In bilico tra petrolio e carbone: l’oleodotto della discordia e il futuro del clima

[13 agosto 2013]

Per James Hansen, esperto di clima tra i più noto degli Stati Uniti, è un mostro, contro cui ingaggiare una lotta senza quartiere. Per Andrew Weaver, un altro esperto di clima americano, è la battaglia contro questo mostro che invece occorre contrastare. Perché il mostro è in realtà una tigre di carta che rischia di nascondere il vero problema: l’uso del carbone.

Il mostro è Keystone XL, un oleodotto da 12 miliardi di dollari per 1.900 chilometri, che dovrebbe trasportare  730.000 barili al giorno di petrolio estratto dalla sabbie dell’Alberta, in Canada, alle raffinerie del Midwest degli Stati Uniti.

Il progetto divide gli scienziati esperti di clima e rende indeciso Barack H. Obama, il presidente degli Stati Uniti. Tutti, infatti, gli attribuiscono un valore simbolico che va ben oltre il fatto in sé, che pure non è trascurabile.

Gli scienziati come James Hansen puntano il dito contro tre artigli del mostro. Keystone XL trasporta petrolio estratto dalle sabbie bituminose. Un petrolio “sporco”, il cui ciclo – a parità di energia generata – genera una quantità di gas serra fino al 30% maggiore del petrolio normale. Inoltre il petrolio estratto dalle sabbie di superficie si sta esaurendo, cosicché i canadesi, per soddisfare la domanda dei cugini più a sud, hanno iniziato a estrarre petrolio dalle sabbie più profonde. Il che fa aumentare ulteriormente le emissioni di anidride carbonica. Infine, terzo artiglio, forse il più pericoloso, Keystone XL è la dimostrazione che gli Stati Uniti non fanno sul serio quando dicono di voler accelerare la transizione dai combustibili fossili a quelli “carbon free” per dare il loro contributo alla prevenzione dei cambiamenti del clima.

Speculare e opposta è la posizione di Andrew Weaver e di altri climatologi non meno esperti. Cambiare tipo di petrolio, da quello dei giacimenti tradizionali a quello delle sabbie bituminose ha un effetto sul clima trascurabile. Keystone XL potrebbe far incrementare la temperatura del pianeta di 0,03 °C. Un’inezia. E anche se il progetto verrà, a regime, triplicato, le conseguenze reali restano minime. Se tutti noi ingaggiamo una battaglia contro Keystone XL rischiamo di dimenticarci – e di far dimenticare – che il vero nemico da abbattere è l’utilizzo del carbone. Non solo perché è il combustibile fossile che, a parità di energia generata, produce più gas serra. Ma soprattutto perché le riserve mondiali di carbone contengono 30 volte più anidride carbonica delle riserve globali di petrolio. È contro il carbone che dobbiamo unire le forze.

Tutto vero, sostiene Ken Caldeira, che in una recente dichiarazione alla rivista scientifica Nature sostiene una terza posizione: è vero, ha ragione Weaver, Keystone XL non produce alcun effetto reale sul clima. Tuttavia ha ragione anche Hansen quando sostiene che il sì o il no degli Stati Uniti all’oleodotto rappresenta un messaggio forte. Il sì significa riproporre la vecchia politica di George Bush padre: non intendiamo mettere in discussione lo stile di vita degli americani per salvare il pianeta. Il no significa che si è cambiato sul serio strategia.

Di qui le perplessità di Obama. Che fare? Se dico no a un oleodotto che non modifica in buona sostanza l’attuale scenario delle emissioni di gas serra degli Stati Uniti mi diranno che mi lascio guidare dall’ideologia. Se dico sì mi diranno che ancora una volta sacrifico le mie idee agli interessi dei petrolieri.

Noi non sappiamo cosa deciderà, infine, Obama. Registriamo che per ora il progetto sta andando avanti. Che persino gli esperti si dividono intorno a scelte complesse. E che in ogni caso, qualsiasi decisione verrà adottata finirà per spostare (definitivamente?) gli Stati Uniti di Obama da una parte o dall’altra delle forze che si confrontano sui cambiamenti climatici.