L’impronta di carbonio del turismo globale è 4 volte più pesante di quanto si pensasse

Gli impatti più grossi del turismo sono nelle piccole isole e nelle località sciistiche

[8 maggio 2018]

Il turismo è un’industria globale enorme e in piena espansione che vale più di 7 trilioni di dollari e che in tutto il mondo impiega un lavoratore su 10. Ora lo studioThe carbon footprint of global tourism”, pubblicato su Nature Climate Change da un team delle università australiane di Sidney e del Qeensland, l’analisi completa della supply chain del turismo, dimostra il vero costo dei nostri viaggi: «il turismo è responsabile di quasi un decimo delle emissioni di gas serra, con i voli che rappresentano una componente importante». Lo studio evidenzia una lacuna nell’Accordo di Parigi sul clima, che non include il trasporto aereo.

Lo studio, guidato dall’Integrated Sustainability Analysis supply-chain research group dell’università di Sydney,  ha rilevato che «L’impronta globale delle emissioni di gas serra legate al turismo globale è quattro volte maggiore rispetto alle stime precedenti, sta crescendo più velocemente del commercio internazionale e è già responsabile di quasi un decimo dei gas serra globali».

Le precedenti ricerche sul turismo avevano quantificato l’impronta di carbonio limitandosi ad aspetti specifici delle attività turistiche come hotel, eventi e infrastrutture di trasporto e in particolare Paesi o regioni. Questo nuovo studio ha riguardato ben 189 Paesi e tutte le catene di approvvigionamento a monte.

Gli Stati Uniti sono in cima alla classifica dell’impronta di carbonio, seguiti da Cina, Germania e India. La maggior parte di queste impronte di carbonio è causata dai viaggi interni, mentre i viaggi d’affari non possono essere distinti dal turismo. I viaggiatori provenienti da Canada, Svizzera, Olanda  e Danimarca esercitano un’impronta di carbonio molto più elevata all’estero che nei loro Paesi. La principale autrice dello studio,  Arunima Malik , della School of Physics dell’università di Sidney, ha detto a BBC News: «Quando le persone più ricche viaggiano tendono a spendere di più per i i trasporti con emissioni di carbonio più elevate, il cibo e gli acquisti. Se sono visitatori provenienti da Paesi ad alto reddito, in genere spendono fortemente per viaggi aerei, negozi e ospitalità dove vanno, ma se i viaggiatori provengono da Paesi a basso reddito spendono di più per il trasporto pubblico e il cibo non trasformato, i modelli di spesa sono diversi per le diverse economie da cui provengono».

In Paesi come le Maldive, Mauritius, Cipro e Seychelles, il turismo internazionale rappresenta tra il 30% e l’80% delle emissioni nazionali. «I piccoli Stati insulari sono in una posizione difficile  – ricorda la Malik – perché ci piace viaggiare in queste località e quei piccoli Stati insulari si affidano molto al reddito turistico ma sono allo stesso tempo vulnerabili agli effetti dell’innalzamento dei mari e dei cambiamenti climatici».

Tra il 2009 e il 2013, l’impronta di carbonio globale del turismo è aumentata da 3,9 a 4,5 Gt di CO2 equivalenti – quattro volte più delle stime precedenti – pari a circa l’8% delle emissioni globali di gas serra. I trasporti, lo shopping e il cibo rappresentano contributi importanti.

Lo studio rileva che i viaggiatori  internazionali e le entrate del turismo sono cresciuti dal 3 al 5% all’anno – superando la crescita del commercio internazionale – e si prevede che il turismo crescerà del 4% all’anno, superando molti altri settori economici.

E’ stata quantificata per la prima volta, l’impronta turistica mondiale lungo l’intera catena di approvvigionamento – dai voli ai souvenir – e si è rivelata come un contributo significativo e crescente alle emissioni di gas serra. I ricercatori australiani evidenziano che «Considerando le loro piccole popolazioni, le piccole isole attraggono una quota sproporzionata delle emissioni di carbonio attraverso gli arrivi internazionali, mentre gli Stati Uniti sono responsabili della maggior parte delle emissioni generate dal turismo in generale». La domanda di turismo internazionale viene anche osservata in Paesi emergenti come Brasile, India, Cina e Messico, evidenziando un problema fondamentale: la ricchezza. Il rapporto sottolinea che «Quando le persone guadagnano più di 40.000 dollari all’anno, la loro impronta di carbonio derivante dal turismo aumenta del 13% per ogni aumento del 10% del reddito» e non sembra saziarsi mai.

