Più investimenti in gas e Fer, meno in carbone e nucleare. Il fracking verso uno stop?

Il calo del prezzo del petrolio non fermerà l’ascesa del fotovoltaico solare

«Non è più un’opzione valida per produrre elettricità». Gli incentivi sempre meno importanti per le fonti pulite

[17 febbraio 2015]

Il greggio Brent è sceso dai 100 dollari al barile dell’agosto 2014 ai 58 dollari al barile a febbraio 2015, e in molti temono che questo rappresenti una battuta di arresto per le font energetiche rinnovabili, ma l’Annual Global Power and Energy Outlook di Frost & Sullivan è convinto che «gli investimenti nelle energie rinnovabili si manterranno forti e il petrolio difficilmente tornerà alla ribalta per la generazione di energia elettrica», dando ulteriori argomenti a una tesi che già a trovato spazio su queste pagine.

Dall’agenzia di consulenza internazionale Frost & Sullivan si sottolinea che sicuramente il calo del prezzo del  greggio «ha un impatto sui prezzi del petrolio e sui costi manifatturieri, ma avrà anche implicazioni per il settore della produzione di energia: carbone, gas, nucleare, idroelettrico, eolico, solare, bioenergia, modernizzazione della rete, stoccaggio di energia e microgrid. La produzione convenzionale di energia elettrica continuerà a dominare la capacità installata a livello globale, sebbene, rispetto a 4-5 anni fa, si preveda che gli investimenti nel gas e nelle energie rinnovabili aumenteranno con un tasso maggiore, a scapito di carbone e nucleare».

Secondo Jonathan Robinson, consulente senior di Frost & Sullivan, «poiché oggigiorno il petrolio è utilizzato per produrre solo il 5% dell’elettricità a livello globale, e in molti Paesi la quota scende all’1% o meno, non è più considerato un’opzione valida per la produzione di energia elettrica. Per contro, il fotovoltaico solare è attualmente considerato la più interessante tra le tecnologie rinnovabili. Frost & Sullivan prevede che la capacità globale del fotovoltaico solare, pari a 93 gigawatt (GW) nel 2012, aumenterà fino a raggiungere 446 GW nel 2020, e che Cina, India e Nord America registreranno i tassi di crescita più elevati. Persino l’Europa, leader globale del fotovoltaico solare, vedrà raddoppiare la sua capacità entro il 2020, nonostante le riduzioni degli incentivi durante la crisi economica».

I Paesi dove la corsa del solare fotovoltaico sembra più rapida sono Usa e Canada, ma anche Ue, Cina ed India hanno buob ne prospettive di sviluppo, mentre Australia, nord Africa, Brasuile, Giappone e Germania continuano la crescita ai livelli attuali a klivello di impianti domestici, ma i mercati stann soffrendo per la diminuzione o l’incertezza degli incentivi.

Ma, proprio sul tema incentivi, dallo studio emerge la conferma di un trend già percepito negli ultimi tempi: «Gli incentivi stanno diventando sempre meno importanti per una serie di mercati chiave per le energie rinnovabili». Il rapporto fa alcuni esempi: «Il fotovoltaico solare commerciale nel Nord America sta diventando sempre più competitivo rispetto alla produzione centralizzata, nonostante la riduzione delle tariffe incentivanti. L’eolico offshore, d’altro canto, è ancora lontano dall’essere un’opzione percorribile senza incentivi. Molti stati degli Stati Uniti e paesi europei hanno obiettivi legalmente vincolanti per le energie rinnovabili, e sono sotto pressione per cercare di soddisfarli, fatto che sostiene la crescita delle energie rinnovabili».

Questo non significa che  i carburanti convenzionali manterranno una posizione dominante a livello globale, soprattutto perché le economie in via di sviluppo in Africa e Asia continuano a fare affidamento sul carbone come elemento chiave per la produzione di energia elettrica. Se poi si guarda al più grande inquinatore del pianeta, la Cina, che detiene il 45% della capacità di carbone a livello globale,  il rapporto evidenzia che «Continuerà a costruire impianti, sebbene la crescente preoccupazione dell’opinione pubblica riguardo ai livelli di inquinamento si tradurrà nel fatto che gli investimenti si sposteranno verso l’est della Cina e saranno inferiori ai livelli del decennio precedente. Invece, la Cina continuerà a investire nelle energie rinnovabili, ma anche nell’energia nucleare “carbon-free” (senza emissioni di carbonio)», definizione sulla quale molti ambientalisti avrebbero da ridire.

Secondo Robinson, «il prezzo inferiore del petrolio potrebbe dare slancio all’utilizzo del gas naturale nella produzione di energia, poiché il calo dei prezzi spot lo rende più conveniente, In Europa dal 2012 sono stati chiusi impianti di produzione alimentati a gas per 30 GW di capacità, ma i prezzi inferiori del gas e alcuni programmi di sostegno governativi dovrebbero evitare la chiusura di altri impianti».

Per quanto riguarda la contestata tecnologia del fracking,  l’Annual Global Power and Energy Outlook 2014 dice che «Il gas di scisto continua ad avere un futuro a lungo termine, ma le nuove esplorazioni cesseranno nella maggior parte dei mercati, con il prezzo del petrolio a quota 50 dollari al barile o inferiore. L’eccezione potrebbe essere la Cina, dove il governo continuerà a investire per ragioni strategiche a lungo termine. È improbabile che il gas di scisto abbia un ruolo importante nella fornitura di gas a livello globale prima della metà degli anni 2020, a causa di diverse sfide tecniche, politiche e ambientali, ma la crescita negli Stati Uniti è stata sufficiente a scuotere il mercato negli ultimi cinque anni».

Robinson si occupa anche del Paese che forse sta più soffrendo (insieme al Venezuela e a qualche Stato africano) del calo del prezzo del petrolio ed  aggiunge che «Ciò significherà una riduzione degli investimenti in nuova capacità di produzione di energia elettrica, poiché alle entità statali mancano i fondi necessari e gli investitori privati sono sfiduciati di fronte alla crisi economica».