La nuova normalità: Isole nella tempesta climatica

Le “cose mai viste” diventate normali. Adattamento e resilienza per far fronte al cambiamento climatico

[2 novembre 2018]

Piove ancora sull’Arcipelago Toscano che si lecca le ferite di “una tempesta mai vista”, che conta i danni dei moli spezzati e delle spiagge e delle ultime dune spazzate via dalla furia del mare, piove mentre ancora i riesi credono di vedere sulla costa di Vigneria la sagoma sbilenca di un pezzo di arrugginita storia mineraria, il pontile di caricamento, che non c’è più.  Piove e, in quest’epoca di tempesta climatica globale, le nostre rischiano di essere le lacrime nella pioggia di un Blade runner sempre in bilico tra un pericolo e l’altro. Lacrime amare, a volte lacrime di coccodrillo.

Chi ha la mia età, nella sua ormai non più breve vita ha sentito spesso dire: “una mareggiata mai vista, un vento mai visto, un’alluvione mai visto, una frana mai vista, un’erosione di una spiaggia mai vista”… E il problema sta proprio lì: non dovremmo aver visto così tante catastrofi (in)naturali, non dovremmo aver visto  nel breve tempo della vita di un uomo scomparire spiagge dove da ragazzini facevamo il bagno, crollare dighe che ci avevano assicurato avrebbero protetto per sempre i nostri Paesi, vedere il mare trasformare le piazze in lagune, i centri storici chiusi dal vento, le alluvioni ogni 10 anni.

Quando a luglio l’Enea disse che Marina di Campo era uno dei posti in Italia più a rischio per l’innalzamento del mare e Legambiente rilanciò la notizia, in molti ci accusarono di seminare il panico,  qualcuno pensò addirittura, per qualche minuto, di denunciare per procurato allarme i giornali che avevano scritto di quello studio scientifico dell’Enea.  Ora il mare ha invaso il lungomare e le piazze di Marina di Campo, la strada costiera incautamente realizzata a ridosso della spiaggia è ridiventata sabbia e le onde hanno travolto le recinzioni della prossima e incredibile piscina che dovrebbe sorgere sulla spiaggia, a due passi da dove nell’estate 2017 nidificò una tartaruga marina,

Anche a  Porto Azzurro il mare ha invaso la piazza e lesionato il molo, ma nella stessa baia qualcuno vorrebbe costruire un altro porto, a completamento degli insediamenti illegali e condonati che sfigurano Mola e assediano quel che resta della sua zona umida.

A Portoferraio spazzata dal vento, dove di porti se ne vuole costruire uno in una zona a forte rischio idrogeologico e con vincoli archeologici e naturalistici, la soluzione al disastro climatico sembra quella di tagliare alberi che a quel vento hanno resistito, fregandosene che in Parlamento e al governo si stia discutendo di come individuare davvero gli alberi killer con tecnologie di valutazione della stabilità che già esistono e rimandando il necessario censimento degli alberi urbani e un Piano per il verde pubblico.

Il problema è che l’eccezionale. Il “mai visto” è diventato la nuova normalità e che ogni autunno ci porta un disastro e ogni estate ondate di caldo soffiocanti. Il problema è che chi dovrebbe decidere fa finta di niente, salvo dichiarare nuovi stati di emergenza o chiedere danni per disastri “mai visti”.  Il problema è che l’emergenza climatica è diventata la nostra normalità e che lo sarà sempre più in futuro. Siamo destinati a convivere con “tempeste mai viste”.

Il 15 ottobre il drammatico Rapporto speciale dell’Intergovernmental panel on climate change dell’Onu (Ipcc), ci ha avvertito che se non riusciremo a mantenere l’aumento delle temperature globali entro gli 1.5 gradi centigradi ci aspetta una catastrofe climatica. Una settimana dopo, uno studio internazionale al quale hanno partecipato anche scienziati italiani ha detto che il Mediterraneo si sta riscaldando molto più velocemente del resto del Pianeta, che siamo già arrivati a + 1,4°C, a un soffio dalla soglia degli 1,5° C  e ben 0,4° in più del resto della media del Pianeta: solo l’Artico si scalda più velocemente. Nature ha appena pubblicato un altro studio che lancia un allarme drammatico: gli oceani sono riscaldati del 60% in più di quanto credevamo (e di quanto credeva anche il rapporto Ipcc), assorbendo il calore prodotto dalle attività umane e dalla combustione dei combustibili fossili.

