Le multinazionali Usa appoggiano le politiche climatiche di Obama ma finanziano gli ecoscettici

Inhofe: «Hanno firmato l’American business act on climate change pledge per motivi superficiali»

[12 settembre 2016]

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Da una recente inchiesta svolta da Richard Valdmanis e Grant Smith della Reuters, che  hanno utilizzato dati pubblici, le compagnie statunitensi che hanno dichiarato un ferventissimo sostegno all’agenda ambientale del presidente Barack Obama sono anche quelle che finanziando i più grandi nemici di quella stessa politica ambientale: deputati e senatori repubblicani climate change skeptics che si oppongono alle leggi e ai regolamenti per combattere il cambiamento climatico.

Valdmanis e Smith  scrivono che «In vista delle elezioni presidenziali e del Congresso dell’8 novembre, le donazioni di companies  come PepsiCo, Dupont e Google rivelano una discrepanza tra come queste aziende si presentano al pubblico sulle questioni ambientali e come gestiscono i loro contributi politici per sostenere la politica business-friendly». In linea di massima, molte grandi imprese attive in politica a distribuiscono i loro finanziamenti sia a repubblicani che ai democratici, scegliendo i candidati da sostenere in base ai problemi del momento e ai risultati che vogliono ottenere, ma secondo Jon Lukomnik, a capo dell’Investor responsibility research center institute, l’incoerenza tra le posizioni ambientali di una company e le sue donazioni politiche è  così evidente che non si può voltare la faccia dall’altra parte.

L’indagine Reuters ha coperto le donazioni effettuate durante la campagna elettorali 2016 dai political action committees (Pac) di 30 fra le più grandi multinazionali e imprese statunitensi che nel 2015 avevano firmato l’American business act on climate change pledge di Obama: una promessa pubblica di approvare politiche  aziendali a climate-friendly e di dare un forte sostegno alle politiche climatiche per mettere in atto l’Accordo di Parigi sul clima. Valdmanis e Smith hanno scoperto che «25 delle 30 companies stanno finanziando le campagne di parlamentari presenti in un elenco di “climate deniers”, che è stato messo insieme da Organizing For Action, una Ong creata da ex collaboratori della campagna elettorale di Obama per sostenere la sua agenda. L’elenco comprende più di 130 membri del Congresso, quasi tutti i repubblicani, ed è un who’s who dei più grandi avversari del piano di Obama per combattere il cambiamento climatico. Alcuni di quelli che sono sulla lista contestano l’etichetta di “denier” e si descrivono “scettici” del cambiamento climatico».

Nell’elenco figurano parlamentari come il deputato repubblicano North Dakota Kevin Cramer,  un consulente energetico di Donald Trump che sosteneva che la Terra si sta raffreddando e non  riscaldando, o il senatore dell’Oklaoma Jim Inhofe, che nel 2015 mise una palla di neve sul pavimento del Senato Usa come prova che il riscaldamento globale non esiste.

L’indagine della Reuters  ha scoperto che i Pac della  PepsiCo e della  DuPont hanno dato circa la metà o più delle loro donazioni più alte a senatori e deputati della lista dei climate change skeptics: 56.500 dollari del Pac Pepsi e 29 donazioni al di sopra di 2.500 dollari e 40.000 dollari del Pac DuPonte 19 donazioni al di sopra dei 2.000 dollari. Altri firmatari dell’American business act on climate Change pledge, come Google, AT & T, GE, Verizon, e Mondelez hanno dato più di un terzo dei loro contributi politici più alti ai parlamentari ecoscettici. Valdmanis e Smith sottolineano che «Questi livelli di donazioni fatte ai  climate skeptics sono relativamente elevati, dato che l’elenco copre circa un quarto dei membri del Congresso degli Stati Uniti».

L’imbarazzo dwelle multinazionali è evidente e il puzzo di greenwashing ai livelli più elevati e percepibile da molto lontano, tanto che PepsiCo, Google, AT & T e Verizon non hanno risposto alle richieste di chiarimenti avanzate dalla Reuiters, che .DuPont si è rifiutata di commentare che Mondelez  in un comunicato stampa ha riconfermato la sua partecipazione al climate pledge. Un portavoce dei General Electric ha detto che la compagnia sostiene i candidati sulla base di una vasta gamma di questioni, «ma siamo sempre stati espliciti sulla necessità di affrontare il cambiamento climatico e nel corso degli ultimi 11 anni abbiamo investito più di 17 miliardi di dollari in tecnologie più pulite e R & S».

Anche la PepsiCo ha fatto notare che sta lavorando per una maggiore efficienza energetica e ha il più grande parco camion elettrici degli Usa per fare le consegne. Ma il gigante delle bollicine è anche un gigantesco inquinatore: gli ultimi dati disponibili rivelano che nel 20123 emetteva circa 4,1 milioni di tonnellate di CO2, il 2% in meno che nel 2’012. La stessa cosa vale per DuPont, che ha detto di essere impegnatissima ad aumentare la sua  efficienza energetica, ma nel 2013 emetteva 16,5 milioni di tonnellate di gas serra.

Cramer, che si autodefinisce orgogliosamente  un climate skeptic che si oppone all’agenda climatica di Obama, ma ha preso senza nessun problema  le donazioni delle multinazionali che hanno sottoscritto il climate pledge,  ha spiegato che «Le companies ha detto tendono a considerare questioni come la politica fiscale, la sicurezza nazionale e la politica di regolamentazione al momento di scegliere chi sostenere, in contrapposizione a un singolo problema come l’ambiente». Come altri  parlamentari della lista dei negazionisti climatici, Cramer sottolinea che «Il dibattito sul cambiamento climatico non è così chiaro come gli alleati di Obama lo rappresentano. Non è tutto  bianco e nero: Se sei d’accordo con Obama sei illuminato, e se non lo sei, sei nelle tenebre. E’ più di uno spettro». E un portavoce del senatore dello Iowa Chuck Grassley, un altro di quelli nella lista, ha detto  che «Ha fatto più di qualsiasi altro membro del Congresso per aumentare l’uso di energia pulita», da fonti come l’eolico e i biocarburanti. Ma si è opposto alle iniziative sul cambiamento climatico di Obama, come il risparmio di energia pulita per frenare le emissioni di carbonio, perché crede che potrebbe danneggiare la competitività delle imprese degli Stati Uniti a livello globale.

Inhofe è stato più brutale nello sputtanare i suoi stessi finanziatori: «Non mi importa di essere etichettato come “climate denier”. Alcune companies hanno firmato l’American business act on climate change pledge per motivi superficiali. Si tratta di imprese competitive, e il loro board  avrebbe potuto dire “Guarda, in questo momento potrebbe essere una cosa popolare di aderire a questo, e non c’è nessun aspetto negativo in quanto non stiamo davvero impegnandoci in una qualsiasi cosa”. Il che è assolutamente vero».

Le cinque multinazionali analizzate dalla Reuters che non hanno finanziato gli oppositori della politica climatica di Obama non avevano un avevano un Political action committee, come Apple, o hanno dato pochissimi contributi, come la Coca Cola.

Lauren Compere, amministratore delegato della Boston Common Asset Management, che si occupa di investimenti sostenibili, ha detto alla Reuters che «La coerenza tra la politica e donazioni politiche sta diventando sempre più importante per gli investitori che pensano all’ambiente. Nessuna company desidererebbe di essere percepita come una che da un lato sta sposando politiche climatiche progressive, mentre dall’altro lato finanziai negazionisti climatici».

Ma è proprio quello che sta succedendo in queste elezioni americane.