Più di un milione di morti nei Paesi più poveri e solo un settimo i finanziamenti promessi

I disastri climatici vanno in coda ad armi e fonti fossili: ecco i numeri della vergogna

Ma per pistole e fucili si spendono 4,6 miliardi di dollari al giorno

[21 novembre 2013]

Negli ultimi 40 anni nei Paesi più poveri del mondo sono morte in disastri legati al clima più di un milione di persone, più di 5 volte la media globale, ma secondo un nuovo documento presentato dall’ International Institute for Environment and Development (Iied) alla Conferenza delle parti dell’ United Natoins framework convention on climate change (Unfccc) in corso a Varsavia, i finanziamenti per i piani di adeguamento non arrivano a questi Paesi.

Infatti, in “A burden to share? Addressing unequal climate impacts in the Least Developed Countries” si legge che «Meno di un settimo del 5 miliardi di dollari necessari a finanziare i Paesi meno sviluppati (Least Developed Countries – Ldc) per la maggior parte dei progetti di adattamento al cambiamento climatico urgenti è stato consegnato dai paesi ricchi, una scheggia della loro spesa annuale per i propri disastri e, globalmente, dei sussidi ai combustibili fossili».

Qualcuno dice che in un periodo di crisi i Paesi sviluppati non possono permettersi di inviare aiuti a quelli in via di sviluppo colpiti dalle catastrofi climatiche, come recentemente le Filippine e la Somalia, ma il rapporto Iied fa notare che l’ammontare del denaro necessario per sostenere la lotta dei Paesi poveri contro il global warming è molto meno di quanto si spende in tutto il mondo per le armi e gli eserciti: 4,6 miliardi dollari al giorno ed infinitamente meno dei 1.000 miliardi dollari che nel 2012 sono stati spesi nel mondo in sussidi ai combustibili fossili.

Insomma, invece di finanziare la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici che eviterebbero disastri economici ed ambientali e ridurrebbero la povertà che costringe la gente a migrare, si investe nelle armi per le guerre che quei disastri provocheranno e nei combustibili fossili che quei disastri producono con le emissioni di gas serra.

Il documento, realizzato dall’Iied in collaborazione con il Brown Center for Environmental Studies dell’università statunitense di Brown University, analizza i dati sulla mortalità raccolti dal Centre for Research on the Epidemiology of Disasters dal gennaio 1980 al luglio 2013 in 49 dei Ldc ed ha scoperto che «In quei soli Paesi sono morte 1,28 milioni di persone in disastri legati al clima in soli quei paesi». Ma le cose stanno peggiorando rapidamente: dal gennaio 2010 al luglio 2013, il numero dei morti «E’ salito a uno sbalorditivo 67% del totale mondiale, raggiungendo 5,5 volte il tasso pro capite di mortalità complessivo globale a causa di disastri legati al clima». Uno dei grandi eventi che ha determinato questa accelerazione dei decessi climatici nei Paesi più poveri è stata la siccità e la carestia in Africa orientale nel 2011, che ha fatto tra le 50.000 e le 100.000 vittime, più della metà delle quali bambini sotto i 5 anni.

Di fronte a questa strage dimenticata, il Ldc Fund dell’Unfccc ha ricevuto solo 679 milioni di dollari rispetto agli almeno 4,2 miliardi di dollari necessari per i progetti di adattamento. Questo fondo è (o meglio sarebbe) destinato a finanziare progetti in base alle necessità urgenti individuate dai Paesi nei loro programmi di azione di adattamento nazionali (Napa).

Gli autori del documento, tra i quali c’è anche Pa Ousman Jarju, capo della delegazione del Gambia alla Cop 19 Unfccc di Varsavia ed ex presidente del gruppo Ldc ai negoziati sul clima dell’Onu, sottolinea che «Anche il processo di redazione dei Napa è stato limitato dalla insufficiente capacità amministrativa e della mancanza di fondi» e che i diversi Paesi hanno utilizzato vari metodi per limitare «La vulnerabilità sociale, economica e ambientale di fronte alle sollecitazioni ed ai e rischi climatici» In molti, dato che i disastri climatici stanno già mietendo molte vite nei Paesi poveri, si chiedono se la situazione non sia già andata oltre il semplice adattamento e se gli Ldc non debbano cercare di recuperare le perdite umane, economiche ed ambientali attraverso meccanismo della richiesta dei danni, il cosiddetto “loss and damage”.

La pensa così anche uno degli autori del rapporto, David Ciplet del Brown Center, che ha detto all’agenzia stampa umanitaria dell’Onu Irin che «La necessità di un aumento del livello dei finanziamenti per sostenere gli sforzi di adattamento nei Paesi meno sviluppati non è mai stata così grande. Finanziare completamente l’attuazione del piani di adattamento sviluppati da questi Paesi come parte dei Nepa avrebbe una miriade di benefici a salverebbe vite, proteggerebbe i mezzi di sussistenza e costruirebbe la resilienza contro i disastri futuri. Allo stesso tempo, a causa di un’azione dolorosamente debole da parte dei Paesi ricchi per mitigare il cambiamento climatico e per fornire un adeguato finanziamento per l’adattamento, ci sono già adesso disastri climatici ai quali non ci si può facilmente adattare. Questo contesto globale trasformato e la disuguaglianza che si aggrava, necessitano di un distinto meccanismo “loss and damage”».