L’esternalizzazione delle emissioni di CO2 la pagano i più poveri: cosa sta accadendo in Cina

[12 giugno 2013]

Nessuno vuole l’inquinamento da anidride carbonica (CO2) e chi è abbastanza ricco – come gli Usa e l’Ue – ha trovato il modo di esportarla all’estero esternalizzando le produzioni inquinanti nei Paesi in via di sviluppo come la Cina, ma lo studio Outsourcing CO2 within China – realizzato da un team di ricercatori cinesi, statunitensi, britannici ed austriaci e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) – rivela gli aspetti meno conosciuti dell’esportazione dell’inquinamento all’interno della stessa Cina.

Come spiegano i ricercatori, «Recenti studi hanno dimostrato che l’alto tenore di vita da parte delle persone nei Paesi più ricchi spesso va a scapito delle emissioni di CO2 prodotte con tecnologie a bassa efficienza dai meno abbienti nei Paesi in via di sviluppo. Meno evidente è che questo rapporto tra i Paesi sviluppati e in via di sviluppo possa esistere all’interno dei confini di un singolo Paese, con le regioni ricche che consumano ed esportano beni e servizi di valore elevato che dipendono dalla produzione di beni e servizi a basso costo e ad alta intensità di emissioni provenienti dalle regioni più povere dello stesso Paese. Come più grande emettitore mondiale di CO2, la Cina è un esempio preminente ed importante, visto che sta lottando per bilanciare la rapida crescita economica e la sostenibilità ambientale tra le varie province che sono a stadi di sviluppo molto diversi».

Si tratta di un lavoro enorme, realizzato tracciando le emissioni di CO2 legate ai beni, sia all’interno della Cina che a livello internazionale, utilizzando un modello globale per 129 regioni, tra le quali 107 singoli Paesi e 57 settori industriali. La Cina è poi stata suddivisa in 30 sub-regioni che comprendono 26 province e 4 città. Ne è venuto fuori che «Il 57% delle emissioni della Cina sono legate a beni che vengono consumati al di fuori della provincia in cui sono prodotti. Ad esempio, fino all’ 80% delle emissioni relative ai beni consumati nelle province costiere altamente sviluppate sono importati dalle province meno sviluppate della Cina centrale e occidentale, dove si producono molti beni a basso valore aggiunto, ma ad alta intensità di carbonio».

Lo studio conclude che «Senza un’attenzione politica a questo tipo di rilocalizzazione interprovinciale delle emissioni, le province meno sviluppate avranno difficoltà a soddisfare i loro obiettivi di intensità delle emissioni, mentre le province più sviluppate potrebbero raggiungere i propri obiettivi con un’ ulteriore esternalizzazione. Il consumo basato sulla contabilità delle emissioni può così informare in maniere efficace ed equa la politica climatica all’interno della Cina».

Quindi il miracolo cinese è fatto di aree sviluppate come Shanghai e Pechino che importano materie prime, acciaio, attrezzature industriali ed altri prodotti dell’industria pesante che vengono prodotti in fabbriche altamente inquinanti come quelle della Mongolia Interna.

Steven Davis, del Department of earth system science dell’Università di California – Irvine, ed i suoi colleghi che hanno partecipato alla ricerca non sono certo molto sorpresi perché, come le più stringenti regole ambientali nel mondo occidentale hanno portato diverse grandi e medie industrie  occidentali ad esportare le loro produzioni più inquinanti in Paesi nei quali le leggi erano meno esigente e quindi meno costosi, quello che sta accadendo in Cina in rapidissima crescita  è esattamente lo stesso processo. Anzi è più accelerato perché nel 2005 l’industria produceva il 72,8% del Pil della Repubblica popolare cinese. L’industria, compresa l’estrazione mineraria, la fabbricazione, edilizia ed energia,  nel 2010 rappresentava il 46,8% del Pil ed occupava il 27% della forza lavoro. Nel 2004 il settore manifatturiero ha prodotto il 44,1% del Pil  e nel 2006 occupava l’11,3% della forza lavoro.

La Cina è il maggiore produttore mondiale di fertilizzanti chimici, cemento e acciaio. Prima del 1978, la maggior parte di tutto questo veniva prodotto da imprese statali, con le riforme economiche introdotte da Deng Xiao Ping ci fu un significativo aumento della produzione da parte delle imprese partecipate  dai governi locali, soprattutto comuni e villaggi  e, sempre più, da imprenditori privati ed  investitori stranieri, ma nel 1990  il settore statale rappresentava ancora circa il 70% della produzione cinese.

Gli obiettivi specifici per l’abbattimento dell’inquinamento nelle province cinesi, adottati nel 2009 dopo l’Accordo di Copenaghen per tagliare le emissioni di CO2, sembrano aver incoraggiato ancora di più questo tipo di esternalizzazione interna.

Come evidenzia Davis,  il centro della Cina, meno sviluppato, non è tenuto a tagliare la maggior quantità dei  pericolosi gas serra, «Questo è deplorevole, perché le riduzioni sono più economiche e più semplici, a basso costo, sono possibili nelle province interne, dove modesti miglioramenti tecnologici potrebbe fare una grande differenza per le emissioni. Le aree ricche attualmente hanno obiettivi molto più duri, quindi è più facile per loro di acquistare solo prodotti realizzati altrove. Un obiettivo a livello nazionale che registri le emissioni contenute nel commercio sarebbe un bel passo nel cammino verso la soluzione del problema. Ma non è questo quello che sta accadendo».