In India l’inquinamento fa perdere più di tre anni di vita. Pesanti costi economici

Il governo tra il no al piano nazionale sui gas serra e l’accordo climatico con gli Usa

[25 febbraio 2015]

Nell’inchiesta “Lower Pollution, Longer Lives –  Life Expectancy Gains if India Reduced Particulate Matter Pollution”, pubblicata dall’Economic & Political Weekly, si legge che «La popolazione indiana è esposta a livelli pericolosamente alti di inquinamento atmosferico» e, utilizzando una combinazione di dati al suolo e satellitari, lo studio stima che«660 milioni di persone, più della metà della popolazione indiana, vivono in aree che superano l’Indian National Ambient Air Quality Standard per l’inquinamento da particolato fine».

I ricercatori indiani stimano che riducendo l’inquinamento in queste, adeguandosi agli standard, aumenterebbe l’aspettativa di vita degli indiani  di 3,2 anni in media, per un totale di 2,1 miliardi di anni di vita. Inoltre, il rapporto ha rilevato che il 99,5% della popolazione indiana vive in regioni con livelli di inquinamento atmosferico superiori a quelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità, che sono più severe rispetto alle norme nazionali dell’India.

Gli autori dello studio sono convinti che l’India possa ridurre l’inquinamento dell’aria e continuare nella sua crescita economica e che lo dovrebbe fare, se il governo vuole che gli indiani vivano più a lungo e in maniera più produttiva.  Su Economic & Political Weekly chiariscono: «Mentre l’aria più pulita ha dei costi, questo lavoro ha chiarito che ci sono benefici sostanziali in termini di vite più lunghe. Le persone che vivono più a lungo sarebbero disponibili per contribuire all’economia dell’India per più anni, al di là dell’importanza per loro e le loro famiglie di una vita più lunga. Inoltre, non sembra  davvero inverosimile supporre che l’aria più pulita rende ancora più produttivi grazie ai ridotti tassi ridotti di malattie».

Secondo lo studio l’India dovrebbe fare molti cambiamenti politici se vuole davvero affrontare il devastante  inquinamento delle sue città. Ad esempio dovrebbe istituire altre stazioni di monitoraggio dell’aria per migliorare meglio l’accuratezza e la completezza del monitoraggio dell’inquinamento. La capitale cinese Pechino dispone di 35 stazioni di monitoraggio, mentre la città in India con il maggior numero di stazioni di monitoraggio, Kolkata, ne ha 20. Con questa carenza di dati risulta difficile stimare il costo reale dell’inquinamento atmosferico dell’India. In un’intervista all’Huffington Post Green, Sarath Guttikunda, che lavora per Urban Emissions, una società che si occupa di qualità dell’aria, ha detto che «In India tutto si riduce a una mancanza di dati di monitoraggio. Se non si dispone di sufficienti informazioni di monitoraggio, per prima cosa non si sa quante sono le emissioni». Ma l’inchiesta/studio afferma anche che l’India dovrebbe anche aggiornare le sue leggi e regolamenti ambientali secondo il principio “chi inquina paga”, mentre le attuali sanzioni penali sono così dure da non essere applicate e finiscono per favorire la corruzione e l’impunità dei grandi inquinatori.

L’India è il terzo emettitore di CO2 del mondo dopo Cina ed Usa e le sue emissioni di carbonio sono in costante aumento dal 1970, le sue città sono le più inquinate del pianeta, ma nel settembre 2014, il ministro dell’ambiente indiano Prakash Javadekar, in un’intervista al New York Times ha annunciato che l’India non avrebbe presentato un piano nazionale di riduzione delle emissioni prima della Conferenza delle Parti Unfccc di Parigi,  perché le priorità del governo centrale erano altre: lotta alla povertà e crescita economica, che richiederanno un maggior utilizzo di energia e di carbone. «Tagliare? – aveva detto Javadekar – Questo è per i Paesi più sviluppati. Il principio morale della responsabilità storica non può essere spazzato via». Ma lo studio dice che la destra induista al potere a New Dehli  ha di fronte a se una colossale responsabilità morale e storica verso la sua popolazione, destinata a diventare la più numerosa del pianeta e che già soffre per la crescente ineguaglianza sociale e che ha centinaia di milioni di denutriti.

Infatti l’inquinamento atmosferico in India, che proviene in gran parte dal traffico e dalla combustione di combustibili fossili, ma anche dalle stufe e cucine obsolete in uso nelle aree rurali e nelle poverissime  periferie delle megalopoli, sta richiedendo un pesante pedaggio, anche economico: uno studio, “Recent climate and air pollution impacts on Indian agriculture” pubblicato nel 2014 su Pnas, da Jennifer Burney e V. Ramanathan dell’Università della California-San Diego ha scoperto che l’inquinamento atmosferico in India, in particolare il “carbon black” e l’ozono troposferico, stanno riducendo quasi a metà le rese dei raccolti di grano e riso quasi a metà. Si tratta di un dato molto preoccupante per l’India – e per il resto del mondo – dato che il Paese è uno dei principali esportatori di riso. Sempre nel 2014, un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità ha reso noto che 13 dei 20 città più inquinate del pianeta sono in India, e che la capitale New  Dehli è la più inquinata del mondo. I calcoli politici del ministro Javadekar potrebbero rivelarsi disastrosi proprio per la lotta alla povertà e per la crescita economica.

E’ anche vero che l’India punta a diventare un leader mondiale delle energie rinnovabili e che sta costruendo il più grande impianto solare del mondo nel Madhya Pradesh e che una correzione di rotta c’è stata con l’accordo firmato a gennaio dal presidente Usa  Barack Obama e dal premier indiano Narendra Modi per una  partnership Usa-India per la lotta al cambiamento climatico. Ma come ricorda lo studio dall’Economic & Political Weekly, «Oggi, mentre molti indiani sono esposti a livelli pericolosi di inquinamento atmosferico che accorciano loro la vita e frenano l’economia indiana, sono disponibili una varietà di soluzioni politiche efficaci che possono ridurre in maniera efficiente questa piaga. C’è l’opportunità di scegliere una vita più lunga e sana, e più produttiva, per centinaia di milioni di indiani».