Senza adattamenti, forti cali per grano, mais e riso già dal 2030 e i Paesi temperati non si salveranno

L’effetto del global warming sulla produzione di cibo è peggiore di quanto si pensasse

[18 marzo 2014]

Nutrire una popolazione mondiale in forte crescita in un clima che cambia rappresenta una grande sfida per le società umane: è necessario garantire alti rendimenti delle coltivazioni all’interno di scenari agricoli mutati dal global warming e valutare le prospettive della sicurezza alimentare. Il nuovo studio “A meta-analysis of crop yield under climate change and adaptation”, pubblicato su Nature Climate Change da un team di ricercatori di Australia, Columbia, Gran Bretagna ed Usa, dimostra che gli impatti del cambiamento climatico porteranno a perdite più pesanti delle rese globali di quanto precedentemente creduto. Lo studio,  fa parte dei documenti utilizzati direttamente dal Working Group II dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) che lavora al quarto Assessment Report che dovrebbe essere pubblicato alla fine del mese

Secondo i ricercatori «Le precedenti meta-analisi hanno sintetizzato gli impatti dei cambiamenti climatici e il potenziale adattativo in funzione della temperatura, ma non hanno esaminato l’incertezza, la tempistica degli impatti, o l’efficacia quantitativa dell’adattamento». Per questo il team internazionale ha sviluppato un nuovo data set con più di 1.700 simulazioni pubblicate per valutare l’impatto dei cambiamenti climatici sui rendimenti e l’adattamento delle colture ed è arrivato alla conclusione che «Senza adattamento, le perdite nella produzione aggregata sono attesi per frumento, riso e granturco nelle regioni temperate e tropicali con  2° C di riscaldamento locale. Con adattamenti a livello di coltivazione i rendimenti simulati aumentano in media del 7-15%, con adattamenti più efficaci per il grano e il riso che per il mais. Le  perdite di rendimenti saranno di maggiore entità per la seconda metà del secolo rispetto alla prima».

Le diminuzioni delle rese nella seconda metà del secolo saranno più forti nelle regioni tropicali che nelle regioni temperate, ma gli scienziati avvertono che «Anche un  riscaldamento moderato può ridurre la resa delle colture in molte località temperate. Anche se si sa meno circa variabilità interannuale che sui rendimenti medi, i dati disponibili indicano che è probabile l’aumento della variabilità dei rendimenti».

Uno degli autori, l’australiano  Mark Howden, della Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (Csiro) ha spiegato all’Abc che «La resa delle coltivazioni di grano, mais e riso cala di circa il 5% per ogni grado di riscaldamento. Le riduzioni dei rendimenti tendono ad aumentare quando la temperatura va più in su. Il risultato è peggiore delle previsioni precedenti. Guardando indietro di qualche anno, pensavamo che forse avremmo potuto cavarcela con un po’ più di riscaldamento prima che i dati diventino negativi, ma tutto questo in realtà dimostra che prima o poi il picco ci sarà. L’industria agricola dovrà adattarsi per evitare penurie alimentari globali. Ci sono un sacco di cose che si potrebbero fare, come i cambiamenti di gestione, i cambiamenti nelle varietà e potenzialmente i cambiamenti di localizzazione».

Il principale autore dello studio, Andy Challinor della School of Earth and Environment dell’università britannica di  Leeds, conferma: «La nostra ricerca mostra che i raccolti saranno influenzati negativamente dai cambiamenti climatici molto prima del previsto. Inoltre, l’impatto dei cambiamenti climatici sulle colture varierà sia di anno in anno che da luogo a luogo, con la variabilità che diventerà maggiore, in quanto il clima diventa sempre più irregolare».

Grazie al maggior interesse per ricerca sul cambiamento climatico, il nuovo studio è stato in grado di produrre il più grande dataset di dati aggiornati sulle risposte delle coltivazioni, con più del doppio del numero di studi che erano disponibili per i ricercatori  che hanno realizzato il quarto Assessment Report Ipcc nel  2007. Nel quarto Report dell’Ipcc, gli scienziati avevano detto che le regioni del mondo con climi temperati, come l’Europa e la maggior parte del Nord America, potrebbero resistere a un paio di gradi di riscaldamento senza un effetto notevole sui raccolti, o forse anche beneficiare di un raccolto eccezionale. Ma ora  Challinor ed i suoi colleghi dicono che «Quando si sono resi disponibili più dati, abbiamo visto un cambiamento nel consenso, i nuovi dati ci dicono che gli impatti dei cambiamenti climatici nelle regioni temperate avverranno più presto di quanto si credeva possibile».

I ricercatori  sono convinti che dagli anni 2030 in poi vedremo, in media, un impatto sempre più negativo del cambiamento climatico sulle rese dei raccolti e che l’impatto del global warming sull’agricoltura sarà maggiore nella seconda metà del secolo, quando diminuzioni delle rese di oltre il 25% diventeranno sempre più comuni.

Già oggi, per mitigare l’effetto dei cambiamenti climatici  gli agricoltori utilizzano tecniche di adattamento su piccola scala,  come gli  aggiustamenti nella varietà delle colture e nelle date di semina, ma  già durante questo secolo, se si vogliono salvaguardare i raccolti per le generazioni future, saranno necessarie maggiori trasformazioni ed innovazioni agricole.

Challinor  conclude: «Il cambiamento climatico porta a raccolti meno prevedibili, con i diversi Paesi che vinceranno o perderanno in anni diversi. Il quadro complessivo resta negativo ed ora stiamo iniziando a vedere come la ricerca possa supportare l’adattamento, evitando gli impatti peggiori.