Realacci: «Proporre in sede europea obiettivi più ambiziosi»

L’Italia ha una nuova Strategia energetica nazionale

Uscita dal carbone al 2025 e investimenti previsti in 175 miliardi di euro al 2030. Ma per allora il 72% dei consumi energetici totali del Paese sarà ancora in mano ai combustibili fossili

[10 novembre 2017]

Con un decreto interministeriale firmato dal dicastero dello Sviluppo economico e da quello dell’Ambiente, l’Italia ha adottato la sua nuova Strategia energetica nazionale (Sen), un testo che – dopo essere passato attraverso una consultazione pubblica nel corso di quest’estate – individua un nuovo tracciato di sviluppo energetico per il Paese al 2030.

Il documento finale (qui le slide riassuntive, qui il testo integrale) si caratterizza per l’abbandono dell’Italia delle centrali a carbone, che oggi soddisfano appena il 16% (nel 2015) del fabbisogno elettrico nazionale ma emettono circa il 40% della CO2 dell’intero sistema elettrico nazionale. Queste centrali entro il 2025 dovranno essere chiuse, mette nero su bianco la Sen. «Il fatto che finalmente un documento governativo ufficiale dichiari questo obiettivo, per quanto definendolo ambiguamente “obiettivo politico”, rappresenta un importantissimo passo avanti verso un più ampio processo di de carbonizzazione – commentano dal Wwf – Ora però è necessario che alla dichiarazione della Sen seguano provvedimenti e politiche: come tutti gli obiettivi, infatti, anche quello del phase out dal carbone, necessita di azioni concrete e operative oppure rischia di rimanere sulla carta».

Anche l’efficienza energetica dovrà aumentare secondo la Sen, tagliando i consumi energetici del Paese dai 116 Mtep attuali ai 108 del 2030. In totale, il documento prevede investimenti pari a 175 miliardi di euro da qui al 2030: 30 su reti e infrastrutture, 35 in fonti rinnovabili, e i restanti 110 proprio in efficienza energetica.

Un altro aspetto della Sen definito come «certamente positivo» dal Wwf è rappresentato dall’aver accolto l’obiettivo 55% di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030. Secondo la Sen le rinnovabili dovranno crescere fino a soddisfare entro il 2030 il 55% dei consumi elettrici nazionali (contro il 33,5% attuale) e il 28% di quelli energetici totali (contro il 17,5% attuale); un obiettivo più ambizioso di quello Ue (che si ferma al 27%), ma ancora lontano di quello che le stesse utility elettriche europee come l’Enel hanno chiesto (35%).

Seguendo la roadmap tracciata dalla Strategia energetica nazionale, l’Italia del 2030 soddisferà il proprio fabbisogno elettrico grazie a 50 TWh di idroelettrico (contro i 46 attuali), al 40 TWh di eolico (15), a 72  TWh di fotovoltaico (23) e a 22 TWh di “altre rinnovabili” (che segneranno dunque, secondo la Sen, un’incomprensibile contrazione rispetto ai 26 TWh attuali), accompagnati dal gas naturale come fonte dominante con 118 TWh: è questo «uno degli aspetti probabilmente più critici della nuova Sen», secondo il Wwf.

Senza dimenticare che, nello scenario tracciato dalla Sen, al 2030 ancora il 72% dei consumi energetici totali sarà in mano ai combustibili fossili, minando la volontà di raggiungere i fondamentali obiettivi che l’Italia ha condiviso firmando l’Accordo di Parigi sul clima. «Il governo italiano si presenta con una Sen già vecchia ancora prima di iniziare – commenta il parlamentare M5S Gianni Girotto – Non scordiamoci che durante tutta questa legislatura le fossili (il petrolio, il carbone e il gas) sono cresciute mentre, le fonti rinnovabili continuano a diminuire. Dal 2014 in Italia la produzione elettrica di fonti rinnovabili è scesa, infatti, del 12% (in tre anni) mentre quella delle fossili è salita del 14%. Con un aumento delle emissioni (da 309 a 331 grammi di CO2). Il calo è confermato anche nei primi 7 mesi del 2017 con una riduzione delle rinnovabili (di 3,5 terawattore) e una aumento delle fossili (di 10 terawattora). A settembre la produzione nazionale netta è composta per il 39% da fonti rinnovabili. Secondo i dati di Althesys, siamo passati dagli oltre 31 mld di investimenti nel 2011 ad 1 mld del 2016. Nel 2011 nel settore delle rinnovabili si contavano 140 mila occupati diretti; mentre nel 2016 a causa degli ostacoli della maggioranza risultano solamente 24 mila occupati diretti. Dunque abbiamo perso oltre 120 mila posti di lavoro in cinque anni in un settore innovativo come quello delle rinnovabili».

Che la Sen riesca a cambiare rotta con la necessaria forza rimane dunque ancora tutto da dimostrare. Anche Legambiente mette in evidenza come il nostro Paese disponga oggi finalmente di un obiettivo energetico al 2030, ma che questo punto fermo vada ora accompagnato da politiche che spingano davvero le rinnovabili; ora davvero servono scelte coraggiose per rilanciare, a partire dalla Legge di Bilancio, dopo anni in cui la produzione da rinnovabili ha smesso di crescere in Italia. «Anche a livello europeo – osserva il vicepresidente del Cigno verde, Edoardo Zanchini – ci aspettiamo che l’Italia non si metta di traverso, come troppo spesso è avvenuto, rispetto alla scelta di introdurre target più ambiziosi a livello europeo nel pacchetto Energia e Clima al 2030».

«Buono l’impianto della nuova Strategia energetica nazionale appena presentata dal Governo, con misure condivisibili quali l’abbandono in tempi certi della produzione elettrica da carbone. Ma è possibile proporre in sede europea – conclude il presidente della commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci – obiettivi più ambiziosi sulle rinnovabili come quello giustamente proposto dall’Enel e da altre importanti utility europee di raggiungere il 35% di rinnovabili sulla quota dei consumi finali al 2030. Allo stesso modo è possibile darsi l’obiettivo del 100% di rinnovabili nel campo elettrico al 2050 come da me proposto nel contributo inviato assieme al presidente della commissione Attività produttive Epifani.  Per rafforzare il percorso della nuova Sen, come è stato più volte chiesto nelle audizioni con i ministri dello Sviluppo Economico Calenda e dell’Ambiente Galletti, occorre ora prevedere forme di coinvolgimento finali delle Commissioni parlamentari competenti».

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