La CO2 delle antiche foreste tropicali rivela il cambiamento climatico futuro

Le modifiche nelle foreste tropicali possono avere un forte impatto sui cambiamenti climatici

[25 ottobre 2016]

All’Università della California – Davis sottolineano che «L’ultima volta che la Terra ha sperimentato sia le calotte di ghiaccio che i livelli di anidride carbonica entro il range previsto per questo secolo è stato durante un periodo di crescita importante del livello del mare, di scioglimento delle banchise e di  sconvolgimento delle foreste tropicali».

E’ quanto viene fuori dallo studio “Climate, pCO2 and terrestrial carbon cycle linkages during late Palaeozoic glacial–interglacial cycles”, finanzuiato da National science foundation Usa ed  European research council e pubblicato su Nature Geoscience da un team di ricercatori statunitensi e irlandesi che evidenzia come all’epoca la ripetuta “ristrutturazione” delle foreste tropicali abbia svolto un ruolo importante nei cicli climatici più caldi e più freddi.

Utilizzando foglie fossili e minerali formatisi al suolo, il team internazionale di ricercatori han ricostruito gli antichi livelli di anidride carbonica atmosferica tra 330 a 260 milioni di anni fa, quando l’ultimo ghiaccio rimasto copriva solo le regioni polari e le grandi foreste pluviali si estendevano su tutti i tropici, lasciando la loro traccia nei giacimenti di carbone.

Secondo gli scienziati dell’UC-Davis che hanno guidato questa ricerca nelle profondità del tempo del nostro pianeta  «Harivelato fluttuazioni precedentemente sconosciute di biossido di carbonio atmosferico ai livelli previsti per il XXI secolo e mette in evidenza il potenziale impatto che la perdita delle foreste tropicali può  avere sul clima».

La principale autrice dello studio, Isabel Montañez, del Department of earth and planetary sciences dell’UC- Davis, sottolinea: «Abbiamo dimostrato che il cambiamento climatico non interessa solo i piante, ma che le risposte delle piante al clima possono a loro volta avere un impatto sul cambiamento climatico, finendo per  amplificarlo  e in molti casi con esiti imprevedibili. La maggior parte delle nostre stime sui futuri livelli di anidride carbonica e sul lima non tengono pienamente conto dei vari feedback che coinvolgono le foreste, così le attuali proiezioni probabilmente sottostimano l’entità del flusso di anidride carbonica nell’atmosfera».

Proprio come nel recente passato gli oceani hanno rappresentato il principale pozzo di carbonio, 300 milioni di anni fa le foreste tropicali hanno stoccato enormi quantità di CO2 durante questi antichi periodi glaciali. Lo studio indica che «Gli spostamenti ripetuti nelle foreste tropicali in risposta ai cambiamenti climatici sono stati sufficienti a spiegare tra le 100 e 300 parti per milione nei cambiamenti dell’anidride carbonica stimati  durante i cicli climatici di quel periodo».

Mentre i biologi vegetali hanno studiato come i diversi alberi e colture rispondono ai crescenti livelli di anidride carbonica, questo studio è uno dei primi a dimostrare che quando le piante modificano le lorio funzioni si hanno aumenti o cali di CO2 e che questo può avere grande impatto, anche per i picchi di  estinzione.

Uno dei co-autori dello studio, il paleobiologo della Smithsonian Institution  William DiMichele, spiega a sua volta: «Osserviamo un grande resilienza della vegetazione ai cambiamenti climatici, milioni di anni di composizione e struttura stabile nonostante i cicli glaciali-interglaciali. Ma siamo arrivati a capire che ci sono soglie che, quando vengono oltrepassate, possono essere accompagnate da cambiamenti biologici rapidi e irreversibili».

La principale co-autrice, l’irlandese Jenny McElwain, docente di paleobiologia all’University College di Dublino, ha detto che «Lo studio indica che cambiamenti nei  gruppi di piante vengono colpiti dll’anidride carbonica in atmosfera in modo diverso. I giganti della foresta del periodo sono stati colpiti particolarmente duro perché, in quel momento, erano le piante più inefficienti di tutte, probabilmente perdevano  acqua come tubazioni  con i rubinetti aperti. I loro competitori forestali, come le felci arboree, sono stati in grado di surclassatli quando il clima era secco.”

Negli ultimi milioni di anni, la CO2 atmosferica è stata generalmente bassa ed ha prevedibilmente oscillato all’interno di 200 .  300 ppm. «Questo – spiegano i ricercatori –  ha sostenuto l’attuale icehouse – un tempo marcato dal ghiaccio continentale nelle regioni polari – nel quale si sono evoluti gli esseri umani. Questo trend è stato bruscamente interrotta dalla pronunciata crescita  dell’anidride carbonica nel corso degli ultimi 100 anni, fino all’attuale livello di 401 ppm , che non si vedevano sulla Terra  almeno negli ultimi 3,5 milioni di anni».

Il ritmo attuale, e senza precedenti, di aumento della CO2 atmosferica  aumenta le preoccupazioni per lo scioglimento delle calotte glaciali, per l’innalzamento del livello del mare, per un maggior cambiamento climatico e per la perdita di biodiversità, tutti fenomeni evidenti anche più di 300 milioni di anni, l’unica altro periodo nella storia della Terra quando un elevato livello di CO2 si è accompagnato alla presenza di ghiaccio nelle regioni polari.