Lo studio del Potsdam institute for climate impact research

«La speranza nella crescita economica come risposta al cambiamento climatico è infondata»

L’aumento del Pil non compensa i danni economici provocati dal clima che cambia

[17 agosto 2016]

procrastinare cambiamento climatico

Ci sono cose che non hanno prezzo, e quanti credono che l’attesa crescita economica possa compensare i danni provocati dal cambiamento climatico hanno speranze malriposte. A sostenerlo è il prestigioso Potsdam institute for climate impact research, i cui ricercatori hanno pubblicato ieri sulla rivista scientifica Environmental research letters lo studio “High-income does not protect against hurricane losses”.

Lo studio si concentra sull’analisi di un fenomeno in particolare, ma in grado di indurre a riflessioni di portata globale. Oggetto dell’analisi sono gli Stati Uniti, sottoposti a crescenti danni provocati da eventi climatici estremi: da soli, gli uragani che hanno colpito gli Usa dal 1980 al 2014 hanno inflitto perdite pari a 400 miliardi di dollari, oltre la metà di tutti i danni legati a condizioni meteorologiche che hanno interessato il territorio statunitense.

Nonostante numeri ciclopici, finora a livello globale l’aumento delle perdite economiche legate a uragani e cicloni tropicali è stato considerato sub lineare rispetto all’andamento del Pil dei paesi di volta in volta colpiti. Ovvero, era convinzione comune che l’aumento del Pil avesse “compensato”, economicamente parlando, i danni portati dell’evento estremo. Guardando più attentamente agli Usa,  ovvero la prima economia mondiale, con tassi di crescita del Pil che per l’Italia (per dire) rimangono un miraggio, i ricercatori del Postdam hanno scoperto che così non è.

Guardando alla dinamica del reddito procapite e all’andamento demografico del Paese, l’analisi dimostra che – pur escludendo alcuni parametri, come gli effetti collegati all’innalzamento del livello del mare – un «alto livello del reddito non protegge dalle perdite provocate dagli uragani». E poiché  «il numero e l’intensità dei cicloni tropicali sono destinati ad aumentare a causa del riscaldamento globale incontrollato, per la fine del secolo le perdite medie dovute agli uragani rispetto al Pil potrebbero triplicare». Osservazioni utili non solo per gli Usa ma anche per il resto del mondo, Europa, compresa, dove gli uragani finora rappresentavano una minaccia lontana. Con l’avanzare del cambiamento climatico, anche nel Vecchio continente aumenteranno i disastri ambientali.

«Alcune persone sperano che un’economia in crescita sarà in grado di compensare i danni causati dai cambiamenti climatici, sperano che economicamente sia possibile superare in grandezza il cambiamento climatico anziché mitigarlo. Ma cosa succede – si domanda retoricamente Anders Levermann, uno degli autori – se i danni crescono più velocemente di quanto faccia la nostra economia, se gli impatti climatici colpiscono più velocemente di quanto siamo in grado di adattarci? Questo è il caso dei danni da uragano negli Stati Uniti, e la speranza della crescita economica come risposta al cambiamento climatico è infondata. L’adattamento agli impatti inevitabili del riscaldamento globale è importante, ma la mitigazione del clima rimane vitale per prevenire o smorzare le conseguenze per il momento evitabili».

Questo è l’indirizzo segnato durante la Cop 21 di Parigi lo scorso dicembre, ma nonostante il moltiplicarsi delle dichiarazioni d’urgenza a livello internazionale, ancora il tema è lungi dal divenire una priorità politica. Alcuni paesi, tra i quali l’Italia, neanche hanno ratificato l’Accordo sul clima all’interno dei propri parlamenti. Per non parlare poi dell’effettiva implementazione di quanto concordato.

Come dimostra una volta di più la ricerca del Postdam institute, all’interno dell’attuale modello di crescita economica un (positivo) aumento del Pil porta al diffondersi di esternalità negative che l’espansione dell’economia non riesce a compensare. Molte delle tecnologie indispensabili per un’inversione di rotta sono già disponibili, e aspettano solo di essere implementate su larga scala. Ciò non toglie che almeno nel breve-medio periodo, nei paesi di più antica industrializzazione, molti consumi di beni materiali dovranno diminuire e/o rimodularsi su prodotti e servizi a minor impatto ambientale. La (de)crescita economica sperimentata negli ultimi anni da questo punto di vista è stata forse utile, ma assai infelice per la maggioranza della popolazione. Al contrario, la ricchezza di pochi è crescita a dismisura: la “vecchia” ricetta della redistribuzione nel XXI secolo si riscopre assai utile anche contro il cambiamento climatico.