India, il ciclone Phailin e i cambiamenti climatici: unire i puntini

Rimasto fuori dalla discussione l’elefante che è nella stanza: il global warming

[16 ottobre 2013]

di Chaitanya Kumar, coordinatore campagne di  350.org per l’Asia meridionale* 

Negli ultimi due giorni, sono stato incollato al mio schermo televisivo mentre un reporter dopo l’altro si trovava sotto la pioggia e sfidava le raffiche di vento per dare al mondo un resoconto molto dettagliato del ciclone Phailin che ha colpito la costa marina orientale dell’India. Questo reportage è stato impareggiabile soprattutto in confronto del reporting sul massiccio super-ciclone che ha colpito la stessa regione nel 1999. Ventiquattro ore di trasmissione garantita sulle inondazioni provocate dal ciclone sugli schermi TV nello stesso istante in cui devastava villaggi e città attraverso l’India.

Anche con tutta la tecnologia ed il cicaleccio del Trp (Target rating points, l’indice di ascolto, ndt)  una questione vitale è finora rimasta fuori dalla discussione, che è l’elefante nella stanza, il global warming . Sono stato rimproverato più volte da individui famosi nel campo della scienza di collegare qualsiasi evento atmosferico unico al cambiamento climatico ed è giusto così, semplicemente non è scientifico battere il tamburo dei cambiamenti climatici per la causa della mia campagna. Ma quando questi stessi scienziati, tutti e 800, stabiliscono in modo inequivocabile che gli eventi climatici estremi sono in aumento e che Paesi come l’India sono altamente vulnerabili, trovo controproducente non unire i puntini dal ciclone Phailin ai cambiamenti climatici.

Diamo un breve sguardo alla scienza. Cicloni sono sistemi a bassa pressione che si formano sopra gli oceani tropicali caldi. Traggono energia dalle acque più calde e non lo fanno a meno che le temperature non siano più di 26,5 gradi Celsius. La temperatura registrata nel Golfo del Bengala, dove Phailin si è sviluppato era di 28 – 29 gradi con altissimo contenuto di calore. Le variazioni di temperatura della superficie del mare nel corso degli ultimi decenni nel Golfo del Bengala mostrano un trend in aumento, particolarmente pronunciato dal 1992. Secondo il Dr. Jeff Masters WunderBlog: «In effetti, ventisei dei trentacinque cicloni tropicali letali nella storia del mondo sono state tempeste nel Golfo del Bengala. Nel corso degli ultimi due secoli, il 42% dei morti della Terra associati a cicloni si sono avuti in Bangladesh ed il 27% si sono verificati in India».

L’Overseas Development Institute (Odi), un influente think tank affermato nel suo nuovo rapporto dal titolo “Geography of poverty, disasters and climate extremes in 2030” che l’India è al primo posto  per il rischio di catastrofi meteorologiche estreme: «Nel corso di due decenni molte parti dell’India – tra cui l’Andhra Pradesh – saranno sempre più esposte ai disastri. L’attenzione su come potranno essere i disastri mortali non dovrebbe oscurare il fatto che molte case, ospedali, negozi e scuole saranno stati gravemente colpiti. in modi che porteranno le persone alla povertà», ha detto il dottor Tom Mitchell dell’Odi.

Il cambiamento climatico riguarda tanto la politica quanto la scienza ed agire rispetto ad esso richiederebbe una mobilitazione politica preceduta da una maggiore domanda pubblica di riconoscere ed agire per questo pericolo chiaro ed attuale.

Risposta dell’India di Phailin è stato encomiabile. Oltre 800.000 persone sono state spostate nella più grande evacuazione della storia indiana e il tasso di mortalità è stato notevolmente basso. Con il rapido dispiegamento di esercito, marina, guardia costiera e delle altre forze della riserva, insieme ai centri di accoglienza provvisori, sono state salvate migliaia di vite. Ma la preparazione alle catastrofi riguarda tanto circa i mezzi di sussistenza quanto le vite umane e l’impatto del ciclone è stato devastante, con 9 milioni di persone colpite ed enormi perdite per le colture e le abitazioni. La riabilitazione e il ripristino delle condizioni di vita è un compito arduo. Phailin dovrebbe quindi essere per noi un altro duro monito per riflettere sull’adattamento climatico in quella che è ormai una nuova normalità del tempo del nostro pianeta.

Le inondazioni nell’Uttarakhand a giugno, Phailin oggi ed altri disastri attendono India domani. L’ignoranza e la negazione non sono più un’opzione e un’ulteriore inerzia sarà a nostro rischio e pericolo.

*Questo articolo è stato pubblicato il 14 ottobre 2013 sull’edizione Usa di The Huffington Post  con il titolo “Phailin and Climate Change, Connecting the Dots e poi sulla pagina Facebook di 350.org India e su altri siti dell’associazione