Due anni fa sull’isola l’acqua portò danni e morti, oggi a Olbia esonda lo stesso torrente

L’alluvione in Sardegna non è un’emergenza, ma un déjà vu

L’80% dei comuni a rischio idrogeologico, ma i soldi per la cura del territorio non si trovano

[1 ottobre 2015]

sardegna vignetta

Quasi venti morti, quelli falcidiati durante l’alluvione che colpì la Sardegna solo due anni fa, ancora non bastano per imparare la lezione. Nel novembre 2013 forti piogge si abbatterono sull’isola, Olbia fu tra le città più colpite ed esondò il rio Siligheddu, lo stesso che oggi è tornato a uscire dagli argini. Stavolta fortunatamente non si contano vittime, almeno per il momento, ma nel 2013 andò diversamente: a non cambiare sono la zona e le modalità dell’esondazione.

Stavolta a colpire la Sardegna è stato quello che viene etichettato come un ciclone, evento un tempo esotico per il territorio italiano, ma che l’avanzare dei cambiamenti climatici – che già colpiscono il nostro Paese più duramente della media mondiale – rende drammatica attualità da affrontare. Un ciclone non è un evento che si possa fermare, e in questi giorni gli avvisi di allerta meteo alla cittadinanza sono stati lanciati per tempo. Ma in Sardegna i problemi arrivano da lontano, e sono sempre gli stessi. Nel 1999 fra Capoterra e Assemini (Cagliari) per 250 millimetri d’acqua ci furono 2 morti; nel 2004 l’alluvione a Villagrande in Ogliastra, nel 2008 a Capoterra, nel 2013 e oggi i disastri a Olbia.

Come tornò a denunciare anche l’anno scorso il presidente dell’Ordine dei geologi della Sardegna, Davide Boneddu, in occasione del lutto nazionale per ricordare le vittime del 2013, sull’isola l’80% dei comuni ha almeno una porzione del suo territorio ad elevato rischio idrogeologico; 280 kmq di territorio presentano superfici a pericolosità di inondazione, i fenomeni franosi censiti sono 1.523 (coprendo circa il 10% del territorio sardo, senza contare aree militari, aree minerarie dismesse, ecc). Ma la lista continua: «In Sardegna i ponti stradali che in caso di eventi meteorologici intensi potrebbero essere causa di inondazioni  sono 337, mentre sono 15 i ponti ferroviari, 128 edifici costruiti in aree di pertinenza fluviale, 44 strutture fognarie sono ancora insufficienti, 31 opere di difesa del suolo non sono più efficienti o non sono correttamente manutenute, 198 sono i punti di alvei o fiumi che necessitano di manutenzione».

Con un territorio in queste condizioni – e la Sardegna in Italia non è certo un’eccezione – un’alluvione non rappresenta un’emergenza, un problema inatteso, ma un déjà vu. Ogni autunno a contare i danni, quando va male anche le vittime. Ma di investimenti in prevenzione, massicci, che darebbero anche lavoro rilanciando in termini sostenibili il tessuto economico locale, non se ne vedono.

Due anni fa c’è chi addirittura arrivò ad addossare corresponsabilità della tragedia al pollo sultano e alla palude che in Sardegna lo tutela pur di non ammettere il pericolo dei puntuali condoni, delle colate di cemento.

E nonostante i vari proclami del #cambiaverso, anche dal governo nazionale non arrivano che debolissimi segni per la tutela del territorio. Il suo Piano nazionale 2015-2020 contro il dissesto idrogeologico, presentato in estate, stanzia appena 1,303 miliardi di euro (lungo 5 anni), racimolando in gran parte risorse già previste e non spese. Per tutta la Sardegna è stato approvato un unico cantiere – non a caso Olbia –, e le risorse ammontano ad appena 16,2 milioni di euro.

Di risorse per le opere piccole ma davvero necessarie alla tutela del territorio i soldi continuano a scarseggiare, tanto se ne dovranno trovare per ripianare le continue “emergenze”. In compenso c’è chi trova il tempo di rilanciare il Ponte sullo Stretto di Messina, stavolta travestito da ferrovia, o a far confusione con la scala delle priorità. Per il 2015-2019 il governo Renzi ha in programma di destinare 40 miliardi di euro a sgravi contributivi e sconti Irap, fondi che forse avvantaggeranno i lavoratori, certamente le imprese cui saranno indirizzati. Con la stessa cifra si potrebbero sanare le emergenze legate al dissesto idrogeologico lungo tutto il territorio italiano, offrendo nel mentre lavoro e promuovendo sostenibilità. La stima arriva direttamente dal ministero dell’Ambiente, ma è rimasta chiusa in un cassetto.

Legambiente sottolinea che  «Con l’autunno e la pioggia, insomma, arrivano puntuali gli stati di emergenza per rischio idrogeologico, che vanno a sommarsi a quelli già dichiarati e non ancora chiusi. Da maggio 2013, secondo i dati di Italia Sicura, sono infatti 40 gli stati di emergenza aperti, di cui 14 ancora in corso. E i danni legati alle emergenze idrogeologiche degli ultimi 16 mesi ammontano a 7,9 miliardi di euro».

Per dichiara Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, sono «Numeri che stanno aumentando rapidamente viste le numerose emergenze che si stanno succedendo e le allerte previste per i prossimi giorni. Nei mesi scorsi il governo è riuscito a rendere disponibili 600 milioni di euro, su un primo piano operativo di 1,3 miliardi di euro, per avviare i cantieri in alcune delle aree metropolitane a maggior rischio. Sono un’importante e positiva novità, ma rischiano di essere insufficienti rispetto all’ingente mole di danni e alla diffusa presenza di territori a rischio in Italia. Bisogna invertire le voci di spesa, destinando maggiori fondi alla prevenzione per diminuire i costi delle emergenze. Questo si può fare solo mettendo al primo posto la qualità nella progettazione e con un nuovo approccio. Gli interventi strutturali di difesa passiva devono lasciare il posto a misure di rinaturalizzazione o riqualificazione, delocalizzazione delle strutture presenti in aree di pertinenza fluviale o a rischio frana, favorire l’esondazione naturale dei fiumi, incrementare la permeabilità dei suoli, laddove è stata compromessa, mantenere quanto più possibili le condizioni di naturalità degli ecosistemi o azioni di rimboschimento di versanti per la gestione delle frane. In questo modo gli interventi garantiscono anche una migliore risposta agli eventi climatici estremi, mettendo in campo quella politica di adattamento che nel nostro Paese stenta ancora a partire».