Le politiche sul cambiamento climatico determineranno il futuro della Terra per i prossimi 10.000 anni

L’unica opzione per evitare disastro climatico e migrazioni di massa è la totale decarbonizzazione

[10 febbraio 2016]

SATKHIRA, BANGLADESH - JANUARY 21: Child goes to school after the rise of sea-level as Department of Environment's study, conducted between April 2013 and Oct 2015, which analyzed tidal water data of the last 30 years in the entire coastal zones of the country, shows that annual rise of sea level in Bangladesh, ranges between 6mm and 20mm, poses threats to the country's agriculture, land and population, in Satkhira, Bangladesh on January 21, 2016. (Photo by Zakir Hossain Chowdhury/Anadolu Agency/Getty Images)

«Al ritmo in cui gli esseri umani emettono carbonio nell’atmosfera, la Terra può subire danni irreparabili che potrebbero durare decine di migliaia di anni». A dirlo è lo studio “Consequences of twenty-first-century policy for multi-millennial climate and sea-level change” pubblicato su Nature Climate Change da un foltissimo team di autorevoli scienziati  che aggiungono. La maggior parte del dibattito politico che riguarda le azioni necessarie per mitigare e adattarsi al cambiamento climatico di origine antropica è inquadrata nelle osservazioni degli ultimi 150 anni, nonché nelle proiezioni climatiche e del livello del mare per il XXI secolo. Tuttavia, l’attenzione su questa finestra di 250 anni, oscura alcuni dei problemi più profondi associati ai cambiamenti climatici».

Lo studio sostiene che «il XX e il XXI secolo, un periodo durante il quale è probabile che si verifichi la  maggioranza delle emissioni di carbonio da attività umane, devono essere collocati in un contesto a lungo termine che include gli ultimi 20 millenni, quando si è conclusa l’ultima era glaciale e si è sviluppata la civiltà umana, e per i prossimi dieci millenni, durante i quali gli impatti del cambiamento climatico antropogenico cresceranno e persisteranno».  Una prospettiva di lunghissimo periodo, ma che dimostra che «le  decisioni politiche prese nei prossimi anni e decenni avranno un profondo impatto sul clima globale, gli ecosistemi e le società umane – non solo per questo secolo, ma per i prossimi dieci millenni e oltre».

Il principale autore dello studio, il paleoclimatologo dell’Oregon State University Peter Clark, spiega che «Gran parte del carbonio stiamo immettendo nell’aria con la combustione di combustibili fossili rimarrà lì per migliaia di anni e una parte resterà lì per più di 100.000 anni. La gente deve capire che gli effetti dei cambiamenti climatici sul pianeta non andranno via, almeno per migliaia di generazioni».

Thomas Stocker, un climatologo dell’università di Berna ed ex co-presidente del Working Group I dell’IPCC, ha  che «Bisogna spostare il focus sui cambiamenti climatici dalla fine del  XXI secolo verso una prospettiva molto più a lungo termine. Le nostre emissioni di gas serra odierne  producono impegni per il cambiamento climatico per molti secoli a millenni. E’ giunto il momento che questa irreversibilità essenziale venga messa al centro dell’attenzione dei policy-makers. La visione a lungo termine ci manda un messaggio agghiacciante su quali sono i reali rischi e le conseguenze dell’era dei combustibili fossili. O ci si impegna a massicci sforzi di adattamento di massa o per molti la dislocazione e la migrazione diventeranno l’unica opzione».

L’innalzamento del livello del mare è uno degli impatti più temuti e studiati del riscaldamento globale, ma secondo il team di scienziati abbiamo appena iniziato a vedere quel che potrebbe succedere. L’ultimo rapporto dell’IPCC, prevede l’innalzamento del livello del mare di un metro entro il 2100, ma nel loro studio i ricercatori analizzano scenari basata su diversi livelli di riscaldamento, che vanno da livello basso, raggiungibile solo con enormi sforzi per eliminare l’utilizzo dei combustibili fossili nei prossimi decenni, ad un tasso più elevato basato sul consumo della metà delle riserve di combustibili fossili nei prossimi secoli.

Riuscendo a restare a 2 gradi centigradi di riscaldamento globale, alla fine il livello dei mari  aumenterebbe comunque di circa 25 metri. Con 7 gradi il riscaldamento,  lo scenario di fascia alta, l’aumento sarebbe di  50 metri, anche se per  arrivarci ci  vorrebbero diversi secoli e forse millenni.

Clark sottolinea che «Al livello dei mari occorre un tempo molto lungo per reagire, sull’ordine di secoli. E’ ‘come il riscaldamento di una pentola di acqua sul fuoco; non bolle per molto tempo dopo che il fuoco è stato acceso,  ma poi continuerà a bollire finché permane il calore. Una volta che il carbonio è nell’atmosfera, rimarrà lì per decine o centinaia di migliaia di anni e anche il riscaldamento, così come l’innalzamento dei mari, rimarrà».

Anche se riuscissimo a realizzare lo scenario con minore impatto, 122 paesi avranno almeno il 10% della loro popolazione in aree che saranno interessate direttamente dall’innalzamento del livello del mare e circa 1,3 miliardi di persone, il 20% della popolazione mondiale, vive in territori che possono essere colpiti direttamente. Gli impatti diventano maggiori quando aumentano il riscaldamento globale e il livello del mare. Clark avverte: «Non possiamo continuare a costruire dighe alte 25 metri Alla fine intere popolazioni dovranno andarsene dalle città»

Daniel Schrag, che insegna geologia all’università di Harvard, aggiunge «Ci sono problemi morali su che tipo di ambiente che stiamo lasciando alle generazioni future. Oggi, l’innalzamento del livello del mare potrebbe non sembrare un grosso problema, ma ci sono scelte che influenzeranno i nipoti dei nostri nipoti e oltre. Dobbiamo riflettere attentamente su cosa stiamo scatenando su scale temporali lunghe».

Lo studio pubblicato su Nature Climate Change fondamentalmente fa il punto proprio su questo e ci dice che, prendendo in considerazione  sul lungo periodo il ciclo del carbonio e il cambiamento climatico, ridurre le emissioni leggermente, ma anche in modo significativo, non è sufficiente. «Per risparmiare alle future generazioni i peggiori impatti dei cambiamenti climatici – dice Clark – l’obiettivo deve essere zero – o anche emissioni di carbonio negative – il più presto possibile».

Schrag evidenzia che «Aver fatto i primi passi è importante, ma è essenziale per vederli come l’inizio di un percorso verso la decarbonizzazione totale. Questo significa continuare a investire nelle innovazioni che potranno  un giorno sostituire del tutto i combustibili fossili. Riduzioni parziali non faranno un buon lavoro»

Stocker  conclude: «Solo negli ultimi 50 anni, gli esseri umani hanno cambiato il clima su scala globale, dando il via all’Antropocene, una nuova era geologica, con condizioni di vita fondamentalmente alterate  per molte migliaia di anni a venire.  Dato che non sappiamo fino a che punto sarà possibile l’adattamento per gli esseri umani e gli ecosistemi, tutti i nostri sforzi devono concentrarsi su una rapida e completa decarbonizzazione: l’unica opzione per limitare il cambiamento climatico».