Le città più a rischio inondazioni costiere sono quelle dei Paesi più inquinanti

I ricchi subiranno più danni economici ma i più colpiti saranno i poveri, soprattutto le donne

[16 maggio 2016]

Inondazioni costiere

Secondo il nuovo rapporto “Act Now or Pay Later: Protecting a billion people in climate-threatened coastal cities” dell’ONG Britannica Christian Aid,  entro il 2060 più di un miliardo di persone sranno esposte ad inondazioni costiere  a causa di un  insieme di fattori: innalzamento del livello del mare, mareggiate e condizioni climatiche estreme.

Il rapporto, pubblicato oggi, che le persone più a rischio vivono soprattutto nei tre dei Paesi maggiori inquinatori di carbonio: Stati Uniti, Cina e India. Le proiezioni per il 2070 dell’Intergovernmental Panel on Climate Change mettono le città indiane di Kolkata e Mumbai, rispettivamente con 14 milioni e 11,4 milioni di persone a rischio, in cima alla lista delle metropoli dove la popolazione sarà più esposta alle inondazioni costiere. Seguono Dhaka (Bangladesh),, Guangzhou (Cina), Città Ho Chi Minh (Vitnam); Shanghai (Cina), Bangkok (Thailandia), Yangoon (Myanmar),   Miami (Usa), Haiphong (Vietnam), Alessandria (Egitto) Tianjin (Cina) Khulna (Bangladesh),  Ningbo (Cina) Lagos (Nigeria), Abidjan (costa d’Avorio), New York City/Newark (Usa), Chittagong (Bangladesh), Tokyo (Giappone), Jakarta (Indonesia). Le prime 7 città della lista sono tutte asiatiche, seguite da Miami all’ottavo posto, che però dovrebbe  subire le maggiori perdite economiche causate dalle inondazioni  costiere entro il 2070, superando i 3.5 miliardi di dollari in danni per i beni esposti. A quanto pare saranno proprio gli Usa a pagare il prezzo più pesante per essere i leader mondiali delle emissioni di CO2: anche e New York dovrebbe subire danni per 2,1 miliardi di dollari. Meno comunque della metropoli cinese di Guangzhou con un patrimonio esposto di 3,4 trilioni di dollari, che si piazza seconda nella classifica delle perdite economiche da inondazioni costiere. .

La principale autrice dello studio, Alison Doig, un’esperta di cambiamento climatico di Christian Aid, spiega che «In totale, delle prime 20 città più vulnerabili economicamente, la metà sono in uno di questi due Paesi. Quattro negli Stati Uniti, sei dalla Cina. Queste cifre dovrebbero essere un campanello d’allarme per il World Humanitarian Summit di Istanbul della prossima settimana (23-24 maggio). Siamo di fronte ad un picco della collisione tra la crescita delle aree urbane costiere e cambiamenti climatici che rende le inondazioni costiere più probabili. Se non facciamo qualcosa al riguardo, questa tempesta perfetta rischia di determinare un costo umano e finanziario pesante.  Crudelmente, saranno i poveri che saranno più colpiti. Anche se il costo finanziario nelle  città dei Paesi ricchi sarà paralizzante, le persone più ricche hanno almeno la possibilità di trasferirsi e di ricevere una protezione assicurativa. L’evidenza dimostra che, da New Orleans a Dacca, sono i più poveri ad essere più vulnerabili perché hanno le peggiori infrastrutture e non hanno reti di sicurezza sociale o finanziaria per aiutarli a riprendersi. C’è una possibilità che questa visione terrificante del  futuro possa essere evitato. Colpisce il fatto che le città che sono di fronte agli  impatti più gravi sono nei  Paesi con elevati contributi alle emissioni di anidride carbonica. La prima cosa che possiamo fare è accelerare la transizione globale dai combustibili fossili sporchi all’energia pulita e rinnovabile del futuro. Possiamo anche fare di più per prepararci a questi eventi. per ogni dollaro speso per ridurre il rischio di disastri risparmieremo circa 7 dollari più avanti. Questo investimento è una bazzecola».

Il rapporto esamina anche come gli uomini e le donne svengono colpiti in modo diverso da disastri legati al clima e a soffrire di più sono le donne.  Christian Aid è già impegnata a fornire assistenza pratica ai più vulnerabili che stanno già affrontando gli impatti climatici. Il Bangladesh è uno dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici e è  142esimo su 187 Paesi nell’Human Development Index dell’Onu, ma le donazioni a Christian Aid stanno aiutando diverse persone a salvarsi dagli alluvioni, come Feroza Begum e la sua famiglia che hanno visto la loro casa allagata più volte ma ora, grazie all’aiuto di  GUK,  un’organizzazione partner di Christian Aid,  la casa e il terreno circostante sono stati messi in una posizione più elevata. Feroza ha anche ricevuto bestiame e sementi più resistenti al cambiamento climatico e ora lei può diversificare il suo reddito e diventare più resiliente: coltiva una piccola piantagione e verdure e si sente molto più sicura.

in vista del World Humanitarian Summit, il  segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon ha chiesto che la percentuale dell’aiuto globale speso per la riduzione del rischio di catastrofi sia all1%, portandola a un miliardo di dollari, Christian Aid dice che è necessario portare questa cifra almeno al  5%  e la Doig spiega: «Questi miliardi di dollari servirebbero in qualche modo per aiutare a proteggere le persone in queste città subito e per alleviare la minaccia per il miliardo di persone vulnerabili a rischio di inondazioni costiere entro il 2060».

Nella classifica delle nazioni che avranno il maggior numero di persone che entro il 2060 vivranno su coste esposte alle inondazioni è in testa la Cina, seguita da India e Bangladesh.  Ma come si è visto non saranno risparmiati i Paesi sviluppati, compresa la Gran Bretagna, dove Christian Aid ha la sua base e che si piazza al 22esimo posto. La Doig conclude: «Nel Regno Unito in questi ultimi anni abbiamo sperimentato delle inondazioni invernali che hanno sommerso gran parte del Paese. Ma questi dati dimostrano che non dobbiamo temere più solo le precipitazioni. Le persone che vivono lungo le nostre coste diventeranno vulnerabili alle maree crescenti se non facciamo qualcosa per il cambiamento climatico».