Il petrolio dopo il no di Obama all’oleodotto Keystone XL (VIDEO)

La bocciatura del mega-oleodotto delle sabbie bituminose non è né irrilevante né simbolica

[9 novembre 2015]

Keystone XL

Secondo Oil Change International, il no del presidente USA Barack Obama all’oleodotto Keystone XL  (KXL) «Segna un punto di svolta per le decisioni energetiche: in futuro, i responsabili politici saranno sotto pressione nel prendere in considerazione gli impatti sul clima di eventuali nuove politiche e delle infrastrutture. Ma non è solo la fissazione di una barra per le decisioni energetiche future: l’impatto sul clima dello stop a questo oleodotto è reale».

A fine ottobre proprio Oil Change International aveva pubblicato il rapporto “Lockdown: The End of Growth in the Tar Sands” che dimostra che ormai gli oleodotti esistenti nell’Alberta sfruttano già l’9%, se non di più, della produzione dello sporco petrolio delle sabbie bituminose canadesi e che «la produzione di sabbie bituminose non può crescere». Poche ore dopo l’uscita del rapporto la Shell aveva annullato il suo progetto di costruire l’oleodotto  di Carmon Creek, una condotta da 80.000 barili al giorno di petrolio delle sabbie bituminose  che era già mezzo costruito. L’unica motivazione fornita dalla multinazionale è stata «La mancanza di infrastrutture per spostare il petrolio greggio canadese verso i global commodity markets».

La bocciatura del Keystone XL potrebbe avere un effetto a cascata su altri 5 grandi progetti di oleodotti delle sabbie bituminose. Vediamo come sono messi politicamente:

Dopo la recente vittoria del Partito Liberale in Canada, dovrebbe essere defunto il Northern Gateway proposto dalla Enbridge, visto che il premier del nuovo governo,  Justin Trudeau, in campagna elettorale ha giurato che non ne avrebbe permesso la realizzazione.

L’espansione dell’oleodotto Trans Mountain di Kinder Morgan, che dovrebbe arrivare fino alla costa della British Columbia, è bloccata dalla crescente opposizione e dalle denunce legali delle First Nations, i popoli indigeni canadesi che hanno votato in massa per  Trudeau e il Nuovo Partito Democratico per evitare una nuova vittoria dei conservatori amici dei petrolieri.

Una serie di ampliamenti del sistema di condotte Enbridge Mainline sono stati ritardati dall’opposizione dei proprietari dei terre, della comunità indigene, delle amministrazioni locali e dalle autorità di regolamentazione, mentre cresce l’opposizione dell’opinione pubblica.

L’espansione dell’Alberta Clipper, che fa parte dell’Enbridge Mainline,  in attesa di una decisione del Dipartimento di Stato, e il tentativo della compagnia di aggirarla con un trucco è sotto esame da parte dei tribunali federali dopo che Enbridge  è stata denunciata.

La Energy East pipeline, che aveva già subito un ritardo di due anni, ha appena abbandonato la ricerca di  un secondo terminal portuale, rafforzando così ulteriormente la convinzione del governo del Quebec che il progetto non fornisca alla provincia francofona canadese nessun vantaggio economico rispetto ai grossi rischi di una fuoriuscita. A ottobre un sondaggio ha rivelato che il 96% degli abitanti di Montreal è contrario all’oleodotto.

E non saranno i treni petroliferi a prendere i posti del KXL. A dirlo è la stessa industria petrolifera: secondo Stewart Hanlon, Presidente & CEO di Gibson Energy, «Trasportare greggio via terra non è una panacea. Non sostituirà le condotte». Eppure, dopo l’annuncio di Obama,  alcuni commentatori (spesso gli stessi che scrivevano fino a poche ora prima che il Keystone XL era essenziale per l’economia e il lavoro USA) hanno risposto con una scrollata di spalle e, citando un recente articolo del Wall Street Journal,  hanno sottolineato che il petrolio delle sabbie bituminose canadesi scorre già a fiumi e in quantità record negli USA. Sembra la favola della volpe e l’uva, visto che il Keystone XL doveva servire ad eliminare le strozzature dei nuovi oleodotti costruiti negli ultimi due anni in Oklahoma e in Texas che a loro volta avevano allentato le strozzature del passato. Il no al K XL più che una strozzatura rischia di diventare un cappio stretto al confine USA-Canada.

Agli amici dei combustibili fossili che oggi dicono che la decisione di Obama non è importante, il movimento per il clima ribatte che la sua lunga e durissima lotta contro la lobby fossile è riuscita a fare in modo che un’enorme quantità di carbonio resti al sicuro nel sottosuolo. Stephen Kretzmann, direttore esecutivo di Oil Change International, ricorda ai minimizzatori di oggi cosa è successo: «Oltre due anni fa, il presidente parlò alla Georgetown University e indicò un semplice ma potente criterio di valutazione delle politiche e dei progetti. Se peggiora ilcambiamento climatico, non è nell’interesse nazionale. IL Presidential Climate Test di Obama è ora il nuovo gold standard per la valutazione della politica energetica e lo ringraziamo per la sua progettazione e la sua applicazione. Il respingimento dell’oleodotto  Keystone XL per motivi climatici è davvero un’eredità durevole e forte del presidente Obama che le generazioni future giustamente vedono come un punto di svolta nella lotta contro l’energia sporca, l’avidità delle corporations e per la sicurezza climatica. La Keystone XL pipeline delle sabbie bituminose è ora il primo progetto per il carburante fossile che sia mai stato esplicitamente respinto per motivi climatici. Non sarà l’ultimo».

