La natura potrebbe rendere più conveniente dell’eliminazione di più un terzo dei gas serra per prevenire livelli pericolosi di riscaldamento globale

La natura è il modo più economico per battere il cambiamento climatico

Con soluzioni naturali si potrebbero tagliare tutte le emissioni mondiali del petrolio

[17 ottobre 2017]

Secondo lo studio “Natural climate solutions”  pubblicato su  Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da un team internazionale di ricercatori, una migliore gestione del territorio potrebbe avere un ruolo molto  più importante nella lotta contro il cambiamento climatico rispetto a quanto si pensava finora.

Lo studio, che è la valutazione più completa su quanto le emissioni di gas serra possono essere ridotte e stoccate nelle foreste, nei terreni agricoli, nei prati e nelle zone umide utilizzando soluzioni climatiche naturali, ha ampliato e approfondito l’ambito delle soluzioni climatiche  basate sul territorio precedentemente valutate dall’Intergovernmental panel for climate change (Ipcc)  e, secondo Nature Conservancy, che ha partecipato allo studio insieme ad altre 15 istituzioni, «I risultati dovrebbero rafforzare gli sforzi per assicurare la protezione, il ripristino e le migliori pratiche di gestione del suolo, necessarie per stabilizzare i cambiamenti climatici, soddisfacendo la domanda di alimenti e fibre provenienti dai terreni globali».

I ricercatori hanno calcolato che «Le soluzioni climatiche naturali potrebbero ridurre le emissioni di 11,3 miliardi di tonnellate all’anno entro il 2030, il che equivale a bloccare la combustione di petrolio e a fornire il 37% delle riduzioni delle emissioni necessarie per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 2 gradi Celsius entro il 2030. Senza vincoli di costo, le soluzioni climatiche naturali potrebbero consentire una riduzione delle emissioni di 23,8 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, quasi un terzo (30%) più delle stime precedenti».

L’amministratore delegato di Nature Conservancy, Mark Tercek, sottolinea che «Oggi i nostri impatti sul territorio causano un quarto delle emissioni di gas serra. Il modo in cui gestiremo le terre in futuro potrebbe fornire il 37% della soluzione per il cambiamento climatico. Questo è un enorme potenziale, quindi se ci occupiamo del cambiamento climatico, dobbiamo prendere seriamente in considerazione l’investimento nella natura, nell’energia pulita e nei trasporti puliti. Dobbiamo aumentare la produzione di alimenti e legname per soddisfare la domanda di una popolazione in crescita, ma sappiamo che dobbiamo farlo in modo da contrastare il cambiamento climatico».

L’ex direttrice generale dell’ United Natoins framework convention on climate change (Unfcc) e attuale leader della Mission 2020, Christiana Figueres, ha detto  che «L’utilizzo del suolo è un settore chiave in cui possiamo ridurre le emissioni e assorbire il carbonio dall’atmosfera. Questo nuovo studio dimostra come possiamo aumentare massicciamente l’azione sull’uso del suolo in combinazione con una maggiore azione in materia di energia, trasporti, finanza, industria e infrastrutture, per mettere le emissioni su una traiettoria in discesa entro il 2020. Le soluzioni climatiche naturali sono fondamentali per garantire di raggiungere il nostro obiettivo finale della completa decarbonizzazione e possono contemporaneamente aumentare i posti di lavoro e proteggere le comunità nei Paesi sviluppati e in via di sviluppo».

Secondo la Fao, 3,9 miliardi di ettari o il 30,6% della superficie totale delle terre emerse sono foreste. I ricercatori hanno scoperto che gli alberi hanno il maggior potenziale per poter ridurre in modo efficace le emissioni di carbonio. Questo perché assorbono CO2 mentre crescono, assorbendola dall’atmosfera. I risultati dello studio indicano che le tre maggiori opzioni per aumentare il numero e la dimensione degli alberi (rimboschimento, evitare le perdite di foreste e migliori pratiche forestali) potrebbero assorbire costantemente 7 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno entro il 2030, il che equivale alle emissioni di 1,5 miliardi di auto a benzina.

Nature Conservancy spiega che «Ripristinare le foreste su territori precedentemente forestati ed evitare ulteriori perdite delle foreste globali sono le due maggiori opportunità. Il successo dipende in larga parte da migliori forestali e agricole, in particolare quelle che riducono la quantità di terreni utilizzati dal bestiame. Riducendo l’impronta del bestiame si libererebbero ampie aree per gli alberi in tutto il mondo e questo può essere ottenuto pur salvaguardando la sicurezza alimentare». Nel frattempo, il miglioramento delle pratiche forestali potrebbero produrre più fibre di legno mentre stoccano più carbonio, mantengono la biodiversità e contribuiscono a ripulire l’aria e l’acqua. I ricercatori hanno scoperto che i 5 Paesi in cui le foreste possono ridurre maggiormente le emissioni sono Brasile, Indonesia, Cina, Russia e India.

