La fusione della calotta glaciale 14.000 anni fa provocò un brusco innalzamento del livello del mare

Progetto italiano Arca: l’Artico si riscalda più rapidamente di qualsiasi altro luogo sulla Terra

[12 ottobre 2016]

calotta-glaciale

La Conferenza finale del progetto  Arctic: present climatic change and past extreme events (Arca), tenutasi a Roma,  ha rivelato che «Risale a circa 14mila anni fa l’ultima grande fusione della calotta glaciale artica che ha causato l’immissione negli oceani di grandi volumi di acque fredde e dolci, alterando la circolazione oceanica e innescando uno sconvolgimento climatico e ambientale fino alle zone tropicali».

Il progetto, finanziato dal ministero dell’istruzione, università e ricerca, è stato coordinato dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) ed ha visto la collborazione dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) e dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e puntava a «comprendere meglio i meccanismi che regolano la fusione della calotta polare artica e il flusso di acqua di fusione glaciale negli oceani,  quali  importanti fattori capaci di forzare i cambiamenti climatici».

Michele Rebesco e Renata G. Lucchi dell’Ogs, che hanno coordinato le attività del progetto volte a ricostruire con accuratezza gli eventi estremi di scioglimento dei ghiacciai artici attraverso indagini oceanografiche, geofisiche e geologiche a bordo della Nave Ogs-Explora e altre navi di ricerca straniere, hanno spiegato che «A partire da 20 mila anni fa, durante l’ultima deglaciazione, tali cambiamenti nella circolazione oceanica hanno causato fasi di raffreddamento del nord Europa. Fino ad allora la calotta glaciale occupava tutto il Mare del Nord e si estendeva fino all’Europa settentrionale. Sciogliendosi ha alterato l’equilibrio ambientale dando origine a periodi particolarmente freddi. Le acque di fusione glaciale hanno causato anche il trasferimento di grandi quantità di sedimenti e repentini innalzamenti del livello globale degli oceani, come l’imponente evento avvenuto 14 mila anni fa: in occasione del quale nelle aree tropicali le scogliere coralline hanno registrato un aumento di circa 20 metri del livello del mare nell’arco di soli 340 anni. Per la prima volta abbiamo trovato l’evidenza di quel catastrofico evento nei registri geologici delle aree polari».

Stefano Aliani, oceanografo dell’Istituto di scienze marine del Cnr che ha coordinato l’integrazione delle attività portate avanti dai diversi gruppi di ricerca, ha sottolineato che «I meccanismi che regolano la fusione della calotta polare artica e il flusso di acqua di fusione glaciale negli oceani sono molto complessi e la loro comprensione richiede l’integrazione di competenze multidisciplinari. Il confronto tra i risultati ottenuti attraverso le osservazioni del presente e quanto ricostruito per il passato, permette di verificare i punti di forza e quelli di criticità dei modelli sviluppati».

Stefania Danesi, geofisica dell’Ingv, ha evidenziato che «L’interazione tra gli oceani e i grandi ghiacciai di sbocco nelle regioni polari contribuisce al bilancio globale del livello marino. Attraverso lo studio dei dati sismici raccolti dalla rete sismica regionale Glisn (Greenland ice sSheet monitoring network) è possibile osservare eventi di distacco di grandi iceberg e, con l’analisi congiunta di immagini satellitari, è possibile stimare le variazioni spaziali e temporali del volume di perdita di ghiaccio dai maggiori fronti attivi».

I risultati del progetto Arca confermano che «L’Artico si sta riscaldando più rapidamente di qualsiasi altro luogo sulla Terra, e questo si traduce in un altrettanto rapido cambiamento ambientale. Negli ultimi anni in particolare appare evidente un’accelerazione dei cambiamenti, al punto che la possibilità che si ripetano eventi estremi non è più un’ipotesi remota. La piena comprensione del sistema climatico e delle forzanti che lo guidano è condizione essenziale per poter prevedere realistici scenari a breve-medio termine».