Il bilinguismo potrebbe salvare quelle dei piccoli popoli

Lingue a rischio estinzione più della biodiversità… a causa del Pil

Una ricerca utilizza i parametri Iucn per piante e animali per capire quali sono le più a rischio

[5 settembre 2014]

Molte delle lingue parlate nel mondo rischiano seriamente di estinguersi, ma secondo  lo studio “Global distribution and drivers of language extinction risk”, «gli sforzi per prevenire questa perdita culturale sono gravemente limitati da una scarsa comprensione dei modelli geografici e dei driver del rischio dei estinzione».

Il team di scienziati britannici, danesi e statunitensi che hanno pubblicato la ricerca su Proceedings of Royal Society B  han quantificato la distribuzione globale dei linguaggi a rischi estinzione rappresentando gli areali delle piccole popolazioni che parlano ancora lingue autoctone ed identificato  il rapido declino nel numero di speaker di queste lingue, incrociando i dati con i driver ambientali e socioeconomici delle diverse aree. Ne è venuto fuori che sia la riduzione delle piccole popolazioni che il calo del numero di speaker delle lingue autoctone  dipendono dal rapido declino di chi parla questi idiomi e questo ha portato alla possibile estinzione del 25% delle lingue esistenti.

C’entra anche il clima, visto che le dimensioni delle popolazioni autoctone con lingue proprie sono più piccole nelle regioni tropicali ed in quelle artiche, in particolare nelle aree ad elevata piovosità, alta eterogeneità topografica e/o con popolazione umana u in rapida crescita. Invece i recenti cali degli speaker «Si sono verificati soprattutto alle alte latitudini e sono fortemente legati alla forte crescita economica – dicono i ricercatori  – Le lingue minacciate sono numerose nei tropici, nell’Himalaya e nel nord-ovest dell’America del Nord. Questi risultati indicano che le lingue delle piccole popolazioni residue nelle regioni economicamente sviluppate sono seriamente minacciate dai continui cali degli speaker . Tuttavia, i rischi di perdite future delle lingue ua sono particolarmente elevati nei tropici e nell’Himalaya, in quanto queste regioni ospitano molte lingue di piccole popolazioni e sono in fase di rapida crescita economica».

Si tratta di hotspots globali e gli autori dello studio chiedono «attenzione immediata» per gli hotspots  nei Paesi sviluppati, in particolare il nord dell’Australia e gli Usa ed il Canada nord-orientali, dove dovrebbero concentrarsi gli sforzi per salvare le lingue autoctone, ma anche il Brasile e il Nepal hanno bisogno di iniziative per tutelare le lingue indigene.

Per calcolare il tasso di estinzione delle lingue i ricercatori hanno utilizzato i parametri dell’ International Union for Conservation of Nature (Iucn) per le specie vegetali ed animali da inserire nella Lista Rossa.

I tre componenti di rischio principali sono: piccola dimensione della popolazione dimensioni (piccolo numero di parlanti), piccola estensione dell’habitat geografica e cambiamento della popolazione, in questo caso, la diminuzione del numero degli speakers.

Analizzando enormi dataset sulle lingue con questi meccanismi di conservazione, i ricercatori  di Cambridge dicono di aver scoperto che «i livelli di Prodotto interno lordo (Pil) pro capite sono correlati con la perdita della diversità linguistica: più è il successo economico, più rapidamente la diversità linguistica  scompare».

Il leader del team di ricerca, Tatsuya Amano, del Conservation Science Group del dipartimento di zoologia dell’università di Cambridge sottolinea che «Con l’evoluzione dell’economia, una lingua spesso viene a dominare le sfere politiche ed educative di una nazione. Le persone sono costrette ad adottare la lingua dominante o rischiano di essere lasciate per strada ecomicamente e politicamente, Naturalmente ognuno ha il diritto di scegliere la lingua che parla, ma conservare una lingua morente è importante per mantenere la diversità culturale umana in un mondo sempre più globalizzato».

A Cambridge fanno l’esempio dell’estremo  nord-ovest del Nord America, dove le lingue dei popoli indigeni stanno scomparendo ad un ritmo allarmante: «L’Upper Tanan, per esempio, una lingua parlata dalle popolazioni indigene Athabaskan nell’Alaska orientale, aveva solo 24 speakers ativi a partire dal 2009, e non veniva più acquisita dai bambini. Il linguaggio Wichita degli indiani delle pianure, che ora vivono in  Oklahoma, aveva appena uno speaker fluente a partire dal 2008. In Australia, le lingue aborigene, come il recentemente estinto margu e il quasi estinto Rembarunga, stanno sempre più scomparendo dalle penisole dei Northern Territories».

I ricercatori evidenziano che «Stiamo perdendo le lingue rapidamente, ad un tasso di estinzione che supera quello notoriamente catastrofico della perdita di biodiversità» e anche l’Onu e il Worldwide Fund for Nature sono attivamente impegnate per la conservazione della diversità linguistica.

Secondo Amano, a differenza dell’estinzione delle specie viventi, le lingue umane hanno una possibilità in più per salvarsi dall’estinzione: il bilinguismo. Precedenti ricerche del Department of Theoretical and Applied Linguistics di Cambridge ha dimostrato che i bambini che parlano più di una lingua hanno molteplici vantaggi in materia di istruzione, conoscenza e interazione sociale.  «Con l’evoluzione dell’economia, c’è un crescente vantaggio nell’apprendimento delle lingue internazionali, come l’inglese, ma la gente può ancora parlare le sue lingue storicamente tradizionali – conclude Amano –  Incoraggiare il bilinguismo sarà fondamentale per preservare la diversità linguistica».