Le emissioni di gas serra di zone umide e permafrost rischiano di far sballare gli obiettivi dell’accordo di Parigi

Comporterebbero riduzioni aggiuntive che equivalgono a 5-6 anni di emissioni di carbonio antropiche

[10 luglio 2018]

L’Accordo di Parigi sul clima del 2015 punta a mantenere «l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2° C rispetto ai livelli preindustriali e a proseguire gli sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5° C rispetto ai livelli pre-industriali», ma secondo lo studio “Carbon budgets for 1.5 and 2 °C targets lowered by natural wetland and permafrost feedbacks” pubblicato su Nature Geoscience da un team di ricercatori britannici, le emissioni di gas serra provenienti dalle zone umide e dal permafrost sono state mal calcolate e, tenendone conto nel bilancio globale, comporterebbero riduzioni aggiuntive che equivalgono – ai tassi attuali –  a 5-6 anni di emissioni di carbonio antropiche,

Lo studio condotto dal Centre for Ecology & Hydrology  e al quale hanno partecipato anche ricercatori delle università Exeter e Reading, del Met Office e del Joint Centre for Hydrometeorological Research, soi basa su un nuovo tipo di modello climatico che utilizza un determinato target di temperatura per calcolare le emissioni di combustibili fossili compatibili. I ricercatori spiegano che «Le simulazioni del modello stimano la risposta naturale ai cambiamenti climatici delle zone umide e del permafrost, comprese le loro emissioni di gas serra, e le implicazioni per le emissioni di combustibili fossili umani».

Le zone umide naturali sono aree nelle quali i terreni emettono metano, un potente gas serra e al Centre for Ecology & Hydrology fanno notare che «Le emissioni di metano sono maggiori nei terreni più caldi, quindi aumenteranno in un clima più caldo». Le regioni del permafrost sono quelle che sono permanentemente congelate e quindi, con un clima più caldo stanno iniziando a scongelarsi e «di conseguenza, i terreni iniziano a emettere anidride carbonica e, in alcuni casi, metano, nell’atmosfera. Le emissioni di gas serra provenienti dalle zone umide naturali e dal permafrost aumentano con l’aumento della temperatura globale, questo a sua volta aumenta ulteriormente il riscaldamento globale creando un ciclo di “feedback positivo”».

I risultati mostrano che questo “feedback positivo” è enormemente importante per le riduzioni delle  emissioni necessarie per raggiungere l’obiettivo di 1,5° C piuttosto che l’obiettivo di 2 ° C. «Questo perché – spiegano ancora i ricercatori – abbiamo modellato impatti dei processi aggiuntivi per il periodo 2015-2100, che sono sostanzialmente simili per i due target di temperatura. Tuttavia, poiché i budget delle emissioni per raggiungere l’obiettivo di 1,5° C sono la metà di quanto richiesto per raggiungere l’obiettivo dei 2° C, in proporzione l’impatto delle zone umide naturali e del disgelo del permafrost è molto più ampio».

Un autore dello studio, Chris Huntingford Center for Ecology & Hydrology, aggiunge: «Siamo rimasti sorpresi di quanto siano ampi questi feedback sul permafrost e sulle zone umide per il target di riscaldamento più basso a soli 1,5° C»

Il principale autore dello studio, il biogeochimico Edward Comyn-Platt del Centre for Ecology & Hydrology, conclude: «Le emissioni di gas serra dalle zone umide naturali e dal permafrost sono sensibili ai cambiamenti climatici, principalmente attraverso i cambiamenti nella temperatura del suolo. I cambiamenti di queste emissioni altereranno la quantità di gas serra nell’atmosfera e devono essere prese in considerazione nella stima delle emissioni umane compatibili con l’Accordo di Parigi sul clima».