Il passato che ritorna: dal global warming del Pliocene l’allarme per la calotta polare antartica

Con le stesse condizioni di temperature e con l’attuale trend di emissioni il mare salirà di 20 metri

[23 luglio 2013]

Nature Geoscience ha pubblicato lo studio Dynamic behaviour of the East Antarctic ice sheet during Pliocene warmth, frutto del lavoro di un numerosissimo team internazionale di scienziati capeggiato dai ricercatori dell’Imperial College di Londra, nel quale si legge che «Gli intervalli caldi all’interno del Pliocene (5,33-2,58 milioni di anni fa) sono stati caratterizzati da temperature globali paragonabili a quelle previste per la fine di questo secolo e concentrazioni atmosferiche di CO2 simili a quelle odierne». Le stime sul livello globale degli oceani a quell’epoca comporta il possibile ritiro della calotta polare dell’Antartide orientale, anche se fino ad ora le evidenze per quanto riguarda il ghiaccio vicino al margine antartico erano scarse.

I ricercatori presentano nuovi dati sui sedimenti marini del Pliocene recuperati in mare aperto davanti alla Terra di Adelia, nell’Antartide orientale, «Che rivelano il comportamento dinamico della calotta polare antartica orientale in prossimità dei “low-lying Wilkes Subglacial Basin” durante i periodi climatici caldi». Le sequenze dei sedimenti depositatisi tra 5,3 e 3,3 milioni di anni fa «Indicano aumenti della produttività delle acque superficiali dell’Oceano australe, associati ad elevate temperature circum-antartiche. La provenienza geochimica del materiale detritico depositato durante questi intervalli caldi suggerisce l’erosione attiva di roccia continentale all’interno dei Wilkes Subglacial Basin, un’area oggi sepolta sotto la calotta polare antartica orientale». Secondo gli scienziati «Questa erosione sarebbe legata al ritiro del margine della banchisa di ghiaccio di diverse centinaia di chilometri nell’entroterra». La conclusione è che «Durante il Pliocene la calotta polare antartica orientale è stata sensibile al riscaldamento climatico».

Quindi i campioni di fango, trivellati ad oltre 3.000 metri di profondità sotto il livello del mare, hanno rivelato che lo scioglimento della calotta antartica è avvenuto più volte durante il Pliocene, dati che confermano che lo scioglimento parziale delle calotte dell’Antartide occidentale e della Groenlandia potrebbero provocare un aumento del livello dei mari di circa 10 metri. Ma i dati dicono anche che con il ritiro dei ghiacci dell’Antartide orientale si potrebbe arrivare velocemente a 20 metri.

I ricercatori dell’Imperial College dicono che «La comprensione di questo scioglimento dei ghiacciai durante il Pliocene può farci intuire quanto il livello del mare potrebbe salire come conseguenza del riscaldamento globale attuale. Questo perché il Pliocene aveva concentrazioni di anidride carbonica e temperature globali  simili alle attuali  ed a quelle previste per la fine di questo secolo».

Una delle autrici Tina Van De Flierdt, del dipartimento di scienze della terra e di ingegneria dell’Imperial College, sottolinea che «Il Pliocene aveva temperature che erano due o tre gradi più elevate di oggi e livelli di anidride carbonica nell’atmosfera simili a quelli odierni. Il nostro studio sottolinea che nel passato tali condizioni hanno portato ad una grande perdita di ghiaccio e ad aumenti significativi nel livello globale del mare. Gli scienziati prevedono che temperature globali ad un livello simile possono essere raggiunte entro la fine di questo secolo, quindi è molto importante per noi capire quali siano le possibili conseguenze».

La calotta polare antartica orientale è la più grande massa di ghiaccio sulla Terra, grande circa quanto l’Australia. Lo strato di ghiaccio, fin dalla sua formazione 34 milioni anni fa, ha sempre subito oscillazioni,  ma si pensava che si fosse stabilizzato a circa 14 milioni di anni fa. Invece il nuovo studio della composizione chimica delle carote di fanghi è stato in grado di determinare che la calotta polare si è parzialmente sciolta anche durante questo periodo “stabile”.

Il fango ha rivelato una impronta digitale chimica che ha permesso al team di risalire alla sua provenienza sul continente antartico: ha avuto origine da rocce che attualmente sono seppellite sotto la calotta glaciale e l’unico modo che questo fango ha avuto per raggiungere le profondità marine e che suoi sedimenti si siano depositati nell’oceano e questo è possibile solo con un arretramento della calotta nell’entroterra che ha eroso queste rocce.

I ricercatori suggeriscono che lo scioglimento della calotta di ghiaccio possa essere stato in parte causato dal fatto che in diverse parti poggi su  bacini sotto il livello del mare: «Questo mette il ghiaccio a diretto contatto con l’acqua di mare e quando c’è un riscaldamento dell’oceano, come avvenuto durante il Pliocene, lo strato di ghiaccio diventa vulnerabile allo scioglimento».

Un altro degli autori dello studio, Carys Cook, del Grantham institute for climate change, aggiunge: «Gli scienziati precedentemente consideravano che la calotta polare antartica fosse più stabile rispetto alle calotte molto più piccoli dell’Antartide Occidentale e della Groenlandia, anche se sono stati effettuati pochi studi sulla calotta polare orientale antartica. Ora il nostro lavoro dimostra che nel passato la calotta polare antartica orientale è stata molto più sensibili ai cambiamenti climatici di quanto si era creduto in precedenza. Questa scoperta è importante per la nostra comprensione di ciò che potrebbe accadere alla Terra se non affrontiamo gli effetti del cambiamento climatico».

Il prossimo passo del team internazionale di scienziati sarà quello di analizzare i campioni di sedimento per determinare quanto velocemente si sia sciolta la calotta polare antartica orientale durante il Pliocene. Questa informazione potrebbe essere utile in futuro per prevedere quanto velocemente lo strato di ghiaccio potrebbe sciogliersi a causa del global warming.