La Germania chiude 5 grosse centrali a carbone (ma dice no alla carbon tax)

La Merkel mette a tacere la CSU, per i socialdemocratici è un nuovo cedimento

[3 luglio 2015]

arbone tedesco

Dopo la catastrofe nucleare di Fukushima Daiichi Angekla Merkel, pressata dalle proteste organizzate dagli ambientalisti, dai Verdi che nei sondaggi erano diventati il primo partito tedesco ed impaurita da un’annunciata vittoria dei socialdemocratici, rinunciò al suo rinascimento nucleare da poco annunciato e dichiarò chiusa l’era dell’energia atomica in Germania. Una mossa che gli ha permesso di ri(stra)vincere le elezioni e di rimanere leader indiscussa dell’Europa dell’austerity.

La Merkel sembra aver imparato la lezione ed ora, mentre si avvicina la cruciale Conferenza delle parti Unfccc di Parigi a dicembre, ha imposto ad un riottoso consiglio dei ministri, durato 4 ore, la chiusura di alcune grosse centrali a carbone, facendo forse arrabbiare i suoi alleati bavaresi della CSU, il partito meno sensibile ai temi ambientali rappresentato nel Bundestag, ma respingendo anche le proposte “ambientaliste”  della SPD.

Inizialmente il ministro socialdemocratico dell’economia, Sigmar Gabriel, aveva proposto una tassa sul carbone che avrebbe costretto diverse utilities elettriche a disfarsi di buona parte dei loro impianti più inquinanti, ma si è scontrato con le proteste di industriali e sindacati che prospettavano la perdita di 100.000 posti di lavoro. Per la SPD, già dissanguata dalla Grosse Koalition con CDU e CSU, uno scontro con quel che rimane della sua base operaia sarebbe probabilmente insostenibile ed ha quindi alla fine accettato la proposta della Merkel: chiusura concertata delle centrali più inquinanti e nessuna carbon tax alla tedesca.

E’ la proposta approvata ieri che prevede la chiusura entro il 2020 delle centrali a carbone da 2.700 MW, gestite da colossi energetici come la tedesca RWE o la svedese Vattenfall. In tutto si tratterebbe di 5 centrali che, secondo quanto detto un portavoce del governo, non saranno normalmente autorizzate ad alimentare la rete e che saranno messe in standby, pronte però a rientrare in servizio in caso di emergenza. Ma tutte le altre centrali a carbone o a lignite, un pessimo carbone molto umido e molto abbondante in Germania, non saranno interessate dalla chiusura.

Se è vero che il 40% dell’elettricità tedesca viene prodotta con gas, eolico, solare ed alter energie rinnovabili, il governo ritiene comunque che, nel breve periodo, non possano essere incrementate in maniera così forte da rappresentare un “ponte” per superare l’utilizzo massiccio del carbone.

Insomma, un (nuovo) cedimento su tutta la linea della SPD, mentre la CSU fa finta di arrabbiarsi ma incassa il no alla carbon tax osteggiata dai suoi amici dell’industria energetica.

Comunque, con la chiusura di queste grandi centrali, la Germania spera di riuscire a ridurre del 40% le sue emissioni di CO2 entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990. Ora bisognerà vedere se gli operatori delle centrali a carbone, che considerano la chiusura un atto politico, chiederanno un indennizzo.

In ogni caso, anche se “ridotta”, la decisione del governo tedesco rappresenta un altro duro colpo per l’industria del carbone, sempre più contestata da cittadini e governi locali in molte zone della Germania e vittima della concorrenza del gas di scisto (e il fracking è un altro tema che divide il governo tedesco)  e del calo dei consumi energetici in Cina, tanto che, sia in Europa che negli Usa, le quotazioni del carbone sono ai livelli più bassi degli ultimi dieci anni.