La lotta al cambiamento climatico fa bene alla pace

I disastri climatici aumentano il rischio di guerre ed emigrazione nei Paesi etnicamente frazionati

[27 luglio 2016]

guerra e cambiamento climatico

Secondo lo studio “Armed-conflict risks enhanced by climate-related disasters in ethnically fractionalized countries”, pubblicato da un team internazionale di ricercatori su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), le catastrofi climatiche, come le  ondate di caldo e le siccità, «aumentano il rischio di conflitti armati nei Paesi con elevata diversità etnica»

Lo studio evidenzia che «le tensioni sociali e politiche continuano ad alimentare i conflitti armati in tutto il mondo. Anche se ogni conflitto è il risultato di un singola miscela specifica, in un contesto di fattori interconnessi l’etnia sembra svolgere un ruolo di primo piano ed è quasi onnipresente. Nel complesso, questo stato di cose rischia di essere aggravato  dai cambiamenti climatici di origine antropica e in particolare dalle catastrofi naturali legate al clima».

Il team di scienziati guidati dal celebre Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung (Pik)  ipotizza che nei paesi etnicamente frammentati i conflitti siano strettamente legati ai disastri climatici e lo prova analizzando il periodo 1980-2010. «A livello globale – si legge su Pnas – troviamo un tasso di coincidenza del 9% per quanto riguarda lo scoppio di conflitti armati e il verificarsi di disastri, come le ondate di caldo o le siccità. La nostra analisi rivela anche che, durante il periodo in questione, circa il 23% dei focolai di conflitto nei paesi etnicamente molto frazionati coincide fortemente con le calamità climatiche».

I risultati dello studio possono aiutare a progettare politiche di pace e sicurezza, anche perché come sottolineano i ricercatori tedeschi del Pik, «in futuro il riscaldamento globale da emissioni di gas serra prodotte dall’uomo aumenterà le calamità naturali e quindi probabilmente anche i rischi di conflitti e migrazioni». Il principale autore dello studio, Carl Schleussner, ricercatore del Pik e membro del think-tank berlinese Climate analytics, spiega che «i devastanti disastri naturali legati al clima hanno un potenziale dirompente che sembra attivarsi in modo particolarmente tragico nelle società etnicamente frazionate».

Se quasi un quarto dei conflitti nei paesi etnicamente divisi coincide con calamità climatiche, gli scienziati avvertono che «i disastri climatici non stanno innescando direttamente lo scoppio dei conflitti, ma possono aumentare il rischio che un conflitto scoppi, il che affonda le sue radici nelle circostanze specifiche del contesto». Schleussner, che è stato anche un ricercatore all’Integrative research institute on transformations of human-environment systems (IritheSys) dell’Humboldt Universität, aggiunge: «Anche se questo potrebbe sembrare intuitivo, ora siamo in grado di dimostrarlo in modo scientificamente valido».

Le precedenti ricerche, spesso incentrate sulla variabili climatiche come l’aumento della temperatura, non potevano essere tradotte direttamente in impatti sociali, oppure si erano limitate ad alcuni casi di studio. Questa nuova analisi va oltre, concentrandosi direttamente sui dati di danni economici legati al singolo disastro naturale forniti da Munich Re, la più grande compagnia di assicurazioni del mondo. Utilizzando un metodo matematico di analisi della coincidenza degli eventi, i ricercatori lo hanno applicato a un dataset della ricerca sulla sicurezza e a un indice del frazionamento etnico e sono rimasti molto sorpresi quando hanno visto che i Paesi etnicamente frazionati avevano dei picchi di conflitto armato legati ai disastri ambientali rispetto ad altri parametri, come i conflitti storici, la povertà, la disuguaglianza.  Uno degli autori dello studio, Jonathan Donges, co-responsabile del progetto Copan del Pik sulla cooperazione, spiega a sua volta: «Pensiamo che le divisioni etniche possono servire come una linea di conflitto predeterminata quando fattori di stress aggiuntivi, come l’aumento delle calamità naturali, rendono i Paesi multietnici particolarmente vulnerabili agli effetti di tali disastri». Lo studio non è però in grado di fornire una valutazione del rischio per i singoli Stati: «Dal momento che i conflitti armati e i disastri naturali sono fortunatamente eventi rari, i dati provenienti dai singoli Paesi sono necessariamente limitati e non sono sufficienti per analisi statistiche».

Il direttore del Pik, Hans Joachim Schellnhuber, conclude con argomentazioni che hanno molto a che vedere con l’attualità sperimentata in Italia e in Europa: «I conflitti armati sono tra le più grandi minacce per le persone, uccidendo alcuni e costringendo gli altri a lasciare le loro case e magari a fuggire verso paesi lontani. Quindi, l’identificazione della divisione etnica e dei disastri naturali come incentivo dei rischi di destabilizzazione è potenzialmente molto rilevante. Il cambiamento climatico di origine antropica ha chiaramente aumentato le ondate di caldo e le siccità regionali. Le nostre osservazioni, insieme a quel che sappiamo sull’aumento degli impatti del cambiamento climatico, può aiutare la politica della sicurezza a concentrarsi sulle regioni a rischio. Molte delle regioni con il maggior potenziale di conflittualità del mondo, con impresa l’Africa settentrionale e centrale, così come l’Asia centrale, sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici di origine antropica e caratterizzati da profonde divisioni etniche. Così il nostro studio apporta la prova di un co-beneficio della stabilizzazione del clima: la pace».