In Italia crescono i sussidi alle fonti fossili, costano più degli incentivi alle rinnovabili

Legambiente: «Spesi 14,8 miliardi di euro nell’ultimo anno». Nonostante gli impegni per il clima

[17 novembre 2016]

Mentre il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti è a Marrakech per ribadire in seno alla Cop22 il fermo impegno dell’Italia nella lotta ai cambiamenti climatici, da Legambiente arriva l’aggiornamento del dossier Stop sussidi alle fonti fossili a chiarire che qualcosa non torna: il nostro Paese continua imperterrito a sussidiare la sopravvivenza dei combustibili fossili più di quanto non incentivi la scalata delle energie rinnovabili.

Per le fonti pulite investiamo in media circa 10 miliardi di euro l’anno: risorse (in gran parte già spese, il picco degli incentivi è stato già raggiunto e caleranno) che ci mettono al passo col futuro creando lavoro e innovazione, contrastando i cambiamenti del clima e l’inquinamento – entrambi fenomeni assai costosi – permettendo risparmi sul medio-lungo periodo. Al contempo, però, l’Italia continua a foraggiare l’industria fossile con sussidi senza i quali difficilmente potrebbe reggersi in piedi: con quali costi? Mentre quelli inerenti le rinnovabili vengono puntualmente diffusi dalle istituzioni, in questo caso tocca agli ambientalisti indagare. «Compito non facile – assicurano da Legambiente – considerata la scarsa trasparenza relativa al tema».

Alla fine dei conti Legambiente ha individuato in collaborazione con l’organizzazione internazionale  indipendente InfluenceMap «14,8 miliardi di euro all’anno di sussidi diretti o indiretti alle fonti fossili» erogati in Italia nell’ultimo anno. 100 milioni di euro in più rispetto a quelli individuati nel precedente dossier. Risorse pubbliche per i fossili, rivolte «al consumo o alla produzione, da esoneri dall’accisa a sconti e finanziamenti per opere, distribuiti tra autotrasportatori, centrali per fonti fossili e imprese energivore e aziende petrolifere. Tutte attività che inquinano l’aria, danneggiano la salute e sono la principale causa dei cambiamenti climatici». E non è certo l’unico paradosso ambientale in Italia, dove ad esempio si continua ad incentivare la termovalorizzazione dei rifiuti ma non il loro riciclo.

A peggiorare la situazione è il contesto internazionale. Secondo il Fondo monetario internazionale, nell’ultimo anno i sussidi alle fonti fossili a livello mondiale sono stati pari a 5.300 miliardi di dollari, il 6,5% del Pil mondiale e più di tutta la spesa sanitaria pubblica.

Nonostante gli Accordi di Parigi sul clima e un’accresciuta attenzione internazionale rivolta ai cambiamenti climatici, i sussidi alle fonti fossili sono cresciuti «del 10,4% rispetto al 2013» stando ai dati dell’Fmi. «Questa crescita in Europa – spiegano da Legambiente – è stata superiore alla media globale e si prevede un ulteriore incremento del sostegno alle fonti fossili dell’11,6% con 231 miliardi di dollari di investimento. Tra i maggiori investitori, la Cina con 2.272 miliardi (+22%), seguita da Stati Uniti con 699 miliardi (+14%) e Russia con 335 miliardi (5.7%)». In Europa «la maggior sostenitrice delle fonti fossili è la Germania con 55,6 miliardi di dollari (+10.5%)», con l’Italia che arriva a «13,2 miliardi». 1,6 in meno rispetto a quelli individuati da Legambiente, ma comunque più di quelli garantiti alle rinnovabili. E c’è di più: «Secondo l’ultimo rapporto di InfluenceMap, tra i paesi del G7 l’Italia è quello con i maggiori sussidi alle fonti fossili in rapporto al Pil. Siamo allo 0,63% a fronte di una media europea dello 0,17% e molto oltre lo 0,20% degli Stati Uniti e lo 0,23% della Germania».

«Il nostro Paese – commenta il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini – continua a comportarsi come se il problema dei sussidi alle fonti fossili semplicemente non esistesse, quando tutte le istituzioni internazionali hanno messo in evidenza come siano una barriera per lo sviluppo di un economia decarbonizzata. Anche la legge di Stabilità 2017 ignora l’argomento e prevede ancora sussidi diretti e indiretti alle fossili. Eppure, oggi le energie pulite sono competitive da un punto di vista dei costi e cancellando questi sussidi potrebbero crescere anche senza incentivi».

Tra l’altro, pochi paesi al mondo avrebbero più interesse a ridurre i consumi energetici: «L’Italia dipende dall’estero per l’approvvigionamento e nel 2015 ha speso 34,4 miliardi di euro, calcolando il saldo fra l’esborso per le importazioni e gli introiti derivanti dalle esportazioni».

Cancellare i sussidi alle fonti fossili sarebbe dunque un intervento a “costo zero” per le casse dello Stato, ma a tutto vantaggio di un più sostenibile modello di sviluppo. «Dopo la vittoria negli Stati Uniti di Trump – chiosa Zanchini – il mondo ha bisogno di scelte chiare per fermare i cambiamenti climatici. Cancellare i sussidi alle fonti fossili è infatti la strada più semplice e lungimirante per aprire nel nostro paese uno scenario d’innovazione, con maggiori opportunità e lavoro».

È necessario però muoversi il più rapidamente possibile: con il trend attuale delle emissioni globali già nei prossimi 5-9 anni si consumerà il carbon budget, la quota di emissioni complessive rimanenti che consentirebbero di stare entro +1.5°C come previsto dall’Accordo di Parigi. E il pianeta non aspetta le leggi di Bilancio.