L'ambasciata Usa smentisce di voler organizzare un colpo di Stato nelle Filippine

Le Filippine dopo il tifone Nock-Ten – Nina: il presidente Duterte minaccia di lanciare i corrotti dall’elicottero

Duterte ammette di aver utilizzato lo stesso metodo quando era sindaco di Davao

[29 dicembre 2016]

Il tifone Nock-Ten – Nina, che ha colpito le Filippine proprio durante le feste di Natale, ha costretto 429.000 persone ad abbandonare le loro case ed ha fatto 6 vittime, mentre i dispersi sono almeno 18.

Il governo di Manila sta cercando di quantificare i danni di questa ennesima catastrofe ambientale che ha colpito le Filippine con venti forti e un’inondazione che il giorno di Natale ha interessato le coste orientali dell’isola di Catanduanes.

Il presidente filippino Rodrigo Duterte si è recato nei luoghi colpiti da Nock-Ten – Nina e, come suo uso, si è lanciato in una tirata populistica ce ha ancora una volta confermato le sue tendenze fascistoidi: «Se siete corrotti, vi cercherò e vi lancerò dall’elicottero in viaggio verso Manila».

Poi il presidente flippino ha ammesso di aver già gettato dei “criminali” fuori da un elicottero in volo quando era sindaco della città di Davao, la città più importante di Mindanao, dove da anni è in corso una guerriglia indipendentista/islamista.

Ora Duterte, dopo aver dato alla polizia la licenza di uccidere spacciatori e drogati vuole estendere questo metodo usato dalle giunte militari fasciste in Sudamerica  anche ai funzionari corrotti.

E’ incredibile, ma il presidente eletto di un Paese che si ritiene democratico, ha detto: «Non ci penserei due volte prima di tornare a tirare della gente da un elicottero», puntualizzando che, a differenza dei tempi di Davao, quando con la scusa della lotta alla criminalità sparivano anche oppositori, questa  volta sarà lanciato fuori dall’elicottero «Il personale corrotto che sperpera il denaro del governo, specialmente i fondi per assistere le vittime del tifone Nina  a Camarines Sur».

Una settimana fa Duterte aveva ammesso di aver aiutato la polizia ad ammazzare i tre presunti assassini di una missionaria australiana a Davao. La sua licenza di uccidere spacciatori e tossicomani si è trasfomata nella totale impunità per gli squadroni della morte, che ne hanno approfittato per eliminare ambientalisti e giornalisti scomodi. Tutte le organizzazioni internazionali per i diritti umani protestano per quanto sta accadendo nelle Filippine, dove un Presidente eletto autorizza esecuzioni sommarie e senza processo e dichiara di aver assassinato personalmente dei “sospetti” e di essere pronto a farlo ancora.

D’altronde Duterte, che si è riavvicinato alla Cina, crede di poter dire e fare quel che vuole: ha chiamato «Figlio di puttana» sia Papa Francesco che il presidente Usa Barack Obama  e ha bollato come «Idiota» l’alto commissario dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Husein.

Intemperanze e una gestione fascistoide del potere che hanno provocato una crisi diplomatica tra Washington e Manila, tanto che ieri l’ambasciata Usa nelle Filippine ha dovuto smentire le voci sull’esistenza di un complotto per rovesciare Duterte, voci probabilmente diffuse da ambienti vicino allo stesso presidente filippino.  «Come dichiarato dal segretario di Stato Kerry durante l’incontro con Duterte nel mese di luglio, gli Stati Uniti rispettano la sovranità delle Filippine e la scelta democratica del popolo filippino», afferma in un comunicato l’addetta stampa dell’ambasciata Molly Koscina.

Il Manila Times, riportando una fonte anonima, aveva sostenuto che l’ex ambasciatore degli Stati Uniti nelle Filippine, Philip Goldberg, aveva preparato un piano per screditare Duterte e favorire un golpe contro di lui.

Ernesto Abella, portavoce del presidente delle Filippine ha confermato alla ABS-CBN. Di essere a conoscenza della risposta Usa alle accuse di organizzare un colpo di Stato nelle Filippine: «Il Dipartimento di Stato ha smentito di aver in mente una cosa del genere, così come qualsiasi coinvolgimento in fatti simili. Duterte non ha paura di un colpo di Stato, perché i filippini apprezzano quello che fa per il Paese».

La teoria del complotto Usa contro Duterte non regge: Obama sta per lasciare il suo incarico a Donald Trump e non è certo in grado di ordire un golpe in un Paese “amico” in così poco tempo. Inoltre Trump piace molto a Duterte – simpatia che sembra contraccambiata – anche se il riavvicinamento tra Manila e Pechino preoccupa molto Washington. E, visto che i cinesi non sono per niente simpatici a Trump, alla fine il presidente killer confesso  delle Filippine potrebbe dover più temere le maniere spicce dei repubblicani che gli “avvertimenti” di Obama e Kerry.

Se è vero che gli Usa hanno intrattenuto rapporti strettissimi con un dittatore sanguinario come Ferdinand Marcos, che ha governato con il terrore le Filippine dal 1965 al 1986, è anche vero che la dittatura fascista di Marcos – che Duterte rimpiange e imita – era proprio un bastione contro l’espansionismo “comunista” cinese. Ora la situazione geopolitica è molto cambiata e, metaforicamente e politicamente parlando, fuori da qualche elicottero militare americano che sorvola le basi Usa nelle Filippine potrebbe finirci prima o poi Duterte.