A Bruxelles un giorno grigio per l’industria verde europea

Adottato il Libro bianco clima-energia 2030 e la comunicazione per una rinascita industriale

[22 gennaio 2014]

Il giorno in cui l’industria torna a vivere in Europa già non si sente molto bene. Se apre gli occhi e guarda al futuro scopre di essere rimasta indietro, in un mondo che corre veloce. Certo, almeno oggi parlare di industria non è più un tabù, tant’è che la Commissione europea non a caso ha adottato oggi una comunicazione intitolata Per una rinascita industriale europea; quindici anni fa, quando le discussioni politiche erano spostate verso un’auspicata Europa post-industriale sarebbe stato impensabile. Oggi ci siamo resi conto che senza industria l’Europa non è in grado di navigare nelle agitate acque dell’economia internazionale. Il problema è che ancora non sappiamo bene di quale industria stiamo parlando.

L’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere entro il 2020 un contributo dell’industria al Pil dell’Ue del 20% (oggi siamo al 15,1%). «Con l’iniziativa odierna – commenta Antonio Tajani, il Commissario responsabile per l’Industria e l’imprenditoria – la Commissione invia un segnale chiaro che per creare nuovi posti di lavoro sono indispensabili una reindustrializzazione e una modernizzazione urgenti della nostra economia». L’eredità della crisi è grave: 3,5 milioni di posti di lavoro sono stati persi dal 2008, ma l’industria è comunque all’origine di oltre l’80% delle esportazioni europee e delle attività di ricerca e innovazione, e circa un posto di lavoro su quattro nel settore privato appartiene all’industria e si tratta spesso di posti di lavoro altamente qualificati; inoltre, ogni nuovo posto di lavoro creato nell’industria manifatturiera è all’origine di 0,5-2 posti di lavoro in altri settori.

Di fronte a questi numeri è pacifico il perché la Commissione Ue abbia deciso di valorizzare finalmente il settore, mettendo in campo anche fondi cospicui. Con l’adozione del nuovo quadro finanziario pluriennale europeo per il 2014-2020, comunica oggi la Commissione, almeno 100 miliardi di euro (in 7 anni) sono a disposizione per finanziare il sostegno all’industria, con un focus in sei aree fondamentali: manifatturiero avanzato, tecnologie abilitanti fondamentali (come la nanotecnologia o la microelettronica), veicoli per trasporti puliti, prodotti bio-tech costruzioni e materie prime e reti intelligenti.

Tra tutti questi settori non compare la green economy. Potrebbe essere una buona notizia: magari la Commissione è tanto avanti da rendersi conto che non sarebbe più il caso di parlarne come un settore a sé, ma di far sì che l’intera industria sia verde. Questa speranza ci mette però poco a sfumare. La sensazione netta è che, piuttosto, per la Commissione europea la rivoluzione dell’economia verde possa aspettare, rimanendo ai margini.

Oggi avrebbe potuto essere un giorno decisivo per dimostrare il contrario. Insieme alla comunicazione Per una rinascita industriale europea è stato adottato anche il Libro bianco clima-energia 2030, che imposta gli obiettivi europei in materia a lungo termine. Dopo una lunga battaglia in seno alla Commissione il documento che ne esce è di basso profilo – come abbiamo documentato qui e qui – ed è significativo che un accordo più ambizioso fosse osteggiato proprio dal commissario all’Industria, l’italiano Antonio Tajani, e dal collega per l’Energia Gunther Oettinger, entrambi preoccupati per l’impatto che avrebbe potuto avere sull’industria più tradizionale (inquinante ed energivora) europea.

Lo stesso commissario Tajani, che ha più volte dimostrato sensibilità verso temi propri della sostenibilità come il riciclo e l’utilizzo intelligente delle materie prime, alla vigilia della presentazione ha dichiarato al Sole24Ore che «la politica industriale è cosa complementare ma diversa – non in un rapporto di dipendenza, ma di autonomia – dalla politica energetica e dalla politica del cambiamento climatico». Ognuno pensi per sé, dunque, l’industria europea in questo frangente di crisi non può permettersi invasioni di campo ambientaliste.

Peccato che proprio l’economia verde, spesso osteggiata, abbia creato dal 180mila posti di lavoro all’anno in Europa dal 1999 al 2008, arrivando oggi a dare occupazione a 3,5 milioni di europei. Quelle che offre sono attività ad alto tasso di innovazione, più difficilmente delocalizzabili o automatizzabili e preziose per mantenere alta la qualità della vita minimizzando gli impatti sul clima e i servizi ecosistemici fondamentali, già oggi profondamente deteriorati.

Oggi la Commissione europea ha fatto un passo avanti con il Libro bianco clima-energia 2030 e la comunicazione sulla rinascita industriale, ma troppo debole. Con la politica dei piccolissimi passi è impossibile poter prendere la rincorsa: una volta davanti a un burrone non si salta, al massimo si sprofonda con grazia. Se l’economia europea non riesce a rendersi conto che è lei a far parte dell’ambiente e a doverne rispettare i limiti (ne è dipendente, per parafrasare Tajani) e non il contrario dunque potrà anche rinascere, ma lo farà già morta.