Le cubomeduse distruggeranno gli oceani del futuro?

Si mangeranno tutti i copepodi devastando la catena alimentare marina?

[11 settembre 2017]

Lo studio “Ocean acidification alters zooplankton communities and increases top-down pressure of a cubozoan predator” pubblicato su Global Change Biology da un team di ricercatori statunitensi, australiani e canadesi dipinge un futuro fosco per gli oceani del nostro pianeta che stanno diventando sempre più acidi, : le cubomeduse (Cubozoa), alcune delle quali hanno una puntura mortale per l’uomo, potrebbero cominciare a mangiare molto di più e il loro appetito sfrenato potrebbe avere un enorme impatto sugli ecosistemi marini.

Su New Scientist, Christie Wilcox spiega che buona parte della CO2 che emettiamo nell’atmosfera viene assorbita dagli oceani, dove diventa acido carbonico, rendendo gli oceani meno alcalini e più acidi . Gli scienziati stanno da tempo cercando di capire quali specie saranno le più colpite, ma alcune ne potrebbero trarre vantaggio e, a quanto pare, tra queste ci sono le pericolose cubomeduse.

I ricercatori sono preoccupati soprattutto per la sorte che potrebbe toccare ad organismi che svolgono un ruolo fondamentale nella catena alimentare marina e che, se scomparissero, potrebbero far collassare interi ecosistemi. Tra questi i copepodi sono particolarmente importanti: questi piccoli crostacei sono la biomassa animale più abbondante sulla Terra e in diverse regioni oceaniche sostengono catene alimentari che arrivano a sostenere fino alle gigantesche balene e l’industria della pesca.

Il principale autore dello studio, Edd Hammill del Department of watershed sciences e dell’Ecology center dell’Utah State University, che la vora anche per  l’University of Technology di Sydney,  sottolinea che «Ciò che accade ai copepodi influenza tutto ciò che dipende da loro, che è praticamente tutto».

Da studi precedenti, come “Influence of CO2-induced acidification on the reproduction of a key Arctic copepod Calanus glacialis pubblicato d un team di ricerca internazionale nel 2012 sul Journal of Experimental Marine Biology and Ecology era emerso che i copepodi possono essere abbastanza resistenti all’acidificazione dell’oceano, ma gli scienziati si erano concentrati soprattutto sulle singole specie, perdendo così gli effetti a livello più ampio dell’intera comunità globale dei copepodi e delle rete della vita marinai.

Hammill e il suo team hanno raccolto lo zooplancton e uno dei sui predatori più voraci: le cubomeduse  Carybdea rastoni, nei mari al largo dell’Australia. Hanno tenuto il plancton in acquari contenenti acqua marina “normale” ed acqua marina acidificata ai livelli previsti per il 2100, poi ha aggiunto le cubomeduse in metà degli acquari. Dopo 10 giorni, hanno guardato cosa era sopravvissuto, scoprendo che sia nehli cquari acidificati che in quelli “normali”, le cubomeduse avevano ridotto il numero di copepodi, ma mentre le cubomeduse avevano mangiato quasi il 37% dei copepodi presenti negli acquari con l’acqua di mare “normale”, i quelli acidificati avevano fatto fuori bel l’83% dei copepodi.

Hammill pensa che i copepodi siano stati indeboliti dall’acqua acidificata e che le cubomeduse ne abbiano approfittato, ma non esclude altre possibilità. «Potrebbe essere che le cubomeduse siano influenzate negativamente dall’acqua acidificata e abbiano bisogno di più prede per sopravvivere».

Nyssa Silbiger, della California State University – Northridge, che non ha partecipato allo studio, ha detto a New Scientist: «E’ un esperimento semplice e intelligente con alcuni risultati interessanti. Evidenzia la necessità cruciale di capire meglio la dinamica delle comunità in risposta alle mutevoli condizioni ambientali. Se questi risultati si ripercuoteranno, anche solo un po’, negli oceani globali, potrebbero avere effetti potenzialmente drammatici e a cascata sulla rete alimentare  oceanica».

Hammil aggiunge un’altra considerazione poco rassicurante: «Altre meduse probabilmente possono reagire in modo analogo all’acqua acidificata». E per questo in futuro vuole studiare l’ecosistema artico: «E’ uno degli ecosistemi più produttivi e più grandi del mondo. Se verificassimo lo stesso modello, potrebbe essere un grosso problema».