David Turnbull, direttore campagne di Oil Change International, aggiunge: «La decisione di oggi segna l’inizio di quello che dovrebbe essere una nuova era nel processo decisionale per la politica energetica. Non è più possibile che le nostre scelte energetiche siano separate dai nostri imperativi climatici. Non permetteremo più alle Big Oil di dettare il nostro futuro. Questa è una vittoria rappresenta un precedente per il movimento, ormai di massa, contro le Big Oil e per il clima. Il presidente Obama ha avuto il merito di dar retta alle richieste degli scienziati del clima e di un’incredibile coalizione di forze popolari che hanno resistito a questo progetto come mai prima».

Ora ci si aspettano le reazioni dei Repubblicani USA che possono ancora utilizzare qualche trucchetto legislativo per tentare di fa approvare il KXL contro la volontà di Obama. Quando Mitch McConnell diventò leader della maggioranza repubblicana al Senato disse subito che l’approvazione del Keystone XL era la  sua prima priorità, anche per ringraziare le Big Oil che avevano investito più di 60 milioni di dollari nelle elezioni di mezzo termine per garantirsi una maggioranza filo-fossili al Congresso USA. I Repubblicani potrebbero essere tentati di fare ostruzionismo sul bilancio per costringere Obama a trattare sul KXL, come fecero nel 1995 con Bill Clinton, cercando di imporgli l’apertura alle trivellazioni petrolifere nell’Arctic National Wildlife Refuge. Ma Clinton  mise il veto sulla modifiche all’’intero bilancio federale per bloccare quel singolo provvedimento, cosa che probabilmente farà anche Obama.

Ma gli ambientalisti hanno poco tempo per festeggiare. Come ha detto subito Bold Nebraska, un gruppo che ha guidato la lotta contro il  KXL nello Stato, bisogna ancora lottare contro i tentativi di indebolire i controlli pubblici sugli oleodotti e su altri progetti dannosi per l’ambiente, come il fracking.

La multinazionale che voleva costruire il KXL, TransCanada  ha detto cercherà altri modi per spedire il petrolio delle sabbie bituminose alle raffinerie texane. Eppure fino a pochi giorni fa diceva che era addirittura impossibile modificare il percorso del KXL in Nebraska e che l’alternativa ferroviaria non era percorribile, perché il crude-by-rail non è né conveniente né politicamente popolare a causa dei continui incidenti con esplosioni. Probabilmente TransCanada punterà sull’oleodotto  East Energy che, come si è visto, ha già una fortissima opposizione pronta alla lotta.

E’ chiaro che le devastanti estrazioni delle sabbie bituminose continueranno a produrre il greggio più sporco del mondo, ma la bocciatura del  KXL rappresenta  una grave minaccia per la loro espansione. L’avvio della produzione di greggio delle sabbie bituminose è molto costoso e, anche quando il petrolio era ancora a 90 dollari al barile, diverse multinazionali annullarono i loro progetti di sfruttamento delle sabbie bituminose.  Ora che il prezzo del barile di petrolio è a meno della metà, le sabbi bituminose sono fuori mercato, anche se ci fosse un oleodotto per il trasporto a buon mercato del loro greggio verso  le raffinerie.

Quindi, senza KXL, un minor numero di imprese vorranno correre il rischio delle sabbie bituminose. Ma la cosa altrettanto importante è che il no al KXL invia un segnale sia agli investitori che ai politici e all’opinione pubblica: bisogna essere molto preoccupati per l’impatto delle sabbie bituminose sul clima.

Resta un problema da risolvere: quello dei tubi. TransCanada era così sicura che il Keystone XL sarebbe stato approvato che aveva ordinato  661.670 tonnellate di tubazioni. Non si sa quante ne siano state  consegnate ma nel 2011 un rapporto della Cornell University aveva individuato 70.000 di tonnellate di tubi che erano già stati scaricati nei porti degli Stati Uniti. Dopo 4 anni saranno sicuramente molti di più. Ma i tubi del KXL non finiranno certo in discarica: TransCanada  aveva bisogno dell’approvazione federale USA per KXL solo perché attraversava il confine nazionale Canada-USA, ora potrà comunque utilizzare gran parte o la totalità di quei tubi per i suoi molti oleodotti già approvati negli USA e in Canada. Se non basteasse, può sempre rivenderli. Qualcuno ha bisogno di un paio di centinaia di miglia di tubi da 36 pollici?

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