I ricercatori raccomandano di fornire ai Paesi turistici un’assistenza finanziaria e tecnica che possa contribuire a far condividere oneri quali il riscaldamento globale per gli sport invernali, l’innalzamento del livello del mare nelle isole e l’impatto dell’inquinamento sulle destinazioni esotiche e vulnerabili.

Ma la raccomandazione chiave farà storcere il naso a molti turisti low cost: volare meno e pagare di più per ridurre le emissioni di carbonio.

La Malik ha spiegato che questa complessa ricerca ha richiesto un anno e mezzo di lavoro per completare e integrare più di un miliardo di catene di approvvigionamento e il loro impatto sull’atmosfera: «La nostra analisi è un primo sguardo al vero costo del turismo – compresi i beni di consumo come il cibo e i souvenir – è una valutazione completa del ciclo di vita del turismo globale, assicurandoci di non dimenticarci di alcun impatto Questa ricerca colma una lacuna cruciale identificata dall’Organizzazione mondiale del turismo e dall’Organizzazione meteorologica mondiale per quantificare, in modo completo, l’impronta turistica del mondo».

Un altro autore dello studio,  Ya-Yen Sun, della Business School dell’università del Queensland e della National Cheng Kung University di Taiwan, ha detto che «E’ fondamentale ripensare al turismo come un’attività “a basso impatto”. Dato che il turismo è destinato a crescere più rapidamente di molti altri settori economici, la comunità internazionale potrebbe prendere in considerazione la sua inclusione in futuro negli impegni climatici, come l’Accordo di Parigi, legando i voli internazionali a specifiche nazioni. Potrebbero essere necessarie carbon tax o carbon trading schemes – in particolare per l’aviazione – per ridurre la futura crescita incontrollata delle emissioni legate al turismo».

Il World travel and tourism council (Wttc) ha accolto favorevolmente lo studio ma respinge l’accusa che gli sforzi dell’industria turistica per tagliare le emissioni di carbonio siano stati un fallimento. «Sarebbe ingiusto dire che l’industria non sta facendo nulla –  ha detto Rochelle Turner, direttrice ricerca del Wttc – Abbiamo visto un numero crescente di hotel, aeroporti e tour operator che sono diventati tutti a emissioni zero e quindi c’è un momentum». Ma gli esperti dicono che le compensazioni  –  come i soldi spesi dai turisti per piantare alberi per mitigare la loro impronta di carbonio –  dovranno aumentare, anche se qualcuno ne mette in dubbio l’efficacia.

Ma la chiave è la consapevolezza  dei turisti e secondo il Wttc anche la recente crisi idrica a Città del Capo in Sudafrica «ha aiutato le persone a riconoscere che i cambiamenti climatici possono avere un impatto su risorse come l’acqua. Per le persone esiste il reale bisogno di riconoscere quale sia il loro impatto su una destinazione . conclude la  Turner – e quanta acqua, rifiuti ed energia si dovrebbe utilizzare rispetto alla popolazione locale. Tutto ciò consentirà ai turisti di prendere decisioni migliori ed è solo attraverso queste migliori decisioni che saremo in grado di affrontare la questione dei cambiamenti climatici».

Ma Il leader dei ricercatori dell’Università di Sydney, Manfred Lenzen, conclude facendo notare che «Lo studio ha scoperto che il trasporto aereo è il fattore chiave dell’impronta del turismo e che questa industria ad alta intensità di carbonio comprenderà una percentuale sempre più significativa di emissioni globali a causa della crescente affluenza e degli sviluppi tecnologici che renderanno le destinazioni più accessibili. Abbiamo scoperto che l’impronta ecologica pro-capite aumenta fortemente con l’aumento dell’affluenza e non sembra saziarsi  quando i redditi crescono,  Per i turisti, pagare per una riduzione a lungo termine del carbonio potrebbe aumentare significativamente il prezzo di un viaggio».