Secondo la Fao,  le terre agricole coprono l’11% delle terre emerse e lo studio afferma che,  cambiando il modo in cui le gestiamo, le piante coltivate potrebbero rendere più conveniente la riduzione del  ​​22% delle delle emissioni di gas serra, che equivarrebbe a togliere dalle strade 522 milioni di automobili a benzina,

Un utilizzo più intelligente dei fertilizzanti chimici potrebbe migliorare le rese agricole, riducendo le emissioni di ossido di azoto, un gas serra 300 volte più potente della CO2.  Altri interventi efficaci includono piantare alberi tra le coltivazioni e una migliore gestione del bestiame.

Ibrahim Mayaki, ex primo ministro del Niger e attualmente amministratore delegato della New partnership for Africa development. Ha evidenziato che «Dalla COP 21 di Parigi del dicembre 2015, è stato chiaramente riconosciuto il ruolo essenziale dell’agricoltura e della silvicoltura per combattere il cambiamento climatico. Mentre i Paesi sviluppati hanno posto maggiore enfasi sulla mitigazione, i Paesi in via di sviluppo cercano di adattare la loro agricoltura a un mondo in continua evoluzione. Questo nuovo studio sottolinea l’importanza della natura, e soprattutto degli alberi e dei suoli, come supporto per il sequestro del carbonio attraverso il ciclo delle piante basato sulla fotosintesi. La promozione del sequestro di carbonio nei suoli, con pratiche agricole e forestali adattate, potrebbe portare a soluzioni vantaggiose per la mitigazione, l’adattamento e l’aumento della sicurezza alimentare. Questo è il triplice obiettivo dell’iniziativa “4 per 1000” già sostenuta da 250 Paesi, organizzazioni e istituzioni. Sappiamo cosa fare, ora è il momento di agire!»

Il Ceo della multinazionale Unilever, Paul Polman, è d’accordo: «Il cambiamento climatico minaccia la produzione di un quarto dei prodotti alimentari come il mais, il grano, il riso e la soia, ma una popolazione globale di 9 miliardi entro il 2050 ne avrà bisogno del 50% in più. Fortunatamente, questa ricerca dimostra che abbiamo un’enorme opportunità per ridisegnare i nostri sistemi di utilizzo degli alimenti e del territorio, mettendoli al centro dell’implementazione sia dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici che degli Obiettivi dello sviluppo sostenibile».

Le zone umide ormai sono ridotte a 0,7 – 0,9 miliardi di ettari, il 4 – 6% della superficie terrestre, ma contengono più acqua per ettaro e offrono il 14% delle potenziali soluzioni climatiche naturali a basso costo.  A Nature Conservancy dicono che «Evitare il drenaggio e la conversione delle torbiere è la più grande di queste opportunità. Si stima che le torbiere possano contenere un quarto del carbonio immagazzinato dai terreni del mondo, ma ogni anno se ne perdono circa 780.000 ettari, in particolare per la coltivazione di olio di palma». I ricercatori hanno scoperto che «la loro protezione potrebbe assicurare lo stoccaggio di 678 milioni di tonnellate di emissioni di carbonio equivalenti all’anno entro il 2030, paragonabile alla rimozione di145 milioni di automobili dalle strade».

William H. Schlesinger, professore emerito di Biogeochimica e ex presidente del Cary institute of ecosystem studies, spiega a sua volta che «Questo studio è il primo tentativo di stimare sistematicamente la quantità di carbonio che potrebbe essere assorbita dall’atmosfera con varie azioni nel settore forestale e nel’agricoltura, e dalla conservazione delle terre naturali che stoccano il carbonio in modo molto efficiente. I risultati sono provocatori: in primo luogo, a causa della magnitudo del potenziale stoccaggio del carbonio da parte della  natura e, in secondo luogo, perché per combattere il cambiamento climatico abbiamo bisogno di soluzioni climatiche naturali in tandem con le rapide riduzioni delle emissioni di combustibili fossili».

Mentre lo studio mette in evidenza il potenziale delle soluzioni climatiche naturali come una soluzione fondamentale per il cambiamento climatico, l’energia rinnovabile, l’efficienza energetica ei trasporti puliti insieme ricevono circa 30 volte più investimenti. Justin Adams, direttore global lands di Nature Conservancy, conclude: «Solo 38 Paesi su 160 hanno fissato obiettivi specifici per le soluzioni climatiche naturali nei colloqui sul clima di Parigi, pari a 2 gigatonnellate di riduzioni delle emissioni. Per contestualizzarlo, abbiamo bisogno di 11 gigatonnellate di riduzioni se vogliamo mantenere il riscaldamento globale sotto controllo. Gestire meglio le nostre terre è assolutamente fondamentale per combattere il cambiamento climatico. Lo studio su  PNAS ci dimostra che coloro che sono responsabili del governo dei territori, delle compagnie forestali e delle aziende agricole, dei pescatori e degli sviluppatori immobiliari sono altrettanto importanti delle imprese di solari, eoliche ed elettriche per raggiungere questo obiettivo».