del rapido sviluppo di nazioni come Brasile, Cina e India.

«I settori del solare e dell’eolico sono ormai sufficientemente maturi per poter competere a livello di costi con l’industria del carbone. Ed è molto probabile che entro il prossimo decennio supereranno quest’ultima anche in termini di occupazione e di energia fornita – spiega Sven Teske di Greenpeace, primo autore del rapporto – È responsabilità del settore dei combustibili fossili prepararsi ad affrontare questi cambiamenti. I governi, d’altra parte, devono gestire la dismissione del comparto dei combustibili fossili, già in atto e destinata a diventare sempre più rapida. Ogni ulteriore euro investito da governi e aziende in nuovi progetti legati alle fonti fossili è un investimento ad alto rischio, che potrebbe comportare perdite economiche».

A oggi, la quantità di soldi pubblici investita dai governi in sussidi diretti o indiretti ai combustibili fossili è enorme, stimata dal Fondo monetario internazionale in 5.300 miliardi di dollari (o il 6,5% del Pil globale), ovvero circa 5 volte gli investimenti necessari stimati da Greenpeace per raggiungere entro il 2050 l’obiettivo 100% rinnovabili: combattere il cambiamento climatico, in altre parole, costa meno che favorirlo. Un meccanismo perverso, al quale anche l’Italia dà il suo contributo: sono infatti 17,5 i miliardi di euro che, secondo Legambiente, sono stati spesi nel 2014 per sussidiare l’economia fossile del Bel Paese. Cambiare è possibile, ed è questione di scelta politica più che di difficoltà tecniche.

«Vorrei invitare tutti quelli che dicono “non si può fare” a leggere questo rapporto – ha dichiarato Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International – e riconoscere che una rivoluzione energetica per un futuro 100 per cento rinnovabile si può fare, si deve fare, e sarà un bene per tutti».