La Grecia brucia, il Mediterraneo è in fiamme

Il cambiamento climatico è sbarcato sulla sponda nord del Mediterraneo e gli scafisti siamo noi

[24 luglio 2018]

Oggi i greci si sono svegliati con nelle narici il puzzo del fumo che sta divorando le loro foreste, e negli occhi la tragedia di Rafina: «Il sole è pallido e il cielo è quasi fumoso come lo era la notte scorsa»,  sottolinea l’editoriale dell’autorevole quotidiano ateniese Ekathimerini.

I morti negli incendi che stanno divorando le foreste intorno alla capitale Atene e più a sud sono ormai oltre 50, i danni enormi. Lo scenario apocalittico ricorda quello degli incendi che nell’estate del 2017 hanno devastato intere regioni dell’Italia meridionale, del Portogallo e della Spagna – e prima ancora nuovamente della Grecia – segnando il confine di fuoco di un riscaldamento globale che, come ci avevano informato gli scienziati allarmati e inascoltati, ha la sua frontiera avanzata proprio nel Mediterraneo. Boschi stressati, prosciugati, indifesi… gigantesche scatole di fiammiferi che lo zolfanello di un piromane o la cicca di un cretino possono trasformare in inarrestabili draghi di fuoco assassini.

La Grecia sfiancata dalla crisi economica e dalla cura ammazza-welfare imposta da Unione europea e Fondo monetario internazionale chiede disperata un aiuto che arriva da Bruxelles, da Israele e perfino dalla “nemica” Turchia. Ma i canadair stranieri non spegneranno le conseguenze di un disastro che ormai si ripete uguale e sempre più violento negli anni: un gigantesco cambiamento climatico e un innalzamento delle temperature che uno Stato sfiancato e indebolito dalla cura da cavallo dell’austerità non sembra in grado di affrontare.

Come scrive  Ekathimerini «il cambio di direzione del vento lunedì notte ha portato il fumo a sud verso l’aeroporto di Atene. La cenere ricopre il terreno, gli alberi e le macchine e gli abitanti tengono le finestre chiuse per impedire che il fumo e le ceneri entrino nelle loro case. Mentre a Rafina il numero dei cadaveri continua a salire, l’incendio che è iniziato sulle pendici orientali del Monte Penteli e si è diretto verso la costa orientale dell’Attica, oltre gli insediamenti di Neos Voutzas, Mati e Rafina Kokkino Limanaki, alcune persone che hanno cercato rifugio in mare non sono riuscite a sopravvivere. Quattro cadaveri sono già stati recuperati dal mare di Artemida, incluso un bambino».

Il fuoco assassino ha piegato una Grecia già in ginocchio e che cominciava appena a rialzarsi dopo che il governo di Sryriza di Alexīs Tsipras aveva pagato, a caro prezzo e con interessi salatissimi,  gli sprechi e le ruberie della destra e del Pasok che l’Unione europea e il Fmi avevano tollerato e fatto finta di non vedere. Il simbolo di quel che sta succedendo è forse il fuoco che ha tagliato in due il percorso originario della Maratona olimpica di 122 anni fa, lasciandosi alle spalle «distruzione simile alla lava vulcanica». E’ infatti proprio con le olimpiadi del 2004 che sono cominciate le disgrazie della Grecia, avviate dai governi cleptomani di Nea Democratia, lo stesso partito che probabilmente tornerà al potere con le prossime elezioni, dopo che Sryriza si è immolata per far tornare a posto i conti imponendo a un popolo europeo sacrifici mai visti nel dopoguerra.

E gli incendi bruciano proprio il cuore dell’Europa, inceneriscono i luoghi della storia, dove nacque la democrazia e gli Dei benigni e capricciosi governavano la natura e gli uomini dall’alto dell’Olimpo. L’incendio mortale ci ricorda quanto fragile sia il bacino del Mediterraneo e quanto ancor di più lo diventerà in futuro, ma ci ricorda anche che senza un cambiamento radicale – economico e politico, della produzione, dei consumi e dei comportamenti – le politiche monetarie e neoliberiste sono inutili perché la sfida più grande che dovremo affrontare in un domani che è già oggi, a partire da Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, è in quelle fiamme che divorano alberi, uomini e animali, ricchezze e speranze.

E’ una sfida contro il riscaldamento globale che potremo vincere solo con politiche chiare e solidali, con investimenti pubblici e dando un chiaro indirizzo di sostenibilità ambientale e sociale a quelli privati. E’ la sfida che forse ha già perso la sponda sud del Mediterraneo, da dove arrivano i poveri e i disperati, le vittime di guerre e devastazioni ambientali che ha seminato un modello di sviluppo globale distorto, dal quale credevamo di poter prendere solo i vantaggi, lasciando i problemi e la povertà ai Paesi dai quali estraiamo risorse a basso costo per continuare a pompare gas serra nell’atmosfera sempre più bollente. Sono quelli che crediamo di poter fermare affidandoci ai torturatori e ai trafficanti di carne umana libici perchè ce li tolgano dalla vista.

Ma le conseguenze sono qui, tra noi, hanno attraversato il mare di un balzo e oscurano di fumo il futuro dei greci e il nostro. E gli scafisti del cambiamento climatico siamo proprio noi.