Il Mediterraneo è lo scenario dell’accelerazione dei cambiamenti climatici in corso

Il bacino del Mediterraneo si riscalda più velocemente che l’insieme del pianeta

[31 ottobre 2018]

Per la prima volta un team di scienziati condotto dal francese Wolfgang Cramer dell’’Institut méditerranéen de biodiversité et d’écologie marine et continentale (Imbe), del CNRS/Université d’Avignon/IRD/Université Aix-Marseille, ha sintetizzato i molteplici impatti ambientali che colpiscono le popolazioni di tutto il Bacino del Mediterraneo. Ne è venuto fuori lo studio “Climate change and interconnected risks to sustainable development in the Mediterranean”, pubblicato su Nature Climate Change dal quale emerge, come conferma Piero Lionello dell’università del Salento e del Cmcc – che ha fatto parte del team di ricercatori internazionale insieme ad  Andrea Toreti del Joint Research Centre – che «Le temperature medie annuali nel bacino del Mediterraneo sono ora circa 1,4° C al di sopra del livello preindustriale, 0,4° C in più rispetto alla scala globale».

Inoltre, durante gli ultimi 20 anni il livello del Mar Mediterraneo è aumentato di 60 mm, accompagnato da una significativa acidificazione. Gli scienziati avvertono che «Anche con un riscaldamento globale futuro limitato a  2° C, come chiede l’Accordo di Parigi, le precipitazioni estive rischiano fortemente di diminuire dal 10 al 30% a seconda delle regioni, aggravando le penurie di acqua e provocando una forte decrescita della produttività agricola, soprattutto nei Paesi del sud. Per soddisfare i bisogni dell’agricoltura, la richiesta di acqua per l’irrigazione aumenterà dal 4 al 22% a seconda della crescita della popolazione. Questa domanda dovrebbe entrare in concorrenza con altri utilizzi (acqua potabile, industria, turismo e provocherà dei conflitti tra gli utilizzatori, i proprietari e gli stessi governi».

Come se non bastasse, gli impatti del cambiamento climatico sulla produzione agricola, combinato alla domanda crescente di prodotti animali, aumenterà la dipendenza dall’estero  dei Paesi del Sud: il   Maghreb  importerà il 50% dei prodotti alimentari. Anche la pesca rischia forte a causa del riscaldamento e dell’acidificazione del mare e della sovra-pesca.

LO scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari sta facendo accelerare l’innalzamento del livello del mare con il rischio che superi le più recenti (e già preoccupanti) previsioni. I ricercatori dicono che «Nel Mediterraneo questo fenomeno colpirà una popolazione molto vasta localizzata sulle coste con inondazioni costiere importanti. Le intrusion marine hanno già colpito i suoli e le falde freatiche: questo fenomeno si amplificherà con delle conseguenze sulle risorse agricole e la biodiversità».

Impatti economici e ambientali che spingeranno altri migranti verso la sponda nord del Mediterraneo, ma Salvini e i suoi sostenitori farebbero bene sa temere di più altri invasori che, sulle ali del cambiamento climatico, metteranno a rischio la nostra salute: malattie come il virus del Nilo Occidentale, dengue, chikungunya. Ma aumenteranno anche le malattie cardio-vascolari e respiratorie. Il rapport avverte che «In dei Paesi politicamente fragili. I rischi socio-economici con il loro corollario (guerre, fame e migrazioni) sono sempre più attribuibili ai cambiamenti ambientali». E, aggiungiamo noi, sarà difficili “aiutarli a casa loro” se, come dimostrano i disastri climatici che viviamo anche in questi giorni in Italia, non siamo in grado neanche di aiutarci in casa nostra.

Ma Il team internazionale di ricercatori non cede al pessimismo e sottolinea che <Per facilitare le risposte dei decisori politici a questi rischi,  è necessario un grande sforzo di sintesi delle conoscenze scientifiche esistenti, che includa tutte le discipline e settori. Questo viene fatto in modo inadeguato nei rapporti Ipcc e Ipbes, che non riguardano l’intero bacino del Mediterraneo».

