La lotta ai cambiamenti climatici da Bonn alle nostre città

Italia Sicura: «9 mesi di storica siccità con il corredo di incendi devastanti hanno prodotto sinora danni per 6 miliardi di euro»

[20 novembre 2017]

Si è chiusa a Bonn, con esiti alterni, la 23esima Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici. E ora? Il nome roboante (riducibile in un rapido acronimo, Cop23) non deve indurre a percepire come lontani dalle nostre vite gli effetti del riscaldamento globale in corso; nel dubbio, ad accorciare le distanze ci ha pensato il Wwf, che a Bologna ha organizzato il convegno nazionale Cambiamenti climatici: la sfida delle città resilienti per ricordare la posta in gioco, e quanto ci riguardi da vicino.

Come ha ricordato Sergio Castellari dell’Ingv – ma distaccato presso l’Agenzia europea dell’ambiente a Copenaghen – nel periodo 1980-2016 le catastrofi climatiche hanno comportato per l’Europa danni superiori ai 450 miliardi di euro: «La quota maggiore delle perdite economiche è stata causata dalle inondazioni (40% circa), seguite dalle tempeste (25%), dalle siccità (10% circa) e dalle ondate di calore (5% circa)»,  ha spiegato il ricercatore. E per allargare ancor di più lo zoom spazio-temporale, Erasmo D’Angelis dalla struttura di missione Italia Sicura ha evidenziato che in Italia «usciamo da 9 mesi di storica siccità con il corredo di incendi devastanti, che hanno prodotto sinora danni per 6 miliardi e le piogge, ormai di carattere esplosivo, provocano danni e vittime soprattutto nelle città dove ci sono state urbanizzazioni folli».

Anche per questo la lotta ai cambiamenti climatici deve ripartire ogni giorno, dalle nostre città; l’80% della popolazione europea e il 90% di quella italiana risiede nelle aree urbane, dove vengono amplificati i fenomeni estremi provocati dai cambiamenti climatici (picchi di calore, bombe d’acqua, fenomeni alluvionali, siccità) a causa, ricorda il Wwf, della modifica radicale della morfologia naturale dei luoghi causata della cementificazione e dall’edificazione, che incidono pesantemente sulla permeabilità, duttilità e resilienza dei sistemi naturali, rendendo ancora più urgenti e necessarie azioni efficaci di adattamento ai cambiamenti climatici.

«L’Italia – conclude la presidente del Wwf Italia, Donatella Bianchi – è un Paese in cui non è possibile tracciare un cerchio del diametro di 10 km senza intercettare un insediamento urbano e dove dagli anni ‘50 e il 2000 abbiamo assistito ad un’urbanizzazione che ha fagocitato 2 milioni e 250 mila ettari (un’area estesa come Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia insieme), con un consumo di suolo pro-capite che è passato dai 167 metri quadrati del 1950, a quasi 350 metri quadrati nel 2013 e che continua ad avanzare al ritmo di 30 ettari al giorno, come ci ricorda il gruppo di ricerca del’Università dell’Aquila che da anni collabora con il Wwf. E nonostante la situazione di emergenza rispetto al consumo del suolo non ci sia alcuna battuta d’arresto il disegno di legge per frenare il consumo di suolo è fermo in Parlamento da 4 anni e 7 mesi, mentre la cosiddetta proposta di legge Falanga, un vero e proprio salvacondotto agli abusivi, ha rischiato di essere approvata con urgenza in via definitiva dalla Camera lo scorso ottobre, nella distrazione di quasi tutto il mondo politico».

Mentre non si può incolpare la “distrazione” per gli insufficienti obiettivi energetici (e climatici) messi nero su bianco dalla nuova Strategia energetica nazionale (Sen), appena adottata dall’Italia. Accanto a significativi passi avanti – in primis l’abbandono del carbone al 2025 per la produzione di elettricità – persiste una cronica mancanza d’ambizione. «La nuova Sen – argomenta al proposito Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile ed ex ministro dell’Ambiente – indica le misure che al 2030 dovrebbero portare ad una riduzione della CO2 per gli usi energetici del 39% rispetto al 1990 e al 2050 ad una riduzione solo del 63%: una traiettoria in linea con il pacchetto europeo al 2030, ma insufficiente per il target di Parigi. La scelta del rinvio di misure più impegnative è per ora largamente prevalente a livello europeo e internazionale: la somma degli impegni nazionali di riduzione delle emissioni presentati dai vari Paesi non è, infatti, in linea con la traiettoria “ben al di sotto dei 2 °C” di Parigi». Occorre fare di più e farlo presto, perché il tempo a nostra disposizione va esaurendosi e ogni ritardo non è a costo zero per l’ambiente – e per tutti noi.

L. A.