Problemi per pesci, crostacei, molluschi e per le altre creature marine

La diminuzione dell’ossigeno negli oceani potrebbe diventare evidente già nel 2030

La deossigenazone degli oceani da cambiamento climatico supererà quella naturale

[29 aprile 2016]

ossigeno oceani

Una riduzione della quantità di ossigeno disciolto negli oceani causata dal cambiamento climatico è già visibile in alcune parti del mondo e tra il 2030 e il 2040 dovrebbe essere evidente in vaste regioni degli oceani, a dirlo è il nuovo studio “Finding forced trends in oceanic oxygen”, pubblicato su Global Biogeochemical Cycles da Matthew Long, del National Center for Atmospheric Research, Curtis Deutsch, della School of Oceanography dell’università di Washington, e Taka Ito, dell’Earth and Atmospheric Sciences del Georgia Institute of Technology.

Gli scienziati sanno da tempo che il riscaldamento climatico previsto ridurrà gradualmente  l’ossigeno nell’oceano e che così pesci, crostacei, molluschi, stelle marine ed altre forme di vita marina faranno fatica a respirare, ma non si capiva ancora quanto e come questa diminuzione di ossigeno attesa stia già avendo un impatto notevole.

Long sottolinea che «La perdita di ossigeno nel mare è uno dei gravi effetti collaterali del riscaldamento dell’ambiente ed è una grave minaccia per la vita marina. Dal momento che le concentrazioni di ossigeno nel mare variano naturalmente a seconda delle variazioni de venti e della temperatura in superficie, è stato impegnativo  attribuire una deossigenazione ai cambiamenti climatici. Questo nuovo studio ci dice quando possiamo aspettarci che l’impatto del cambiamento climatico a sopraffaccia la variabilità naturale».

Al National Center for Atmospheric Research (NCAR) spiegano che «L’intero oceano – dalle profondità alle e secche – prende il suo apporto di ossigeno dalla superficie, sia direttamente dall’atmosfera che dal fitoplancton che rilascia ossigeno nell’acqua attraverso la fotosintesi. Tuttavia, con  il riscaldamento le acque superficiali assorbono meno ossigeno. E in un doppio problema: l’ossigeno che viene assorbito ci mette di più ad arrivare fino all’oceano più profondo. Questo perché l’acqua si riscalda, si espande, diventando più leggera dell’acqua sottostante ed ha meno probabilità di affondare. Grazie al riscaldamento e al raffreddamento naturali, le concentrazioni di ossigeno sulla superficie del mare sono in continua evoluzione, e questi cambiamenti possono persistere per anni o addirittura decenni nelle profondità dell’oceano. Ad esempio, un inverno eccezionalmente freddo nel Pacifico settentrionale consentirebbe alla superficie dell’oceano di assorbire una grande quantità di ossigeno. Grazie al modello circolazione naturale, quindi l’ossigeno arriverebbe più in profondità all’interno nell’oceano, dove potrebbe essere ancora rilevabile  anni più tardi mentre viaggia lungo il suo percorso di flusso. Il rovescio della medaglia e che il tempo insolitamente caldo potrebbe portare a “zone morte” naturali in  mare, dove i pesci e altra vita marina non possono sopravvivere».

Per studiare l’impatto dei cambiamenti climatici oltre la variabilità naturale, il team di ricercatori statunitensi  ha utilizzato il supercomputer di Yellowstone, gestito dal NCAR, per sviluppare un modello per il periodo 1920 – 2100 e  le minuscole variazioni della temperatura dell’aria. Gli sienziati hanno così scoperto che quelle piccole differenze crescevano e si estendevano, producendo una serie di simulazioni climatiche utili per lo studio della variabilità e del cambiamento negli oceani. Utilizzando queste simulazioni  per studiare l’ossigeno disciolto i ricercatori ono risaliti a quali concentrazioni e variazioni ci sono state nel passato Con queste informazioni hanno potuto determinare quando la deossigenazione dell’oceano causata  dei cambiamenti climatici rischia di diventare più grave che in qualsiasi momento storico analizzato con il supercomputer.

Secondo i ricercatori, «La deossigenazione causata dai cambiamenti climatici potrebbe già esse rilevata nell’Oceano Indiano meridionale e in parti dei bacini del Pacifico tropicale orientale e dell’Atlantico» e hanno inoltre stabilito che una più diffusa deossigenazione causata dai cambiamenti climatici potrebbe essere rilevabile tra il 2030 e il 2040, ma in alcune parti dell’oceano, comprese le zone al largo delle coste orientali dell’Africa, dell’Australia e del Sud-Est asiatico, la deossigenazione causata dai cambiamenti climatici non sarebbe evidente nemmeno nel 2100.

I ricercatori sono riusciti anche a rendere visivamente la distinzione tra deossigenazione causata dai processi naturali e la deossigenazione causata dai cambiamenti climatici ed hanno così creato mappe dei livelli di ossigeno nel mare. Da queste mappe risulta evidente che la deossigenazione da cambiamento climatico supererà quella naturale nel 2030. Le mappe potrebbero anche essere utili per decidere dove posizionare gli strumenti per monitorare i livelli di ossigeno negli oceani  in futuro, per ottenere una  migliore immagine degli impatti del cambiamento climatico. Attualmente le misure dell’ossigeno oceanico sono relativamente scarse.

Long conclude: «Abbiamo bisogno di osservazioni complete e continue di quello che stiamo facendo in mare, per confrontarle con quello che stiamo imparando dai nostri modelli e per comprendere il pieno impatto del clima che cambia».