Europa, 60 anni. E poi?

Trasformazione verde, sullo sfondo delle minacce del cambiamento climatico e della scarsità di risorse

[24 marzo 2017]

Sessant’anni fa, a Roma, sei nazioni profondamente ferite da due guerre mondiali hanno fatto la scommessa audace di abbandonare i conflitti  per percorrere la strada dell’armonia che la messa in comune di interessi industriali e commerciali poteva creare. Confidando nella progressiva integrazione delle società europee, è stato un passo inteso a raggiungere rapidamente un’integrazione anche politica. Ma la realtà ha dimostrato che l’unione politica non poteva derivare automaticamente dall’integrazione economica, perché richiedeva la volontà di condividere un destino comune.

Oggi, anche se attraversata da una grave crisi, l’Ue rimane uno dei progetti più ambiziosi tentati dagli europei; ha rappresentato e ancora rappresenta una speranza per tutti coloro che vivevano e vivono sotto il giogo di regimi autoritari. In un continente con una storia di conflitti e guerre, questi sessant’anni sono stati un periodo di pace e di cooperazione senza precedenti. Oggi, noi europei possiamo muoverci e vivere per lo più liberamente in tutta l’Ue; condividiamo risorse e applichiamo regole decise attraverso istituzioni comuni, che hanno dato negli anni  un notevole contributo al miglioramento della vita quotidiana di 500 milioni di europei; abbiamo accolto le democrazie del Sud dell’Europa, appena uscite da lunghe dittature militari, e abbiamo riunito un continente un tempo lacerato dalla Cortina di ferro.

Purtroppo, questi risultati importanti non possono farci dimenticare che la crisi rappresenta ancora oggi  una minaccia seria per il sistema sociale, democratico ed economico europeo e mette a nudo l’incapacità dei governi nazionali e delle istituzioni comunitarie di offrire soluzioni praticabili e comuni. L’ostinata insistenza su politiche di austerità, la mancanza cronica di strumenti e risorse comuni, il funzionamento opaco e inefficace delle istituzioni hanno indebolito la coesione sociale, aggravato le disuguaglianze e la disoccupazione, contribuito all’aumento del debito pubblico in molti paesi e svuotato di contenuto la promessa di prosperità condivisa e di solidarietà. Anche la libera circolazione è ora messa in pericolo. Politicamente indebolita, l’Ue si è posta obiettivi senza darsi i mezzi per raggiungerli; diritti e libertà fondamentali sono apertamente messi in discussione da alcuni governi radicali di destra, quasi senza opposizione. E quello che è peggio è che l’ “Europa” è percepita da un numero crescente di europei come un colosso burocratico che svende il bene comune per mettersi al servizio di interessi privati, incapace di affrontare problemi comuni quali la migrazione, la sicurezza e lotta alla povertà e alla disoccupazione.

Le sfide di questo secolo sono globali: clima, spostamenti di popolazioni, conflitti e guerre, una evoluzione tecnologica tumultuosa , evasione fiscale, produzione industriale, conservazione delle risorse, inquinamento, biodiversità, agricoltura, corruzione e criminalità organizzata non hanno alcun rispetto per i confini nazionali. Sì, l’Ue non è perfetta. Ma è la nostra migliore arma per affrontarle.

Abbiamo scelto di essere europei. L’Europa è e rimane la nostra casa comune e vogliamo difenderla contro nuovi nazionalismi ed estremismi. È per questo che siamo a Roma.

La più grande ricchezza dell’Europa non sta nel suo potere economico, ma nel valore dei suoi uomini e delle sue donne. Questo non è un concetto morto, vive ogni giorno attraverso i suoi cittadini, i lavoratori, gli studenti, gli imprenditori. È per ognuno di loro che il progetto europeo deve contare ed essere difeso.

Ciò significa che l’Ue deve essere il nostro quadro comune in grado di ampliare la portata dei diritti e delle libertà, non di limitarli. Significa guidare la trasformazione verde, sullo sfondo delle minacce del cambiamento climatico e della scarsità di risorse, proteggendo l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo e la salute di ognuno di noi. Significa investire nei giovani, nella formazione, in nuove attività economiche e posti di lavoro di qualità, superando la dipendenza dai combustibili fossili e le eredità inquinanti del passato. Significa scommettere su un bilancio UE dalle risorse adeguate per costruire solidarietà, ridefinire il benessere e lottare contro l’esclusione sociale e la povertà. Significa aiutare chi fugge da guerre e  miseria, sia che raggiunga le nostre coste che resti fisicamente lontano da noi. Significa rimettere al centro l’ambizione di combattere la corruzione, il malgoverno e l’indebolimento dello stato di diritto e smettere di cercare competitività e crescita attraverso la deregolamentazione.

Significa anche ricominciare a spingere per una “Unione sempre più stretta”, come scritto nei trattati 60 anni fa.

L’Ue deve diventare una efficace democrazia multilivello, liberata dalla regola dell’unanimità e da veti reciproci. Non sarà sufficiente un susseguirsi di trattati intergovernativi e dei loro emendamenti. L’Ue avrà bisogno di un vero e proprio processo costituzionale che organizzi la separazione dei poteri, consolidi i diritti e le libertà fondamentali e fissi gli obiettivi dell’Unione dentro e fuori i propri confini.

Da Roma, i Verdi si impegnano a essere parte attiva di una grande alleanza tra la società civile, i sindacati, i movimenti sociali e le forze politiche progressiste che costruisca un patto rinnovato per una democrazia europea: questo è il nostro progetto;  una comunità di valori, uno strumento indispensabile per costruire una società giusta.

Sessant’anni dopo, questo non è solo il momento di commemorazioni, né tantomeno di nostalgia. Più che mai è il momento di scrivere insieme un nuovo capitolo della nostra storia comune, più ambizioso e più sostenibile.

di Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde Europeo