Il declino dell’eolico italiano: in 3 anni persi 11mila posti di lavoro

L’Associazione nazionale energia del vento denuncia la politica «poco lungimirante» del governo

[26 gennaio 2016]

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L’eolico ha il vento in poppa nel mondo, ma perde progressivamente terreno in Italia. Il funzionamento tutt’altro che ottimale delle aste e dei registri, un non trascurabile effetto nimby diffuso sui territori e la miopia delle politiche di governo hanno contribuito ad alzare il freno a mano sul settore. L’Anev (Associazione nazionale energia del vento) dichiara oggi che sono stati solo 295 i MW di nuova potenza eolica installati in Italia nel 2015. Certo, sempre più che i 107 MW installati nel 2014, ma briciole rispetto 1.200 MW protagonisti nell’Italia del 2012.

Un crollo verticale, che non poteva non avere ricadute anche in termini occupazionali. «Le aziende del settore sono costrette a fuggire all’estero o a chiudere – sottolineano dall’Anev – perché non in grado di sopravvivere in un settore penalizzato come quello eolico. Il dramma si ripercuote purtroppo sui lavoratori del settore. Si è passati da circa 37.000 occupati nel 2012, ai 34.000 nel 2013, ai 30.000 del 2014 e ai 26.000 nel 2015. Tale declino è ingiustificabile se riferito ad un settore che invece al 2020 dovrebbe impiegare oltre 40.000 addetti per arrivare ai 67.000 occupati che si avrebbero se si raggiungesse l’obiettivo di riduzione delle emissioni e di incremento delle Fer assunto dall’Italia al 2020. Settore che  ha inoltre tutti i margini per crescere ancora e apportare benefici al nostro Paese, in termini di sviluppo e crescita economica, soprattutto nelle regioni meridionali dove c’è più carenza di lavoro».

Quella dell’eolico è un’industria di prospettiva, con tecnologie affinate nel tempo (dagli antichi mulini alle odierne pale ne è stata fatta di strada), ma per progredire necessita di un quadro normativo chiaro e stabile, non penalizzante. Non a caso l’Anev mette nel mirino la politica «poco lungimirante» del governo e le sue contraddizioni, e in particolare il ritardo del ministero dello Sviluppo economico nell’adozione del decreto sulle rinnovabili non fotovoltaiche, che secondo le scadenze avrebbe dovuto essere emanato a fine 2014, ma non è mai arrivato.

«È passato un anno – denuncia l’Anev – e ancora il settore eolico è in attesa del provvedimento, che riguarda lo sviluppo di impianti per gli anni 2015 e 2016. Come evidente se anche uscisse subito, ben oltre la metà della sua efficacia non potrebbe svolgersi in quanto già passato il periodo di applicazione. Un tale atteggiamento da parte delle istituzioni è scandaloso e sintomatico del totale disinteresse per temi di notevole urgenza, come l’ambiente e i cambiamenti climatici, che rende vana ogni parola spesa in occasione della Cop21 di Parigi, dove l’Italia ha preso degli impegni per la riduzione delle emissioni clima alteranti al cospetto del consesso mondiale. Le contraddizioni di questo governo sono inoltre evidenti laddove, dopo gli impegni di Parigi, blocca le rinnovabili per favorire le tecnologie inquinanti. Infatti nella bozza nel DM Rinnovabili non fotovoltaiche si fa un regalo agli inceneritori con una tariffa incentivante molto significativa, mentre vengono penalizzate le tecnologie come l’eolico che subiscono tagli eccessivi. Non solo, ma nel DL Stabilità è stata concessa una proroga del periodo di incentivazione per i vecchi impianti a biogas, a scapito di tecnologie più moderne e pulite come l’eolico».

Il risultato, amaro e scontato, vede il declino dell’eolico in Italia come paradigma di una tendenza ormai diffusa anche tra le altre energie pulite: mentre a livello globale gli investimenti continuano a crescere poderosi, l’Italia – che pure era riuscita a conquistare una posizione di vertice in molti settori – scivola in basso. Un declino non inevitabile, ma che per arrestarsi ha (avrebbe) bisogno di un netto cambio di marcia innanzitutto in ambito di regia politica.