L’acidificazione degli oceani sta deteriorando i fondali marini

Gli elevati tassi di CO2 antropica provocano la dissoluzione del fondale dell’oceano

[7 novembre 2018]

«L’attività umana provoca una rapida dissoluzione dei fondali marini così come li conosciamo», A dirlo è il team di ricercatori canadesi e statunitensi che ha recentemente pubblicato su PNAS lo studio “Current CaCO3 dissolution at the seafloor caused by anthropogenic CO2”  e che spiega: «Nelle acque profonde. Il fondo dell’oceano è normalmente di un bianco gessoso. E’ in gran parte composto di calcite (CaCO3) proveniente dagli scheletri e dalle conchiglie di un gran numero di organismi planctonici e di coralli. Il fondale marino svolge un ruolo essenziale nella regolazione del grado di acidità dell’oceano. La dissoluzione della calcite neutralizza la CO2 e impedisce all’acqua di mare di diventare troppo acida. Tuttavia, ai giorni nostri e soprattutto in alcune regioni come il Nord Atlantico e i mari del Sud, il fondale gessoso prende una tinta brunastra. Sotto l’effetto dell’attività antropica, il livello di CO2 è così elevato e l’acqua è così acida che la calcite si è dissolta».

Il team guidato dal canadese Olivier Sulpis del Département des sciences de la Terre et des planètes dell’università McGill, è convinto che quello a cui stiamo assistendo sia solo un assaggio della sorte che subiranno i findali marini.

Sulpis  spiega ancora «Dato che ci vogliono decenni, forse dei secoli, perché la CO2 si ritrovi sul fondo dell’oceano, la quasi totalità della CO2 prodotta dall’attività umana è sempre in superficie. Ma un giorno invaderà le acque profonde, si spanderà sul fondo e accelererà la dissoluzione delle particelle di calcite. Attualmente, il ritmo di emissione della CO2 in atmosfera è eccezionalmente elevato e bisogna risalire alme no all’epoca della scomparsa dei dinosauri per trovare un ritmo così rapido. D’altronde è anche troppo rapido perché i meccanismi naturali possano contrastare i suoi effetti, il che causa delle preoccupazioni riguardanti il livello di acidità degli oceani».

Ora I ricercatori vogliono utilizzare diversi scenari di emissione di CO2 per determinare come questa dissoluzione del fondale oceanico evolverà nel corso dei prossimi secoli e sono convinti che «Gli scienziati e i decisori devono assolutamente stimare con precisione gli effetti che l’acidificazione causata dagli esseri umani avrà sugli ecosistemi».

Visto che il campionamento in acque profonde è un’operazione difficile e costosa, i ricercatori hanno  creato in laboratorio dei microambienti che riproducono il fondale marino, le correnti di profondità, le temperature e le caratteristiche chimiche dell’acqua di mare, così come la composizione dei sedimenti. Questi test li hanno portati sa comprendere cosa controlla la dissoluzione della calcite nei sedimenti marini e a misurare con precisione i tassi di dissoluzione in funzione di diverse variabili. Quindi, confrontando i tassi di dissoluzione preindustriali con quelli odierni, i ricercatori hanno potuto determinare la frazione antropica dei tassi di dissoluzione globali.

Le stime della velocità delle correnti del fondale sono state fornite da un modello oceanico ad alta risoluzione messo a punto da Brian Arbic, un fisico oceanografo dell’università del Michigan, e da David Trossman, dell’università del Texas – Austin. Arbic spiega che  «Quando David ed io abbiamo creato queste simulazioni, non pensavamo proprio alla dissoluzione dei materiali geologici presenti sul fondo dell’oceano.  Si vede davvero che la ricerca scientifica a volte prende deviazioni impreviste e produce risultati inattesi».

Trossman aggiunge: «Proprio come i cambiamenti climatici non colpiscono solo gli orsi polari, l’acidificazione degli oceani non colpisce unicamente è barriere coralline. Il nostro studio dimostra che siamo in grado di constatare l’impatto delle attività umane sul fondo marino  in molte regioni e l’aumento dell’acidificazione che ne risulta rischia di compromettere la nostra capacità di comprendere la storia climatica della Terra».

Arbic  conclude: «Questo studio dimostra che l’attività umana sta dissolvendo il profilo geologico del fondo oceanico. Questo è importante perché questa storia geologica fornisce prove di cambiamenti naturali e antropogenici».