La psicologia dietro il negazionismo del cambiamento climatico

Gli individui che accettano strutture di potere gerarchiche tendono ad essere negazionisti

[6 ottobre 2016]

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I leghisti italiani al Parlamento europeo hanno votato contro l’Accordo di Parigi, nella scorsa legislatura i senatori del centro-destra italiano votarono una mozione che negava il riscaldamento globale; il candidato repubblicano alle presidenziali Usa, Donald Trump ha dichiarato più volte che il cambiamento climatico è una bufala, magari inventata dai cinesi; molti dei movimenti della nuova destra xenofoba e populista europea sono dichiaratamente ecoscettici e non credono che il cambiamento climatico sia un pericolo reale.

Ma cosa spinge questa fetta dell’opinione pubblica e i politici che la rappresentano a credere nelle teorie dello scetticismo climatico propagandate da think tank neoconservatori finanziati dalle multinazionali fossili che sono poi le stesse che hanno sostenuto e sostengono quelle “caste” che a parole i movimenti populisti destrorsi combattono?

A spiegarlo ci prova una nuova tesi di laurea in psicologia, di Kirsti Jylhä dell’università svedese di Uppsala, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Personality and Individual Differences, indagando su quel che c’è dietro il negazionismo dei cambiamenti climatici e che evidenzia: «I risultati dimostrano che gli individui che accettano strutture di potere gerarchiche tendono in maggior misura a negare il problema».  Insomma, per essere dei climate change denial non occorre essere di destra, ma aiuta parecchio.

La giovanissima ricercatrice svedese ricorda che «il cambiamento climatico è una grave minaccia per gli esseri umani, gli animali e gli ecosistemi della terra. Tuttavia, un’efficace azione per il clima è stata ritardata, in parte perché alcuni ancora negano che sia un problema».

Eppure nella comunità scientifica c’è un fortissimo consenso sul fatto che gli esseri umani abbiamo significativamente influenzato il clima e che siamo di fronte sfide serie. Ma in circolazione c’è anche molta disinformazione sui cambiamenti climatici, che in larga parte viene creata da campagne organizzate con l’obiettivo di posticipare misure che potrebbero combattere i cambiamenti climatici. E ci sono persone che sono più inclini di altre a fidarsi di questa disinformazione.

Anche precedenti ricerche avevano sempre dimostrato che è più facile che siano gli individui politicamente conservatore a negare i cambiamenti climatici. Nella sua tesi di laurea, Kirsti Jylhä ha indagato ulteriormente e con maggiore dettagli questo aspetto, includendo variabili ideologiche e della personalità, correlate all’ideologia politica, e ha testato se queste variabili si  riflettevano  anche nella negazione del cambiamento climatico.

All’università di Uppsala dicono che «i risultati dimostrano che il negazionismo climatico è correlato all’orientamento politico, ad atteggiamenti autoritari e all’approvazione dello status quo. Inoltre, è correlato con una personalità determinata (a basso empatia e ad alta dominanza), alla chiusura mentale (scarsa apertura all’esperienza), alla predisposizione ad evitare di vivere emozioni negative, e al sesso maschile. È importante sottolineare che una variabile, descritta come orientamento alla dominanza sociale (Sdo), ha contribuito a spiegare tutte queste correlazioni, interamente o parzialmente».

L’orientamento alla dominanza sociale è una misura dell’accettazione e del sostegno alle relazioni gerarchiche e dominanti tra gruppi sociali, un approccio che si estende anche ad accettare il dominio dell’uomo sulla natura. La correlazione tra Sdo e negazione del cambiamento climatico può forse essere spiegato prendendo in considerazione le tante ingiustizie del cambiamento climatico. I nostri attuali stili di vita ricchi sono la causa primaria del cambiamento climatico, ma le conseguenze più gravi colpiscono soprattutto i Paesi e le persone poveri, così come gli animali e le future generazioni di esseri umani.

Jylhä conclude: «È possibile che le persone che accettano l’ineguale distribuzione dei rischi e dei benefici del cambiamento climatico possano più facilmente chiedere ulteriori prove del fenomeno prima di ammetterlo e affrontarlo. La questione è quindi come il problema dei cambiamenti climatici possa essere meglio presentato alle persone con un alto Sdo per convincerle della  necessità di un intervento.

Gli argomenti utilizzati nel dibattito sul clima spesso ruotano attorno al rinunciare alla comodità nella vita per aiutare l’ambiente o il povero o il debole. Ma forse non è un argomento convincente per qualcuno che vede il mondo da un punto di vista gerarchico. Sarebbe forse meglio parlare in altri termini e descrivere come tutti potranno beneficiare delle misure contro i cambiamenti climatici invece di essere colpiti dalle conseguenze, e che tali misure non devono essere una minaccia per la struttura della società attuale».  Questo però, ci permettiamo di aggiungere, sarebbe molto difficile da dimostrare perché, come dicono gli scienziati climatici e molte organizzazioni internazionali, per impedire un cambiamento climatico catastrofico bisogna mutare radicalmente l’attuale modello di produzione e consumo, comprese le strutture gerarchiche e il paradigma economico e di potere sulle quali è fondato e che sono intoccabili per la destra neoconservatrice.