E’ questo l’obiettivo della rete  Mediterranean Experts on Climate and Environmental Change (MedECC) che riunisce quasi 400 scienziati che collaborano con ONG, governi e protagonisti della vita sociale, e puntano a  produrre il primo rapporto di valutazione dei rischi ambientali e climatici nella regione mediterranea.

In un’intervista concessa ieri a Liberation, Cramer  ricorda che «Il cambiamento (climatico), è adesso ed è proprio tra noi».

Il ricercatore dell’Imbe  evidenzia che «Questo riscaldamento produce già delle conseguenze. Per esempio, la canicola del 2003 è stata un momento chiave in Europa, con migliaia di morti. Dopo le canicole e le siccità si sono moltiplicate in giro per il mediterraneo, Sotto l’effetto del riscaldamento, dal 1999  sono state osservate anche delle canicole in mare con un tasso di mortalità molto importante di organismi come il corallo rosso, le spugne, le cernie e le murene. Dei pesci e dei crostacei delle acque calde colonizzano delle regioni dove prima non c’erano. Con l’innalzamento delle temperature in mare, le tempeste diventeranno più violente». Gli “eventi mediterranei”, come le inondazioni o la tempesta di vento e pioggia che ha colpito l’Italia in questi giorni, con il cambiamento climatico rischiano di diventare più intensi e frequenti.

Cramer è preoccupato per le ondate di caldo che colpiscono, «soprattutto i più vulnerabili  come le persone ansiane, ma anche i più poveri, che non hanno accesso alle stesse cure sanitarie. Globalmente, il numero di persone colpite da queste ondate di caldo aumenterà con il riscaldamento climatico, nei Paesi mediterranei come altrove. La probabilità che le malattie infettive delle zone calde, come il virus del Nilo, la dengue o la  chikungunya, si espandano a nord del Mediterraneo è sempre più forte. Questa espansione rappresenta una sfida per i sistemi sanitari di tutti i Paesi in questione. E’ importante notare che anche molte delle misure che migliorano la salute pubblica, come la riduzione dell’inquinamento prodotto dai trasporti,  aiuteranno a ridurre le emissioni di gas serra».

Il problema è che mentre la visibilità dei richi è sempre più evidente, anche sulla sponda nord del Mediterraneo, quella italiana ed europea, le misure di adattamento stentano a decollare.

Per Cramer, l’adattamento deve avvenire dappertutto: «La questione che si pone oggi è sapere fino a che punto possiamo adattarci, perché i cambiamenti non diventino troppo importanti. Per alcune regioni, non saremo in grado di risolvere il problema dell’aumento del livello del mare con la costruzione di argini. Ad un certo punto, l’adattamento non è più possibile o diventa troppo costoso. Il settore agricolo può adattarsi irrigando o modificando efficacemente il tipo di coltivazione, ma fino a che punto? Se non c’è più acqua, l’irrigazione diventa troppo costosa o impossibile. Una cosa è certa, dobbiamo decarbonizzare tutte le attività umane per mitigare i rischi climatici. Anche per questo, ci sono opportunità nella regione, ad esempio con metodi agricoli come l’agroecologia che possono contribuire allo stoccaggio di carbonio nei suoli».

C’è anche il problema del gap scientifico e tecnologico tra la costa nord e quella sud del bacino del Mediterraneo e Cramer  conclude ricordando che «Il Mediterraneo è un’area condivisa tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo. Quando ci immergiamo nella letteratura scientifica per stimare i rischi, osserviamo che ci sono molte più pubblicazioni nel Nord che nel Sud, il che pone un problema per comprendere le specificità locali dei cambiamenti climatici. Per rimediare a questo, l’Europa dovrebbe sostenere meglio i Paesi del Sud perché producano conoscenza. Per far questo la collaborazione scientifica tra ricercatori di entrambe le rive  del Mediterraneo è una buona strada».