Lo stress climatico può provocare il collasso delle infrastrutture. La lezione della città morta di Angkor

Il collasso di una sofisticata rete idrica ha portato alla scomparsa della civiltà medioevale cambogiana

[25 ottobre 2018]

Lo studio “The demise of Angkor: Systemic vulnerability of urban infrastructure to climatic variations”, pubblicato su  Science Advances da un team multidisciplinare dell’università di Sydney e dell’École française d’Extrême-Orient,  parte da un passato lontano per parlarci del nostro presente e del futuro che ci aspetta.

I ricercatori australiani e francesi hanno utilizzato un sofisticato sistema di mappatura per scoprire i fattori esterni e le vulnerabilità infrastrutturali che hanno portato alla caduta dell’antica Angkor, e i risultati sono un avvertimento per le nostre città moderne.

La caduta di Angkor ha sconcertato a lungo storici, archeologi e scienziati e lo studio fa un passo avanti  verso la scoperta di ciò che ha portato alla scomparsa della città cambogiana e della raffinata civiltà che aveva costruito il complesso sistema di canali, bacini idrici e argini,  I ricercatori spiegano che «Un tempo Angkor era la più grande città del mondo, copriva un’area di circa 1000 km2. Tuttavia, nel XV secolo vide un massiccio calo della popolazione».

Il team multidisciplinare  guidato da Mikhail Prokopenko , direttore del Complex Systems Research Group dell’università di Sydney e da Daniel Penny, direttore del Greater Angkor Project, ha scoperto che «La città medievale ha subito uno stress climatico esterno associato a un sovraccarico  infrastrutturale all’interno». La mappatura ha dimostrato che il sistema di canali era vulnerabile agli eventi meteorologici estremi.

Alla fine del XIV secolo, il clima del Sud-Est asiatico divenne improvvisamente molto più piovoso di prima. Gli scienziati sospettavano da tempo che il cambiamento dei modelli climatici e delle piogge avesse qualcosa a che fare con il declino di Angkor. Il nuovo studio fornisce un’analisi quantitativa di come le cose sono andate storte. I ricercatori hanno usato il loro computer model per mappare 1.013 canali e altre strutture che governavano il flusso dell’acqua e le 617 connessioni di questa rete e hanno così calcolato come un’inondazione avrebbe potuto danneggiare le diverse parti della rete idrica.

Hanno scoperto che. Al di sopra di una certa sogli, lo scorrimento dell’acqua ha causato l’erosione di alcuni canali e che l’erosione genera erosione, perché i canali danneggiati raccolgono più acqua da monte riducendo il flusso nelle parti adiacenti della rete e producendo la sedimentazione nei canali a con un flusso più basso.

«Inondazioni molto grandi porteranno quindi rapidamente all’instabilità sistemica nella rete di distribuzione idrica – scrivono i ricercatori – Più grande è l’alluvione, maggiore è la probabilità e l’entità di questi danni a cascata».

Il modello prevede che le parti a monte, a nord e ovest della rete idrica di Angkor, siano state più soggette a danni rispetto al nucleo urbano centrale e alla regione sud-orientale. Questo si adatta abbastanza bene con i dati archeologici conosciuti finora.

La rete idrica e le pratiche agricole di Angkor furono probabilmente adattate ai periodi di prolungata siccità che si verificarono durante il XII e  il XIV secolo. Quindi, quando cambiò il regime climatico le infrastrutture cittadine erano vulnerabili. «La patologia di base del collasso di Angkor è analoga alle sfide affrontate dalle infrastrutture urbane in rete nel mondo moderno – scrivono ancora i ricercatori – Questa non è stata una catastrofe esotica senza un analogo moderno».

Prokopenko ritiene che «Lo studio è essenziale per migliorare le infrastrutture in un’era in cui si verificano frequenti eventi meteorologici estremi che creano nuovi e urgenti rischi per gli ambienti urbani. Le reti infrastrutturali complesse forniscono servizi essenziali alle città ma possono essere vulnerabili a fattori di stress esterni, inclusa la variabilità climatica. Il fallimento a cascata delle infrastrutture critiche di Angkor, risultato degli estremi climatici, sottolinea nuovamente l’importanza di costruire resilienza nelle reti moderne».

Penny lavora al Greater Angkor Project, un programma di ricercar di università di Sydney (archeologia e geoscienze), Autorità nazionale cambogiana Apsara ed École Française d’Extrême-Orient, che da 16 anni tenta di che ha tentato di capire e spiegare i motivi della scomparsa e dell’abbandono di Angkor e sottolinea che »Per la prima volta, l’identificazione di una vulnerabilità sistemica nella rete infrastrutturale di Angkor ha fornito una spiegazione meccanicistica per la sua fine, il che fornisce un’importante lezione per i nostri ambienti urbani contemporanei».

Prokopenko e Penny ritengono che «I rischi di un collasso della rete diventano più acuti mentre i conglomerati urbani diventano più grandi, più complessi e hanno più persone che ci vivono».

Prokopenko aggiunge: «L’infrastruttura per la gestione delle acque di Angkor è stata sviluppata nel corso dei secoli, diventando molto ampia, strettamente interconnessa e dipendente da componenti obsoleti e invecchiati. Il cambiamento avvenuto a metà del XIV secolo, dalla siccità prolungata agli anni particolarmente umidi, ha stressato troppo questa complessa rete, rendendo instabile la distribuzione dell’acqua».

I fattori alla base della morte di Angkor sono paragonabili anche alle sfide affrontate dalle moderne comunità urbane che stanno lottando con la manutenzione di  infrastrutture complesse ma essenziali e con eventi meteorologici estremi, come inondazioni e siccità. Prokopenko conferma: «Abbiamo scoperto che le reti infrastrutturali negli ambienti urbani preindustriali condividono caratteristiche topologiche e funzionali molto comuni con le reti moderne e complesse».

All’università di Sydney fanno notare che «Nei sistemi complessi, le risposte catastrofiche e i collassi a cascata, come l’abbandono di una città, possono anche essere causati da cambiamenti molto piccoli o persino da una serie di cambiamenti accumulati che fanno sì che un sistema o una rete raggiungano un “punto di svolta”. Ci sono diversi esempi di punti di svolta affrontati dal mondo moderno, come il die-back dell’Amazzonia, l’interruzione dell’energia nel sud dell’Australia del 2016 e l’El Niño–Southern Oscillation».

Prokopenko conclude: La ricerca del mio team sottolinea  la necessità per i governi e le comunità di concentrarsi sulla costruzione della resilienza nelle moderne reti urbane, in particolare di fronte a un clima che cambia. Non solo è possibile che un fallimento catastrofico e infrastrutturale si sia verificato anche in passato, ma i risultati di questa ricerca sono fondamentali per la comprensione da parte della nostra comunità di come il clima e la distribuzione delle risorse influenzano il funzionamento delle nostre città e società. Se non costruiamo resilienza nelle nostre infrastrutture critiche, potremmo dover affrontare gravi e durature interruzioni dei nostri sistemi civili, che possono essere intensificati da shock esterni e minacciare il nostro ambiente e la nostra economia».