«Cambiare drasticamente le abitudini, altrimenti sarà il clima a cambiare la società»

Il futuro del vino nel mondo del cambiamento climatico. A rischio i vigneti italiani (VIDEO)

Al Merano Wine Festival allarme sui possibili impatti del cambiamento climatico su vinificazione e biodiversità

[12 novembre 2018]

Il 27esimo Merano WineFestival  appena conclusosi ha ospitato  la tavola rotonda “Il futuro del vino tra cambiamenti climatici, nuove opportunità nella produzione e aspettative dei consumatori” introdotta dal climatologo meranese Georg Kaser che ha sottolineato: «Il cambiamento di clima con un progressivo aumento di temperatura pone soprattutto il viticoltore di fronte a nuove sfide. Da una parte la protezione dai possibili danni da surriscaldamento e da un ritardo della maturazione e dalla seconda parte anche al cambiamento della fertilità del suolo e di cicli alterati di diversi microorganismi. L’impatto del cambiamento climatico impone un graduale spostamento dei vigneti ad altitudini più elevate cambiando radicalmente le varie micro aree vitivinicole. Quali sono i provvedimenti che dovranno essere addottati da subito e quali sono i possibili scenari nei prossimi 30 – 50 anni in vista di scelte agronomiche e gestionali per mantenere un alto livello qualitativo delle produzioni?»

La star del convegno è stata Lee Hannah, climatologo del Betty and Gordon Moore Center for Ecosystem Science and Economicsdi Conservation International e della Bren School of Environmental Science and Management dell’università della California – Santa, noto per i suoi studi  che ipotizzano che «Le regioni vinicole più importanti del mondo, dal Cile alla Toscana, dalla Borgogna all’Australia vedranno diminuire le loro aree coltivabili dal 25% al 73% entro il 2050, e ciò costringerà i viticoltori a piantare nuovi vigneti in ecosistemi precedentemente indisturbati, a latitudini più alte o altitudini più elevate, eliminando le specie vegetali e animali locali».

A Merano Kaser ha detto che «Attualmente, il mondo si sta indirizzando sul peggiore delle due proiezioni con impatti devastanti per la nostra vita e in particolare per la viticoltura. Anche un aumento di temperatura di 1,5 gradi avrebbe delle conseguenze gravi sulla coltivazione della vite e sulla qualità del vino, e non solo. Per questo motivo la società dovrebbe cambiare immediatamente le abitudini, altrimenti sarà il clima a cambiare la società in modo drastico».

Hannah ha guidato il team di ricercatori statunitensi, cinesi, cileni che nel 2013 ha pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) lo studio “Climate change, wine, and conservation” dal quale veniva fuori che  fra qualche decennio i vigneti potrebbero essere impiantati nel Parco Nazionale di Yellowstone negli Usa o nelle pianure della Russia occidentale. La principale scoperta del team di ricercatori guidato da Conservation international  è che «Il cambiamento climatico avrà un forte impatto su numerose regioni attualmente conosciute per la viticoltura e sposterà questa pratica verso zone inabituali, il che danneggerà o metterà probabilmente sotto pressione le risorse naturali essenziali e gli ecosistemi sui quali si basano gli esseri umani e gli animali».

Secondo lo studio pubblicato su PNAS, «Entro il 2050, in alcune regioni del globo le superfici adatte alla produzione di vino diminuiranno del 73% nel peggiore dei casi, il che metterà sotto pressione i fiumi e gli altri sistemi di acqua dolce perché i vignaioli utilizzeranno l’acqua per rifrescare le viti o per irrigare, al fine di compensare l’aumento delle temperature e la diminuzione di piovosità».

Hannah ha evidenziato che «Incredibilmente le regioni mediterranee subiranno quasi tutte una riduzione delle precipitazioni, E questo, paradossalmente, non accadrà ovunque ma in tutte le regioni vinicole più importanti».

Entro i 2050 le regioni vinicole più importanti, come la Toscana, potrebbero vedere diminuite le loro aree coltivabili dal 20 al 70%  e questo potrebbe spingere i viticoltori a piantare nuovi vigneti in ecosistemi precedentemente indisturbati, a latitudini più alte o altitudini più  elevate, eliminando le specie vegetali e animali locali. «Man mano che nuove aree si renderanno disponibili e idonee alla produzione del vino, si avranno pesanti ripercussioni sugli habitat della fauna selvatica». Presentando lo studio del suo team Hannah aveva evidenziato che «Sono necessarie campagne di sensibilizzazione dei consumatori e dell’industria, e per la protezione della natura, per aiutare a mantenere una quantità sufficiente di vino di qualità senza conseguenze nefaste per la natura e per i beni e i servizi che procura agli esseri umani. Questo è solo l’inizio: sarà la stessa cosa per altri tipi di coltivazioni».

Se a rimetterci saranno le zone tradizionali, come l’Italia, in altre regioni come il nord America occidentale e il nord dell’Europa e quelle ad altitudini più elevate diventeranno vocate per la viticoltura e questo, dicono Conservation international, «Avrà delle implicazioni per la protezione degli animali selvatici e degli ecosistemi in delle regioni molto diverse come il Parcio Nazionale di Yellowstone e la Cina  centrale, dove si apriranno nuove zone adatte alla viticoltura nell’area dell’habitat naturale del Panda gigante. I vigneti impiantati hanno un effetto durevole sulla qualità dell’habitat delle specie autoctone perché comportano, per esempio, l’eliminazione della vegetazione naturale, la polverizzazione di prodotti chimici e l’utilizzo di recinzioni».

Secondo lo studio, una delle future aree vitivinicole saranno le Montagne Rocciose al confine tra Usa e Canada, il che rappresenta una minaccia per il grizzly (Ursus arctos), il lupo (Canis lupus) e l’antilocapra (Antilocapra americana).

Una delle autrici dello studio, Rebecca Shaw, vicepresidente dell’Environmental defense fund, è convinta che «Il cambiamento climatico porterà a una competizione per la terra tra l’agricoltura e la natura: la vigna è solo un esempio. Questo fenomeno potrebbe avere un impatto disastroso sulla natura. Fortunatamente, ci sono soluzioni proattive. Stiamo sviluppando programmi di incentivazione con proprietari terrieri privati per fornire habitat agli animali selvatici e allo stesso tempo aumentare la nostra capacità di nutrire in futuro una popolazione globale in espansione in un contesto di cambiamenti climatici».

I ricercatori dicono che quella del vino «E’ un’industria consapevole, molto sensibile all’ambiente e al clima. Sono veramente preoccupati per cose come le emissioni di anidride carbonica o l’uso di pesticidi. L’impatto dei vigneti sugli habitat della fauna selvatica non ha avuto ancora molte attenzioni, ma con il cambiamento climatico in atto sarà certamente preso in considerazione. Certamente tutto questo richiede azioni collettive e un’attenta pianificazione». E le loro principali raccomandazioni sono: «La pianificazione congiunta dell’espansione dei vigneti da parte di responsabili commerciali e difensori dell’ambiente, per evitare le zone di grande importanza da un punto di vista ambientale; L’investimento in nuove varoietà di viti che offrano dei gusti simili ma dotate di capacità di adattamento al cambiamento climatico; La sensibilizzazione dei consumatori (attraverso l’acquisto di vini che utilizzano tappi naturali e provenienti da vigneti che hanno adottato pratiche rispettose dell’ambiente).