Tutti questi studi, fin dagli anni ’80, ci dicono che il Mediterraneo è uno degli epicentri della distruzione del clima terrestre e che mari più caldi provocheranno super-tempeste ancora più forti e renderanno ancora più devastanti gli impatti climatici. Ce lo avevano già detto i pesci “mai visti” che ormai popolano il mare dell’Arcipelago Toscano, le tartarughe marine “mai viste” prima nidificare sulle nostre spiagge, le piante e gli insetti “mai visti” che hanno colonizzato i nostri campi e i nostri boschi. Ce lo avevano detto ma non abbiamo ascoltato né i pesci, nè le tartarughe, né gli insetti e soprattutto gli scienziati. Eravamo (e siamo) troppo presi a pensare a nuovo cemento nuovi porti, nuove privatizzazioni di spiagge che finiranno presto sott’acqua. Troppo occupati a “indurire”. Ingolfare, affollare le coste, invece di prepararci al nuovo clima che avanza rapidamente spinto dal vento del Sud. Troppo presi a pensare al guadagno immediato, a raccattare un voto con una concessione o un favore,  per poterci occupare del destino dei nostri nipoti e delle nostre isole.

Ha ragione il ministro deli interni Matteo Salvini: abbiamo un gigantesco problema di “sicurezza”, ma si tratta di insicurezza climatica (che poi è la stessa che spinge molti migranti sulle nostre coste). Quel che ci si chiede è, mentre la politica è in tutt’altre faccende affaccendata, cosa altro dovrà succedere, all’Elba, nell’Arcipelago, in Toscana, in Italia e nel mondo per trasformare in una priorità la più grande sfida che hanno di fronte le nostre isole e l’umanità.

Ora si ricomincerà a contare i danni, per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta si proporranno ancora soluzioni “pesanti”, innaturali, invece di fare quello di cui c’è bisogno: mitigazione, resilienza climatica, rinaturalizzazione e cominciare a fare qualcosa di doloroso ma inevitabile: abbattere le opere insensate che acuiscono gli effetti del clima impazzito che saranno sempre più frequenti. Invece si abbattono alberi anche quando non è necessario e si radono al suolo canneti: più facile e molto meno politicamente impegnativo.

Costruire la resilienza climatica nelle nostre isole in prima linea nella tempesta vuol dire spendere il contributo di sbarco per quello che prevede la legge, vuol dire riorientare gli investimenti dalle opere inutili che asfaltano e cementificano il territorio alle grandi opere utili, per la difesa dei cittadini, delle imprese, dei beni pubblici e privati. Vuol dire dare priorità alla difesa del suolo e delle infrastrutture. Vuol dire anche consumare meno acqua, depurarla e riutilizzarla e quindi realizzare i depuratori dove non ci sono – a partire da Marciana Marina – rifarli dove sono diventati ferrivecchi fuorilegge, smetterla di estrarre risorse e ripristinare ambienti e paesaggi, prendere davvero la testa dei territori che vogliono una mobilità sostenibile e pulita, avviare una rivoluzione tecnologica e culturale che trasformi le nostre Isole nel paradiso delle energie rinnovabili, autoprodotte e diffuse. Vuol dire eliminare velocemente la plastica monouso,  vuol dire non far sbarcare più sulle isole imballaggi insostenibili e darci standard europei per il loro recupero, riciclo e riuso. Vuol dire farlo bene e farlo prima, diventando un esempio di innovazione, resilienza e adattamento da seguire. Quello che proponiamo è di innovare, non di tornare indietro.

Lo ripetiamo da decenni, ma in Italia si piangono ancora le vittime e i danni del riscaldamento climatico di cui nessuno si occupa fino a che non ne veniamo colpiti. A volte senza imparare niente.

A primavera si vota in Comuni importanti, vedremo se queste cose necessarie, innovative, che producono sicurezza e lavoro qualcuno le metterà nei programmi (sperando che poi li mantengano).

In questi giorni all’Elba le scuole sono rimaste chiuse per maltempo, sarebbe bello se alla riapertura almeno un Sindaco o un Assessore all’ambiente o all’istruzione andasse tra i banchi di quelle scuole a spiegare ai bimbi e ai ragazzi il perché di quella vacanza forzata, perché il vento, la pioggia, i tuoni, i fulmini e le onde facciano chiudere le scuole ai tempi del global warming e delle isole spazzate dalla tempesta del cambiamento climatico. Sarebbe bello e giusto.

 

di Umberto Mazzantini

Responsabile Isole Minori Legambiente

Responsabile Mare Legambiente Toscana