Salvini, Borghezio, Bizzotto, Ciocca e Fontana gli unici italiani contrari

L’Europarlamento ratifica l’Accordo sul clima di Parigi. I leghisti votano no

Tra un mese entrerà definitivamente in vigore. Onu: opportunità per costruire economia più sostenibile e competitiva

[4 ottobre 2016]

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Dopo gli Usa, la Cina e l’India, per rimanere ai Paesi più popolosi e influenti del pianeta, anche l’Unione europea si appresta finalmente a ratificare l’Accordo sul clima raggiunto a Parigi nel dicembre scorso. La spinta fondamentale è arrivata oggi dall’Europarlamento, che ha dato il suo consenso alla ratifica dell’accordo con 610 voti a favore, 31 astensioni e 38 contrari. Tutti gli eurodeputati italiani hanno lavorato per raggiungere questo fondamentale traguardo, tutti tranne i leghisti che in blocco si sono schierati ostinatamente contro ogni evidenza scientifica e soprattutto contro l’interesse della collettività: Mara Bizzotto, Mario Borghezio, Angelo Ciocca, Lorenzo Fontana e Matteo Salvini hanno infatti espresso voto contrario alla ratifica dell’Accordo, finendo comunque schiacciati da un’ampia maggioranza.

Ora che l’accordo è stato approvato dal Parlamento europeo, il Consiglio Ue potrà adottare formalmente la decisione tramite una procedura scritta d’urgenza così che l’Unione europea possa depositare venerdì 7 ottobre gli strumenti di ratifica presso la sede delle Nazioni Unite a New York. Esattamente un mese dopo inizierà la Cop22 a Marrakech, e in quel giorno l’Accordo di Parigi diventerà definitivamente in vigore: un accordo globale e vincolante, il primo nel suo genere, con l’obiettivo di mantenere l’innalzamento delle temperature entro i +2 °C rispetto all’epoca preindustriale, tentando il possibile per arrestarsi entro +1,5 °C.

«L’entrata in vigore dell’accordo di Parigi meno di un anno dopo la sua firma è un risultato enorme, mentre ci sono voluti otto anni per il protocollo di Kyoto. Il voto di oggi significa anche che l’Ue resta un leader» nella lotta al cambiamento climatico, ha dichiarato il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. Sulla stessa linea il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, che ha dichiarato: «Oggi l’Unione europea è passata, in materia di clima, dall’ambizione all’azione. Continuiamo a dar prova di leadership e a dimostrare che, insieme, l’Unione europea può conseguire risultati». Anche il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, presente a Strasburgo, ha tenuto a sottolineare che «l’Unione europea ha una lunga esperienza di leadership nella lotta contro il cambiamento climatico», ma la realtà dei fatti suggerisce come in realtà questo momento storico veda l’Ue a traino delle altre superpotenze mondiali nella lotta ai cambiamenti climatici.

Fino a ieri 62 parti delle 197 firmatarie avevano già ratificato l’Accordo, rappresentando il 51,89% delle emissioni mondiali di gas serra. Con l’aggiunta dell’Ue (e del suo 12% di emissioni) tutte le condizioni per l’entrata in vigore dell’Accordo saranno rispettate, ma essere il 63esimo aderente non è certo il più brillante segno di leadership. Una valutazione che peggiora ulteriormente osservando le dinamiche in atto nei singoli Stati membri: finora solo Ungheria, Francia, Slovacchia, Austria, Malta, Portogallo e Germania hanno già provveduto alla ratifica. Tra i grandi assenti l’Italia, che tramite il ministro dell’Ambiente continua a garantire «tempi rapidi» ma ancora latita. Nel mentre a correre sono tornate però ad essere le nostre emissioni di gas serra in atmosfera, aumentate lo scorso anno del 2% (a fronte di una crescita del Pil pari a +0,7%, circa un terzo).

Ovvero, stiamo marciando in direzione opposta al necessario. Come ha recentemente ricordato una multinazionale petrolifera del calibro della Shell, un mondo a “emissioni zero” è realmente possibile. La variabile determinante per evitare cambiamenti climatici drammatici quanto irreversibile è però il tempo. Come dettaglia ancora la Shell, per rimanere entro i +2°C l’umanità dovrà raggiungere un livello di emissioni (nette) zero attorno al 2070; per restare a +1,5 °C, l’asticella si abbassa al 2050.

«Non abbiamo ancora ratificato l’accordo nazionalmente ma soprattutto, a questo punto – commenta  la presidente nazionale di Legambiente, Rossella Muroni – ci interessa sapere quali sono le politiche industriali ed economiche che si intendono portare avanti nazionalmente per rispettarlo questo benedetto accordo di Parigi!». Come ha ricordato oggi Ban Ki-moon, la lotta al cambiamento climatico non è solo una delle più importanti sfide del nostro tempo, ma anche l’opportunità di costruire un’economia più sostenibile e competitiva e società più stabili. L’Italia possiede le carte giuste per affrontare la partita, ma è sempre più urgente che le istituzioni sappiano predisporre il tavolo di gioco adatto. Ne va non solo del futuro, ma del presente di tutti.